Oltre quaranta ore in ufficio: come il superlavoro modifica il consumo di alcol

Settimane oltre le 40 ore modificano le abitudini serali: uno studio rivela come il superlavoro aumenti il ricorso all'alcol per gestire lo stress.

Esistono serate in cui lo stacco dal lavoro non arriva mai veramente. Si abbassa lo schermo del portatile, si esce dall’ufficio, si rientra tra le mura domestiche ma i pensieri continuano a girare. Il fisico riposa sul divano mentre la mente rimane vigile. In questo limbo fatto di affaticamento e quiete trova spesso posto un drink.

Una ricerca condotta dal dottor Gianluca Di Censo presso la Flinders University rivela che oltrepassare le quaranta ore settimanali di impiego professionale porta a un incremento nell’assunzione di bevande alcoliche. Accade durante i giorni lavorativi, nelle ore serali destinate al recupero energetico, nei frangenti in cui promettiamo a noi stessi un nuovo inizio.

Gli studiosi hanno monitorato migliaia di dipendenti australiani nell’arco di oltre due decenni. Emerge un quadro chiaro, privo di drammatizzazioni. L’attività professionale invade maggiore spazio esistenziale e l’alcol si trasforma in una reazione abituale allo stress accumulato.

Orari discontinui e riposo frammentato favoriscono abbuffate alcoliche

Chi svolge mansioni notturne conosce perfettamente la sensazione di esistere controcorrente. Il riposo si presenta quando possibile, l’organismo segue ritmi variabili, la lucidità mentale rimane costantemente sfasata. In questa condizione precaria l’alcol si inserisce come azione spontanea, rapida, consueta. Le evidenze mostrano un’assunzione concentrata, caratterizzata da momenti in cui si consuma abbondantemente e rapidamente. La ragione rimane comprensibile e vicina all’esperienza comune. Decelerare, disconnettersi, ottenere una pausa immediata. L’addormentamento sopraggiunge più velocemente, il recupero rimane superficiale, la spossatezza si ripresenta al risveglio.

Anche l’aspirazione a prolungare l’orario lavorativo rientra nello stesso scenario. Le difficoltà finanziarie e l’urgenza di mantenere il passo spingono oltre i confini personali. L’organismo assorbe ogni sforzo e cerca compensazioni. Tra i lavoratori di età compresa tra 18 e 29 anni l’abuso risulta più diffuso. In questo periodo della vita il consumo assume frequentemente la forma del binge drinking, collegato ai momenti di liberazione e socializzazione.

Gli uomini mostrano maggiore vulnerabilità, specialmente nelle professioni fisicamente gravose. L’affaticamento si deposita nei muscoli, nella colonna vertebrale, negli arti: la sera richiede una cesura netta. Il fumo si associa spesso a questi comportamenti. Tabacco e alcol si accompagnano reciprocamente e intensificano la ricerca di un sollievo istantaneo.

L’occupazione incide sulla salute ben oltre le nostre percezioni

L’impiego professionale determina il ritmo delle nostre esistenze. Stabilisce quanto tempo rimane per rigenerarsi, riposare, respirare. Le strategie organizzative aziendali hanno un impatto tangibile sul benessere quotidiano. Calendari più sostenibili, rotazioni meno estenuanti, servizi di supporto disponibili diminuiscono la tensione che si stratifica nel tempo. I programmi più funzionali integrano gestione dello stress, qualità del sonno e stili di vita. Le persone reagiscono positivamente quando vengono riconosciute nella loro umanità, senza stigmatizzazioni e pregiudizi.

Questa indagine, apparsa sulla rivista Drug and Alcohol Review, mette in relazione l’assunzione di alcol con l’organizzazione lavorativa e i tempi che definiscono le giornate. Descrive una condizione fatta di equilibrismi, logoramento, sforzi di sopravvivenza. Consumare eccessivamente nasce frequentemente come risposta tacita a giornate che esigono più di quanto offrano. Riconoscere questa connessione apre uno spazio di comprensione collettiva: il benessere dipende anche dalle modalità con cui lavoriamo e dal tempo che riusciamo a preservare.

Fonte: Drug and Alcohol Review

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