Toxoplasmosi in gravidanza: rischi, veicoli di contagio e cura

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La toxoplasmosi, comunemente associata ai gatti, rientra tra le malattie più temute dalle donne in gravidanza. Si tratta di un’infezione parassitaria provocata dal protozoo Toxoplasma gondii. Se nei soggetti sani questa malattia decorre in maniera asintomatica e si manifesta come una comune influenza, per le donne incinte può avere conseguenze anche gravi, portando addirittura all’aborto o a malformazioni del feto.

Il Toxoplasma gondii infetta la quasi totalità degli animali a sangue caldo, compreso l’essere umano, ma solo il gatto domestico e quello selvatico gli permettono di replicarsi sessualmente, diventando così ospiti definitivi del parassita. Le feci contaminate del gatto, diventano quindi un potenziale veicolo d’infezione per l’uomo. Per questo motivo, le donne che hanno gatti in casa dovrebbero stare particolarmente attente.

Toxoplasmosi: rischi in gravidanza e veicoli di contagio

In Italia nascono annualmente circa 300-350 neonati che manifestano sintomi medio-gravi della toxoplasmosi. Se l’infezione si contrae in gravidanza, la possibilità che si trasmetta al feto è del 40% e i maggiori rischi sono il ritardo di crescita intrauterina, nascita prematura e aborto.

Se invece la toxoplasmosi viene contratta prima della gravidanza solitamente non viene trasmessa al feto, poiché la donna ha già sviluppato un’immunità permanente; tuttavia, se si ha intenzione di pianificare una gravidanza sarebbe meglio aspettare almeno sei mesi dall’infezione.

@Trendsetter Images/Shutterstock

Ma come si contrae la malattia? Generalmente la toxoplasmosi si contrae per ingestione. I veicoli più comuni per via orale sono:

  • Le feci infette di gatti: l’ingestione accidentale di feci di gatto può avvenire ad esempio se, dopo aver ripulito la lettiera dell’animale domestico, non ci si lava bene le mani e si tocca accidentalmente la bocca o del cibo. Le feci dei gatti infetti (e i resti di animali morti infetti) possono contaminare anche i prodotti ortofrutticoli, come le fragole che crescono nell’orto di casa propria.
  • L’acqua contaminata: nei Paesi più sviluppati, dove si garantiscono standard igienico-sanitari elevati, è raro che l’acqua potabile possa contenere Toxoplasma gondii; nei Paesi in via di sviluppo, invece, il rischio è dietro l’angolo.
  • Carne, frutta e ortaggi contaminati: la carne contaminata (in particolare quella di selvaggina, agnello e maiale) può essere pericolosa se non viene cotta adeguatamente (la cottura distrugge Toxoplasma gondii); Anche frutta e verdura contaminate possono diventare veicolo di contagio, ma solo se consumate a crudo.
  • Le posateutensili da cucina contaminati: se si adopera un coltello per tagliare carne cruda e quest’ultima è contaminata e poi lo si usa per mangiare senza averlo lavato accuratamente, si rischia di contrarre la toxoplasmosi. È fondamentale, quindi, utilizzare delle posate esclusivamente per la carne cruda e poi usarne delle altre per consumare il pasto.

Toxoplasmosi: sintomi e trattamento

Nella maggioranza dei casi la toxoplasmosi è asintomatica, tanto che i pazienti non si rendono nemmeno conto di esserne affetti. Quando si manifestano, i sintomi più comuni sono:

  • Mal di testa
  • Dolori muscolari diffusi, senso di malessere e spossatezza
  • Ingrossamento dei linfonodi
  • Mal di gola
  • Febbre

Se si ha un quadro clinico già compromesso (ad esempio soggetti oncologici, malati di AIDS ecc) la toxoplasmosi è associata a conseguenze più serie, tra cui polmonite, encefalite e corioretinite (infiammazione della retina e della coroide).

@Jarun Ontakrai/Shutterstock

Per la diagnosi di toxoplasmosi, è fondamentale il cosiddetto Toxo-test, un test sierologico che serve per individuare gli anticorpi specifici contro il Toxoplasma gondii. Per quanto riguarda il trattamento, solitamente non si propone nessuna terapia e i medici consigliano di attendere il termine spontaneo dell’infezione. Quando, invece, la toxoplasmosi è associata a un importante quadro sintomatologico, i soggetti sono sottoposti ad una cura basata sulla somministrazione di due antibiotici: la pirimetamina e la sulfadiazina. Questi ultimi vengono prescritti anche alle donne in gravidanza. Ma se la gestante ha contratto l’infezione prima della 16esima settimana di gravidanza, la terapia indicata a quella a base di spiramicina, che impedisce la trasmissione dell’infezione al feto.

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Siciliana nata tra le pendici dell’Etna e il mare, ma trapiantata a Roma da qualche anno. Laureata in Media, comunicazione digitale e giornalismo, è appassionata al mondo del benessere e del bio. Estremamente curiosa, ama scrivere, conoscere nuove storie e osservare il mondo, soprattutto attraverso le lenti di una macchina fotografica.