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Chi sei? Cosa ci fai lì? Si, fa bene porsi queste domande

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Capita nei momenti più impensabili: durante un colloquio di lavoro, mentre si percorre la strada che conduce a casa, quando si è in mezzo agli altri o in una romantica cena a due. Il tempo sembra dilatarsi, la realtà si fa meno definita, lo sguardo scivola oltre all’interlocutore per andare a perdersi in uno sfondo nero. Attorno, tutto perde di importanza, mentre una vocina flebile, ma perentoria, chiede “è tutto qui? Questo è tutto ciò che posso avere dalla vita? Ma io, a cosa servo?“.

Magari la situazione in cui viviamo è oggettivamente buona, con un lavoro decente – o che almeno porti il guadagno necessario -, una relazione che funziona, rapporti sereni con amici e parenti. Eppure quella vocina, spietata e crudele, insiste nel risuonare dentro la testa, obbligandoci ad un attimo di pausa. “Qual è il senso del mio essere al mondo?”.

Lo smarrimento è naturale e utile. Trascorrere un’esistenza senza porsi domande sul significato profondo della vita è sintomo di un’alienazione totale dalla specificità della razza umana. Siamo animali che riflettono e che si interrogano sui grandi misteri che accompagnano la vita. Siamo, soprattutto, creature complesse e sensibili, per le quali il sopravvivere non è motivazione sufficiente per alzarsi ogni mattina e affrontare giornate dure. A noi urge vivere.

Ma, nel percorso personale, spesso si inserisce la paura, una forza così potente da risultare predominante sulle esigenze del nostro essere. Ed ecco che l’ansia di non riuscire in ciò che ci farebbe felici ci trasforma lentamente in qualcosa di così differente dalla persona che sognavamo di diventare, che a volte si fatica a riconoscere i nostri stessi tratti. Così, estranei a noi stessi e alla nostra motivazione profonda, accumuliamo giornate di vita in attesa che cambi qualcosa, che un miracolo o un aiuto esterno ci facciano crollare addosso la facciata costruita con tanta fatica, restituendoci la nostra personalità più vera.

Ciò che poi, spesso, non vediamo, è che quell’invocato aiuto arriva, potente e categorico. Però, nel frattempo, ci siamo costruiti una quotidianità confortevole, piena di zone comode e rassicuranti. Magari abbiamo un lavoro eccellente, uno stipendio invidiabile o una famiglia felice. Magari, all’esterno, godiamo del riconoscimento degli altri, che ci stimano e ci apprezzano per ciò che rappresentiamo.

Eppure, dentro di noi, il dubbio scava paesaggi di inquietudine e la solitudine morde l’anima, facendoci sentire “separati” dal resto degli esseri umani, anche mentre siamo circondati da persone.

In ogni gesto, in ogni respiro, si insinua la consapevolezza che il non trovare la strada, il non riuscire a dare un senso alla vita, portino al tormento e all’infelicità. Ma di più, non basta affermarsi professionalmente o adattarsi a ciò che rende la maggior parte della gente serena. No, la vocina esige una risposta precisa, un’aderenza totale al progetto originario. E la fatica che impieghiamo a reprimerla, riempiendoci di impegni, progetti e sostanze, ci consuma le forze, lasciandoci con un tono vitale flebile. Siamo stanchi ed esausti, bisognosi di un riposo e di vacanze che non ci ritemprano mai. Finiamo per attendere i momenti di evasione dal reale come unica valvola di sfogo che ci consenta di sopravvivere.

È come se dentro di noi esistesse un’essenza, un demone puro e vitale, latore del significato del nostro essere e pronto ad agire in modo prima discreto – con attimi di smarrimento, dimenticanze improvvise, dolori che compromettono la possibilità di svolgere un certo tipo di lavoro – e poi con forza crescente, fino ad arrivare alle manifestazioni più gravi, con depressioni e malattie.

Spesso la spinta vitale arriva sotto forma di problema, per cui riconoscerla è difficile e presuppone di avere una grande dose di coraggio. Dalle piccole cose, come un ritardo che ci fa perdere un treno, un colloquio o un lavoro, ad un malessere che diventa cronico e che ci blocca il corpo, per poi passare a dei gesti di vero autolesionismo, come il commettere sbagli sempre più gravi sul lavoro o il non aprirsi ad un coinvolgimento emotivo importante, che magari mette in crisi tutto il nostro vissuto.

La soluzione che troviamo da sempre è la repressione.

Distogliere lo sguardo, rimuovere, cancellare. Fingere di non sentire, di non vedere, di non provare. Speriamo che evitando di affrontare la questione, il problema scompaia, permettendoci di ritornare nella nostra zona di confort. Magari, per qualche tempo, riusciamo anche a cavarcela, perché “il guaio” si allontana, si risolve e la vita riprende a scorrere. Tranquilla. Ma priva della nostra verità. Ed ecco ricomparire la vocina, i dubbi, i malesseri. La voce è diventata più forte e ci parla con problemi ancora maggiori, costringendoci ad affrontare prove sempre più impegnative e trasformando la quotidianità in un vero inferno.

L’unica soluzione è quella di fermarsi e di pretendere, da noi stessi, onestà. Smettere di pensare ad altro, perché ciò che disturba è ciò che può aiutarci ad uscire da una vita che non ci corrisponde e che ci sta allontanando dal progetto che abbiamo per la nostra vita. Prendersi una pausa dall’idea di noi, ascoltare il fastidio e tentare la via più difficile.

Un passo difficile che vale il sorriso più dolce: quello che la nostra anima appagata ci rivolgerà ogni giorno quando si sentirà, finalmente, viva.

Fiammetta Scharf

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