Ansia che sale? Due domande semplici per sgonfiare i timori peggiori

Scopri come due semplici domande della CBT possono ridurre i pensieri catastrofici legati all'ansia sociale e i loro limiti.

“Cosa potrebbe succedere di più grave?”. E, subito dopo: “E a quel punto?”. Due interrogativi quasi fastidiosi nella loro semplicità, specialmente quando la mente ha già tramutato una presentazione in pubblico, un primo appuntamento o un colloquio in una serie infinita di disgrazie che culminano, più o meno, con l’auto-esclusione dalla vita sociale.

Dietro questo piccolo meccanismo si nasconde però qualcosa che ha molto in comune con gli strumenti impiegati nella terapia cognitivo-comportamentale. Il primo quesito spinge a dare un contorno preciso alla paura. Il secondo costringe a guardare oltre l’istante temuto: ammettiamo pure che la brutta figura si verifichi davvero. Cosa succede subito dopo?

Nella maggior parte dei casi la risposta risulta molto meno drammatica del problema che avevamo immaginato: si rientra a casa, si avverte un po’ di disagio, forse si rimugina per qualche ora su quanto accaduto. E poi arriva comunque il mattino seguente.

Come l’ansia sociale ingigantisce un piccolo imbarazzo

Il disturbo d’ansia sociale supera di gran lunga la semplice timidezza. ISSalute lo definisce come una condizione nella quale anche situazioni sociali del tutto ordinarie possono generare un’ansia intensa e il terrore di essere umiliati o messi in imbarazzo, al punto da condizionare azioni quotidiane come uscire con amici o cenare fuori.

Una parte della sofferenza si consuma già prima dell’incontro vero e proprio. Si pensa di non trovare le parole giuste, di arrossire, di balbettare, di apparire noiosi o ridicoli. Poi, quando l’incontro si realizza, l’attenzione resta spesso incollata a ogni singola parola o gesto compiuto. E in seguito può scattare il replay mentale: “Perché ho detto proprio quella frase?”, “Avranno pensato che sono strano?”, “Si saranno accorti della mia agitazione?”.

Sono dinamiche ben documentate nei modelli cognitivi dell’ansia sociale. Chi ne soffre tende a sovrastimare quanto negativamente sarà giudicato, mantenendo convinzioni come “farò la figura dello stupido”, “non avrò nulla da dire” oppure “gli altri capiranno che sono in ansia”. Una revisione scientifica sul modello cognitivo dell’ansia sociale, a cui ha contribuito anche David M. Clark, individua proprio in queste valutazioni negative il cuore del disturbo.

La conseguenza può essere l’evitamento: disertare la festa, annullare l’appuntamento, restare in silenzio durante una riunione. Oppure affidarsi a qualche sostegno artificiale per reggere la situazione. Le linee guida del NICE sul disturbo d’ansia sociale segnalano, ad esempio, che anche il ricorso ad alcol o altre sostanze può trasformarsi in un tentativo di attenuare l’ansia nei contesti sociali.

Come le due domande ridimensionano la catastrofe

“Qual è lo scenario peggiore possibile?” presa da sola sembra quasi spingere verso il disastro. Nella ristrutturazione cognitiva serve invece a prendere quella paura vaga e metterla finalmente a fuoco.

Il Centre for Clinical Interventions dell’Australia Occidentale, all’interno del suo programma dedicato all’ansia sociale, propone domande molto simili: qual è il peggio che potrebbe capitare, saresti in grado di gestirlo, la vita proseguirebbe comunque, quali azioni potresti intraprendere? Suggerisce inoltre di domandarsi quale sia l’esito più probabile, che spesso si colloca molto più in basso rispetto allo scenario catastrofico.

Il secondo quesito, “E poi?”, introduce un elemento molto concreto. Pensiamo al silenzio imbarazzante temuto durante un appuntamento. E poi? Si cambia discorso. Pensiamo a un vuoto di memoria durante una presentazione. E poi? Si riprende il filo del discorso. Pensiamo persino a un giudizio negativo da parte di qualcuno. E poi? Quel giudizio può risultare spiacevole senza per questo diventare una condanna definitiva sulla nostra vita sociale.

Si tratta di una forma di decatastrofizzazione: valutare la reale probabilità dell’evento temuto, la sua effettiva gravità e le risorse di cui disponiamo per affrontarlo.

Due domande funzionano dentro un percorso più strutturato

Due semplici interrogativi non sostituiscono una terapia vera e propria. Possono però riprodurre una piccola parte del lavoro che la terapia cognitivo-comportamentale svolge sui pensieri e sulle previsioni negative.

Per gli adulti affetti da disturbo d’ansia sociale, il NICE indica come trattamento psicologico di prima linea una CBT individuale specifica per questa condizione. All’interno dei protocolli vengono utilizzati esperimenti comportamentali per mettere alla prova le convinzioni negative, esercizi per spostare l’attenzione verso l’esterno e interventi mirati sul rimuginio che precede e segue gli eventi sociali.

Esiste una differenza sostanziale rispetto al semplice ripetersi “andrà tutto bene”. L’obiettivo non consiste nel garantire che nulla di spiacevole accadrà. Una conversazione può risultare goffa. Un colloquio può non andare come sperato. Possiamo dimenticare completamente ciò che volevamo dire davanti a venti persone e desiderare per un attimo di sparire nel nulla.

La domanda davvero utile diventa allora quanto quella conseguenza assomigli realmente al disastro immaginato e quanto siamo effettivamente capaci di affrontarla.

In uno studio randomizzato condotto su 75 persone con disturbo d’ansia sociale generalizzato, 16 sessioni di CBT individuale sono risultate associate, rispetto alla semplice lista d’attesa, a una riduzione maggiore delle emozioni negative durante la rielaborazione di convinzioni negative su se stessi. La ricerca ha riscontrato anche variazioni nelle risposte cerebrali legate a questa rivalutazione cognitiva. Si tratta comunque di uno studio sul trattamento completo, non sulle due domande considerate isolatamente.

I limiti delle due domande

Mettere in pratica questo piccolo esercizio può rivelarsi utile quando parte la classica raffica di previsioni negative: definire con precisione cosa temiamo, chiederci cosa accadrebbe immediatamente dopo e quale sarebbe invece lo scenario più realistico.

Se tuttavia la paura porta regolarmente a evitare lezioni, lavoro, amicizie, appuntamenti o persino semplici commissioni quotidiane, ci troviamo su un terreno differente. L’ansia sociale può diventare estremamente invalidante e le opzioni di trattamento disponibili spaziano dalla CBT al self-help guidato fino, in alcuni casi, a farmaci prescritti da un medico, come conferma anche il servizio sanitario britannico NHS.

La brutta figura, quando si verifica, dura comunque un tempo limitato. Il giorno successivo arriva in ogni caso la sveglia. L’ansia aveva semplicemente iniziato a preoccuparsene con largo anticipo.

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