Ricerca scientifica svela come il contesto urbano incida sull'invecchiamento biologico: reddito, stabilità e opportunità fanno la differenza.
Nel nostro Paese, bastano pochi chilometri di distanza per trovarsi in realtà completamente diverse: cambia il ritmo quotidiano, l’accesso alle strutture sanitarie, la qualità dell’ambiente, la mobilità urbana e persino gli anni di vita attesi. Non si tratta di una semplice percezione legata alle differenze tra centro e periferia: oggi l’Istat quantifica il disagio socioeconomico anche a livello di singole zone all’interno di 25 grandi città italiane, tra cui Roma, Milano, Napoli e Palermo, fotografando esattamente dove le opportunità in ambito sociale, professionale ed educativo diventano sempre più scarse fino a trasformarsi in criticità sistemiche.
In questo scenario si colloca una ricerca condotta dalla NYU School of Global Public Health, apparsa su Social Science & Medicine, che ha approfondito ulteriormente la questione: non solo verificare se il luogo di residenza influenzi salute e durata della vita, ma anche se possa lasciare un’impronta nei meccanismi dell’invecchiamento a livello cellulare. Gli studiosi hanno esaminato informazioni relative a 1.215 persone adulte negli Stati Uniti, facenti parte del progetto MIDUS, riscontrando una correlazione tra zone con scarse opportunità e concentrazioni elevate di CDKN2A, un importante indicatore della senescenza delle cellule.
Quando le cellule raggiungono la senescenza, cessano di replicarsi ma rimangono metabolicamente attive, producendo sostanze che promuovono stati infiammatori. Questo processo viene associato dalla ricerca scientifica a fragilità fisica e patologie tipiche dell’età avanzata. Nello studio della NYU sono stati valutati vari marcatori molecolari, ma il dato più evidente è emerso proprio dall’analisi del CDKN2A.
Occupazione stabile, abitazione sicura e spazio di manovra
L’elemento più significativo emerso dalla ricerca è che questa correlazione permane anche considerando altri elementi socioeconomici, sanitari e legati alle abitudini personali. E si focalizza soprattutto sui fattori sociali ed economici della zona residenziale: impiego, guadagno, sicurezza abitativa, possibilità di miglioramento sociale. Più che le scelte del singolo individuo, sembra incidere la pressione costante di un ambiente che mantiene le persone in una condizione di instabilità prolungata.
Se questa dinamica appare familiare è perché anche nel nostro territorio i numeri confermano la stessa tendenza. L’Istat identifica il disagio socioeconomico come la difficoltà nel soddisfare adeguatamente le necessità fondamentali a causa della mancanza o insufficienza di risorse e opportunità in ambito sociale, economico, lavorativo ed educativo. E tale disagio viene oggi rilevato zona per zona in 25 comuni italiani. Questo significa che il fenomeno è sufficientemente tangibile da richiedere una mappatura istituzionale, non una vaga impressione.
Nella capitale, ad esempio, una ricerca pubblicata su Epidemiologia & Prevenzione dal Dipartimento di epidemiologia del Servizio sanitario regionale del Lazio ha evidenziato che tra i vari distretti sanitari della città esistono differenze nell’aspettativa di vita che raggiungono circa 3 anni per il sesso maschile e 2,2 anni per quello femminile, con uno svantaggio maggiore nei gruppi socialmente più svantaggiati e nelle zone della periferia orientale rispetto ai distretti centrali.
Il panorama nazionale non offre maggiore conforto. Secondo l’Istat, nel 2024 l’aspettativa di vita alla nascita ha raggiunto 83,4 anni, ma con differenze territoriali evidenti: 82,1 anni per gli uomini e 86,0 per le donne al Nord, a fronte di 80,3 e 84,6 nel Mezzogiorno. La Campania presenta i valori più contenuti, con 79,7 anni per gli uomini e 83,8 per le donne. Non è esattamente lo stesso parametro dello studio statunitense, ma descrive la medesima spaccatura: il luogo di residenza continua a influenzare il benessere fisico.
La questione scomoda rimane invariata
I documenti dell’Istituto Superiore di Sanità sottolineano che anche in Italia le differenze in termini di salute, malattia e disabilità seguono le linee del reddito, dell’educazione e della posizione sociale. Lo studio della NYU inserisce un elemento difficile da trascurare: tali disuguaglianze potrebbero manifestarsi anche a livello cellulare. In altre parole: il problema non risiede soltanto nelle abitudini individuali, ma in condizioni strutturali che si stratificano quotidianamente e agiscono in modo invisibile.
Per questa ragione l’idea che sia sufficiente “fare più sforzi” perde sempre più credibilità. Se la zona concentra precarietà, abitazioni inadeguate, scarse opportunità e poco margine per una vita dignitosa, le conseguenze non si limitano al reddito o alla qualità dell’esistenza. Potrebbero manifestarsi prima, molto prima, all’interno dell’organismo. E a quel punto le giustificazioni cessano di avere senso.