Il fardello dell’autosufficienza estrema: quando bastare a se stessi diventa una gabbia

L'autonomia estrema sembra forza, ma spesso maschera una difesa che allontana le persone e impedisce connessioni autentiche e profonde.

Esiste un’affermazione che molti di noi hanno pronunciato così spesso da trasformarla quasi in un distintivo d’onore: me la cavo benissimo senza l’aiuto di altri. Non voglio essere un peso. Non necessito di supporto. Questo diventa il credo silenzioso di chi ha appreso fin da giovane l’arte dell’autosufficienza. L’autonomia esasperata viene oggi quasi esaltata, specialmente tra donne mature, indipendenti, efficienti, capaci di gestire ogni aspetto della vita senza richiedere sostegno esterno.

Tuttavia, se ci concediamo una pausa riflessiva, quella solidità apparentemente perfetta potrebbe nascondere radici differenti. Non sempre rappresenta vera emancipazione. Talvolta costituisce un meccanismo protettivo. La società contemporanea valorizza l’autonomia e osserva con diffidenza chi mostra necessità di appoggio. La psicologia, però, svela una narrazione più articolata e profondamente umana.

Nel 1991, lo studioso americano Mark Snyder presenta su Psychological Review una ricerca in cui sostiene che agiamo spesso per validare le credenze che nutriamo verso noi stessi e verso gli altri, persino quando tali credenze ci imprigionano.

Se durante la crescita si sviluppa la convinzione che richiedere sostegno rappresenti un pericolo, che manifestare vulnerabilità equivalga a esporsi al rifiuto, si comincerà involontariamente a navigare l’esistenza cercando di dimostrare la propria completa autonomia. E il contesto circostante reagirà di conseguenza. Chi ci circonda si adatterà alla nostra autosufficienza. Non offrirà spontaneamente aiuto. Non insisterà. Non cercherà di avvicinarsi.

Snyder descrive la “conferma comportamentale”: le nostre previsioni plasmano le reazioni altrui fino a trasformare in realtà i nostri timori iniziali. Se temo l’assenza di sostegno autentico, agirò in modo da non concedere spazio a nessuno. Così, infine, mi ritroverò isolata, ma persuasa di aver avuto ragione fin dall’inizio.

Si tratta di un processo delicato, non di una decisione deliberata. È una modalità di coerenza psicologica che genera un senso di protezione. Il problema risiede nel costo di tale sicurezza.

Le evidenze scientifiche sul bisogno di legami umani

La letteratura scientifica afferma inequivocabilmente che l’essere umano non è costruito per l’isolamento affettivo. La meta-analisi coordinata da Julianne Holt-Lunstad nel 2010 ha dimostrato che individui con legami sociali robusti presentano tassi di sopravvivenza notevolmente superiori rispetto a chi sperimenta condizioni di solitudine. L’impatto dell’isolamento prolungato sulla salute risulta equiparabile a fattori di rischio riconosciuti come il tabagismo o l’inattività fisica.

Ciò implica che la relazionalità non costituisce un optional emotivo. Rappresenta un’esigenza biologica fondamentale. Anche le ricerche di James Gross sulla gestione delle emozioni hanno rivelato che reprimere sistematicamente ciò che sperimentiamo incrementa lo stress fisiologico e compromette la qualità dei rapporti interpersonali. Chi non si concede momenti di fragilità paga un tributo, spesso invisibile, in termini di tensione, esaurimento e distacco emotivo.

Numerose persone caratterizzate da autonomia estrema hanno adottato questa strategia in età precoce. La teoria dell’attaccamento chiarisce che quando durante l’infanzia la presenza emotiva delle figure di riferimento è stata discontinua o instabile, il bambino può apprendere che affidarsi risulta rischioso. Sviluppare indipendenza diventa una strategia di sopravvivenza. Funziona, almeno nelle fasi iniziali. Consente di progredire, di assumere responsabilità, di apparire resilienti. Ma col passare del tempo quella protezione rischia di trasformarsi in una prigione.

L’inganno del dominio totale

L’autonomia estrema offre una percezione estremamente allettante: il dominio sulla propria vita. Non necessitare di altri significa evitare disillusioni. Significa non dover giustificarsi, non dover aspettare, non dover nutrire aspettative.

Ciononostante, esattamente come indica la ricerca di Snyder, le credenze che coltiviamo sugli altri condizionano il nostro modo di relazionarci. Se riteniamo che le persone non siano degne di fiducia o incapaci di sostenerci realmente, manterremo una separazione emotiva. E tale separazione genererà riscontri coerenti. Compagni emotivamente assenti, amicizie superficiali, legami che non approfondiscono mai. Non si tratta di casualità, ma di uno schema che si autoalimenta.

Gli studi sul self-concealment hanno evidenziato che chi tende a occultare le proprie fragilità manifesta livelli superiori di ansia e manifestazioni depressive. Anche l’esaurimento emotivo risulta più diffuso tra chi non delega mai e si carica di ogni onere, poiché l’assenza di aiuto amplifica il carico psicologico ed emotivo.

L’interrogativo, dunque, non riguarda la nostra capacità di gestire tutto autonomamente, capacità che spesso possediamo realmente. L’interrogativo è se tale abilità ci stia salvaguardando o segregando.

Coltivare la fragilità dosata

Non si tratta di transitare dall’autosufficienza alla completa dipendenza. Si tratta di riscoprire l’interdipendenza, concetto profondamente diverso. Significa consentire agli altri di essere presenti, anche minimamente. Concedere piccoli margini di fiducia. Accogliere un gesto premuroso senza sentirsi obbligati a ricambiare. Ammettere “oggi sono in difficoltà” senza percepirlo come un fallimento.

Inizialmente può risultare innaturale. Chi è abituato a sostenere tutto sperimenta quasi disagio nel richiedere qualcosa. Eppure, è precisamente in quel momento che si interrompe il ciclo della conferma comportamentale descritto da Snyder. Quando manifestiamo una necessità, offriamo all’altro l’opportunità di reagire diversamente da quanto temevamo.

La fragilità non equivale a incapacità, ma costituisce un gesto selettivo di autenticità. Forse la vera autonomia non consiste nel non aver bisogno di nessuno. Consiste nello scegliere consapevolmente quando e con chi mostrarsi vulnerabili. È comprendere che la solidità non si dissolve condividendo i pesi. Talvolta, semplicemente, si alleggeriscono.

Fonte: APA

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