Over 80 con passo veloce dimezzano il rischio di deterioramento cognitivo: ecco cosa rivela lo studio sui Super Movers.
Vengono osservati mentre camminano alla loro andatura naturale, cronometro alla mano. Hanno superato tutti gli 80 anni, ma alcuni di loro si spostano con la stessa rapidità di chi ne ha appena cinquanta. Gli studiosi li hanno battezzati Super Movers e, monitorandoli nel corso degli anni, hanno scoperto un legame sorprendente con la salute mentale: il loro rischio di andare incontro a un deterioramento cognitivo risultava inferiore del 51% rispetto ai loro coetanei. Un dato che colpisce, ma che non trasforma automaticamente il camminare svelti in una cura contro la demenza.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Neurology, ha preso in esame tre distinti campioni di persone anziane, avvalendosi di test cognitivi, risonanze magnetiche e persino analisi post-mortem del tessuto cerebrale. Il dato più significativo emerge da un gruppo di 3.989 individui, coinvolti complessivamente in cinque studi condotti a livello internazionale. Di questi, 358 camminavano a un ritmo sufficientemente sostenuto da meritare l’etichetta di Super Movers.
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Un’andatura da cinquantenni anche dopo gli ottanta
Ottenere questa classificazione richiedeva ben più che semplicemente superare gli amici durante una passeggiata. La velocità doveva eccedere di almeno 1,5 deviazioni standard il valore medio atteso per età e genere: una soglia statistica piuttosto rigorosa. In una ricerca precedente condotta dallo stesso team, i Super Movers costituivano mediamente il 7,3% degli ultraottantenni e mantenevano un passo confrontabile con quello di persone di trent’anni più giovani.
Nel nuovo studio sono stati esclusi 274 partecipanti che presentavano già segni di deterioramento cognitivo all’inizio dell’osservazione. Gli altri sono stati monitorati per un arco temporale variabile tra 3,4 e 5,4 anni. Per confermare l’insorgenza di un nuovo caso, i ricercatori richiedevano contemporaneamente un peggioramento nei test cognitivi e una compromissione dell’autonomia nelle attività quotidiane. Nei Super Movers il rischio relativo è emerso inferiore del 51%, con un hazard ratio pari a 0,49.
Quella percentuale del 51% merita però una lettura attenta. Rappresenta il confronto statistico fra i due gruppi durante il periodo di osservazione; non implica che camminare più velocemente possa dimezzare i casi effettivi di demenza. Lo studio, peraltro, misura sia il deterioramento cognitivo generale sia le diagnosi riferite di Alzheimer o demenza, condizioni correlate ma non identiche. Un dato isolato, se interpretato senza le dovute cautele, rischia di condurre lontano dalla realtà.
Alterazioni cerebrali simili, esiti diversi
La seconda parte della ricerca risulta forse la più affascinante. Nell’ambito del progetto LonGenity sono state esaminate 197 persone con un’età media di 84,6 anni. I Super Movers evidenziavano un declino più graduale sia della memoria sia delle altre funzioni cognitive. Le risonanze magnetiche mostravano inoltre una migliore preservazione del volume in alcune aree dell’ippocampo, la struttura cerebrale fondamentale per la formazione dei ricordi e l’orientamento nello spazio.
Sono poi arrivati i risultati del Rush Memory and Aging Project, basati su un campione di 692 anziani. Nel corso della loro vita, i Super Movers avevano ottenuto punteggi cognitivi superiori e mostravano una minore incidenza di Alzheimer e demenza. Tuttavia, dopo il decesso, l’esame dei tessuti cerebrali non ha rivelato differenze rilevanti nelle patologie tipicamente associate alle demenze rispetto agli altri soggetti. Le alterazioni cerebrali erano presenti in misura paragonabile; ciò che cambiava era la capacità di convivere con esse senza perdere altrettanto velocemente memoria e capacità cognitive.
Gli autori dello studio parlano quindi di una possibile resilienza cerebrale. I Super Movers potrebbero possedere caratteristiche biologiche, fisiche o comportamentali in grado di attenuare l’impatto delle lesioni cerebrali sul funzionamento quotidiano. Quali siano esattamente queste caratteristiche, la ricerca non è ancora in grado di stabilirlo con certezza. Ed è proprio in questo punto che il passo particolarmente veloce smette di apparire come una causa diretta e inizia a comportarsi come un indicatore di un organismo che ha invecchiato meglio nel suo insieme.
Accelerare il passo non è sufficiente
Nessuno diventa un Super Mover semplicemente decidendo di camminare più velocemente da un giorno all’altro. Si tratta di uno studio retrospettivo e osservazionale: fotografa persone che avevano già conservato una mobilità straordinaria, senza sottoporle ad alcun programma di allenamento specifico. Può quindi evidenziare una correlazione, ma la direzione della relazione causale resta incerta. Un cervello in salute favorisce un’andatura efficiente; una vita fisicamente attiva può a sua volta contribuire a proteggere il cervello. Le due dinamiche procedono probabilmente insieme per decenni.
I Super Movers, del resto, presentavano numerose altre caratteristiche distintive. Nello studio precedente, condotto su 15 coorti provenienti da 24 Paesi diversi, mostravano meno patologie croniche, abitudini di vita generalmente più sane, un’età biologica più giovane e un rischio di mortalità ridotto rispetto ai coetanei. La velocità del cammino riflette quindi l’azione combinata di muscoli, equilibrio, sistema cardiovascolare, sistema nervoso e capacità cognitive. Ridurla a una semplice questione di falcata sarebbe fin troppo semplicistico.
Per le persone over 65, il Ministero della Salute raccomanda tra i 150 e i 300 minuti settimanali di attività aerobica moderata, abbinati a esercizi mirati per la forza, l’equilibrio e la prevenzione delle cadute, sempre calibrati sulle condizioni individuali. Forzare l’accelerazione quando il passo è già diventato incerto può aumentare il rischio di cadute; lavorare gradualmente su mobilità, tono muscolare e stabilità offre un beneficio decisamente più concreto.
La velocità del cammino potrebbe quindi rivelarsi un indicatore semplice ed economico dell’invecchiamento cognitivo. Nei Super Movers, persino un cervello con alterazioni simili a quelle dei coetanei continuava a funzionare meglio. Resta ora da comprendere quale sia il fattore che lo sosteneva.