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Mobbing: tutti i risvolti di un preoccupante fenomeno

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Se ne parla sempre più spesso: il mobbing, termine che proviene dall’inglese “to mob” (che significa “attaccare”, “assalire”) e che indica tutte quelle forme di pressione psicologica esercitata sul posto di lavoro, da parte dei colleghi o del capo in persona.

Solitamente, il fine di questi atteggiamenti è quello di indurre chi ne è vittima ad abbandonare per sua stessa iniziativa l’azienda. Ciò, infatti, consentirebbe al titolare di evitare imbarazzi e critiche comunicando in prima persona un licenziamento ingiustificato o, semplicemente, i colleghi troverebbero il modo di vendicarsi e liberarsi del malcapitato a causa dei suoi presunti rifiuti ad accontentare specifiche richieste (di tipo sessuale o relative al compimento di azioni contrarie alla legge, ad esempio).

Tuttavia è bene distinguere: non stiamo parlando di semplici “scaramucce” sul luogo di lavoro (chi più chi meno abbiamo incontrato tutti un superiore insopportabile o dei colleghi poco simpatici con cui è difficile andare d’accordo), bensì di vere e proprie azioni vessatorie poste in essere con carattere di continuità, che possono arrecare gravi danni alla salute psicofisica del lavoratore. Fra l’altro è da sottolineare che l’azione di mobbing considerata singolarmente può anche non essere di per sé lesiva, piuttosto è la somma dei singoli avvenimenti a produrre il danno.

Esistono diversi tipi di mobbing: il mobbing gerarchico, che riguarda i soprusi subiti da parte dei superiori, e il mobbing ambientale, che riguarda invece i colleghi della vittima, che tendono ad isolarla e privarla della giusta collaborazione, del dialogo e del rispetto. Non sono pochi i casi di donne, ma anche uomini, criticati continuamente per qualsiasi cosa, derisi e ridicolizzati in pubblico, soggetti a paragoni insopportabili e lasciati soli a risolvere qualsiasi difficoltà, anche non direttamente concernente il proprio ruolo professionale. Quante volte una risorsa appena arrivata in ufficio viene obbligata a rimanere oltre orario per fare miliardi di fotocopie? Svolgere compiti che non gli competono? Terminare assolutamente una relazione non urgente? Spesso si parla anche di mobbing verticale (quando un superiore decide di licenziare un dipendente perché antipatico, poco competente o poco produttivo), o ancora di mobbing orizzontale (quando un collega non è accettato dagli altri perché dimostra di avere diversi interessi sportivi o politici o religiosi distinguendosi dal gruppo, o ancora perché diversamente abile, il che accade troppo spesso). Particolarmente fastidioso è, infine, il mobbing strategico che si ha quando le azioni vessatorie vengono poste in essere per espellere il lavoratore affinchè il suo posto venga preso da un altro lavoratore designato.

C’è da dire che il primo a parlare di mobbing come persecuzione psicologia nell’ambiente di lavoro è stato lo psicologo svedese Heinz Leymann, che lo definiva come una “comunicazione ostile e non etica diretta in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo, progressivamente spinto in una posizione in cui è privo di appoggio e di difesa”. Per poter affermare che ci troviamo di fronte ad un vero e proprio caso di mobbing, il lavoratore o lavoratrice interessato/a deve essere in possesso di prove documentali e testimonianze dirette delle vessazioni subite, dimostrando come queste siano state lesive della propria salute (causando stati di stress, ansia, nervosismo, insonnia, senso di frustrazione, rabbia). Purtroppo, a volte, non è facile dare prova di certe frecciatine, toni di voce particolari o occhiate eloquenti o, peggio ancora, sabotaggi del proprio lavoro che nessuno può notare (tipo sparizioni di documenti che sapevi benissimo aver lasciato dentro quel cassetto, fatture ordinate dalla prima all’ultima e poi ritrovate in altro ordine sentendosi poi dire “guarda che disordinato che sei!”). Solo chi l’ha provato può capire. Doversi difendere da critiche poi sapientemente negate dal provocatore del caso.

Eppure è un fenomeno così dilagante, riguarda ormai tanti individui, che lottano ogni giorno con ogni cattiveria e falsità, pur di salvaguardare il proprio posto di lavoro, specialmente in un periodo difficile come questo che stiamo vivendo, in cui i disoccupati sono tanti e chi lavora è appeso ad un filo.

Parliamone, aiutiamo chi è in difficoltà e facciamoci aiutare se ne siamo vittime. Il mobbing è diffuso, ma si può combattere. La norma fondamentale in materia è costituita dall’art. 2087 c.c. che pone a carico del datore di lavoro uno speciale obbligo di protezione del lavoratore, che non attiene solo al profilo dell’integrità psico-fisica, ma anche a quello della “personalità morale“. Quest’ultimo aspetto comporta che nel rapporto di lavoro deve essere rispettata la “persona” del lavoratore, sia in senso fisico che psicologico. Fra l’altro,rientra tra gli obblighi del datore di lavoro garantire che la serenità dell’ambiente lavorativo non sia turbata da comportamenti di altri suoi dipendenti (art. 2049 c.c.). La responsabilità del datore di lavoro per tali comportamenti dei dipendenti è motivata dalla facoltà che egli ha di infliggere sanzioni disciplinari (fino al licenziamento) a chi ponga in essere comportamenti scorretti e vessatori nei confronti dei colleghi.

E poi, diciamo la verità: sarebbe un piacere svegliarsi al mattino pensando di andare a lavoro, pur tra mille impegni e problematiche, sapendo di trovare un ambiente sereno, tranquillo, coeso. In cui non ci si preoccupa di come è vestito l’altro, se sia magro o sovrappeso, del sud o del nord, cattolico o musulmano. Sarebbe bello sapere di trovare collaborazione se il pc non funziona o quel compito è arduo da svolgere. Sarebbe bello sapere che anche in momenti di tensione, c’è sempre qualcuno pronto a sdrammatizzare con una battuta. Non è un sogno. Queste realtà esistono. Facciamo in modo che possano diventare possibili per tutti.

In fondo basterebbe solo un po’ più di rispetto. Una parola preziosa che, ahi noi, molti hanno dimenticato.

Chiara Casablanca

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