Trent'anni più vecchio se soffri di dolori cronici

Trent’anni più vecchio se soffri di dolori cronici

Dolore cronico: ecco un nuovo farmaco in vostro aiuto

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Se fate parte di quella larga fetta di popolazione – il 20% in Europa, il 26% in Italia, cioè circa 15,6 milioni – che soffre di dolore cronico, potete finalmente tirare un sospiro di sollievo: è in arrivo un farmaco nuovo che potrà finalmente riportarvi il sorriso sulle labbra.

Secondo i dati di una recente ricerca della Doloredoc sul dolore cronico, questo colpisce le persone tra i 45 e i 65 anni (55,73%) ed è dovuto a lombalgia cronica nel 55% dei casi intervistati (192) e per il restante 45% a dolore cronico alle articolazioni (ginocchia, mani, anche).

Dopo più di 30 anni la prima novità farmacologica nel trattamento orale del dolore cronico sarà disponibile in farmacia dal mese prossimo: il tapentadolo (palexia) della Grünenthal – azienda tedesca nata negli anni ’50, da sempre dedita alla ricerca clinica di prodotti efficaci contro il dolore.

Già fruibile in molti paesi europei, il tapentadolo è stato presentato a Milano martedì 20 settembre nella sala Montelli del sontuoso Circolo della Stampa di corso Venezia. Giornalisti Rai ed esimi dottori – Salvatore Palermo, Dirigente Medico Centro Medicina e Terapia del Dolore, A.O. Università San Martino di Genova, Pierluigi Canonico, Preside Facoltà di Farmacia all’Università degli studi del Piemonte Orientale e Presidente Società Italiana di Farmacologia, Paolo Cherubino, Direttore Clinica Ortopedica Università Ospedale di Circolo Varese – oltre all’amministratore delegato Grünenthal Italia Thilo Stadler, sono intervenuti a spiegare come agisce questo nuovo prodotto e i vantaggi che comporta rispetto ai suoi farmaci che l’hanno fin qui preceduti. Questa compressa orale a rilascio prolungato è indicata per il “trattamento del dolore cronico severo che può essere adeguatamente trattato solo con analgesici oppioidi“.

Ma cos’è il dolore cronico?Si definisce dolore cronico uno stato doloroso persistente la cui causa eziopatogenetica non può essere eliminata o trattata altrimenti. Contrariamente al dolore acuto, il dolore cronico ha perso la sua funzione protettiva di segnale di allarme ed è diventato una malattia a sé stante. Generalmente il dolore si definisce cronico quando persiste per oltre sei mesi“.

Può essere di 3 diversi tipi: nocicettivo – in cui i nocicettori, le terminazioni nervose, vengono stimolate; neuropatico – gli impulsi vengono prodotti dalle strutture nervose danneggiate; o misto. La cosa più grave è che si può sviluppare una “memoria del dolore” che comporta la cronicizzazione dello stesso e ne evita la scomparsa anche dopo la guarigione della lesione scatenante.

L’impatto del dolore cronico, oltre che economico – pensate che questa patologia comporta circa 500 milioni di giornate lavorative all’anno, il che corrisponde a una perdita di 34 miliardi di euro, e pensate che uno su 5 dei soggetti affetti da dolore cronico perde il lavoro proprio per questo – è ovviamente significativo per quanto riguarda la qualità della vita: oltre alla sofferenza fisica, si può incorrere in insonnia, ridotta mobilità fisica e depressione, con una conseguente riduzione delle performance fisiche e mentali e delle relazioni e delle attività sociali.

Scopo della terapia è ovviamente alleviare il dolore e, dato che è impossibile eliminarlo del tutto, bisogna sapere come agire realisticamente a seconda della gravità del male. Esistono molti tipi di analgesici adatti a sindromi dolorose di varia gravità: i non-oppioidi o il semplice paracetamolo per i più lievi, gli oppioidi deboli come la codeina e gli oppioidi potenti come la morfina per i dolori più severi.

Ma spesso proprio questi ultimi si rivelano inefficaci soprattutto perché poco tollerati e perché con effetti collaterali debilitanti, soprattutto a livello gastroenterico e neurologico – il che porta spesso i pazienti (il 30%) a interrompere la terapia.

Per il dolore più lieve si tende invece ad abusare degli antiinfiammatori, come ha sottolineato Guido Fanelli, Coordinatore Commissione Ministeriale Terapia del Dolore e Cure Palliative, presente al Circolo della Stampa: dopo che il dolore cronico è stato riconosciuto come malattia vera e propria dalla legge 38/2010 è ora il momento di prescrivere i giusti medicinali “per determinare un’inversione di tendenza nell’abitudine all’impiego improprio dei FANS”. Impiegare quindi farmaci buoni e usare “armi buone” come le definisce Palermo, è l’unica possibilità per vincere la guerra contro il dolore.

Chi soffre infatti di dolore cronico vorrebbe che i farmaci abbiano un’azione mirata che gli permetta di migliorare i suoi rapporti interpersonali e le sue capacità lavorative e che non abbiano gli effetti collaterali suddetti.

Ed è a questo punto che entra in gioco tapentadolo!

Vediamo allora come opera questa innovativa pillola: agisce sui recettori oppioidergici µ e inibisce la ricaptazione della noredralina e per tanto l’effetto analgesico è maggiore perché basato sulla sinergia di questi due meccanismi d’azione MOR-NRI. A livello spinale riduce i messaggi di dolore che ascendono al cervello proprio attivando i recettori degli oppioidi, frenando la trasmissione stessa del segnale doloroso.

Dopo 12 settimane di trattamento in pazienti affetti da lombalgia cronica la riduzione del dolore è stata significativa; risultati si sono avuti simili sia per quanto riguarda i dolori muscolo-scheletrici, quelli osteoatrosici e quelli derivanti da neuropatia diabetica periferica.

I vantaggi principali di tapentadolo si hanno a livello di tollerabilità: effetti collaterali, soprattutto gastrointestinali, ridotti di circa il 20% rispetto alle cure a base di ossicodone, il che ha implicato una sospensione del trattamento nettamente inferiore.

L’impegno di Grünenthal nella lotta al dolore – conclude Thilo Stadler – si concretizza non solo nella ricerca di soluzioni terapeutiche innovative in grado di migliorare la qualità di vita e delle cure del paziente con dolore, ma anche sostenendo iniziative e campagne di sensibilizzazione, atte a diffondere una nuova cultura del diritto a non soffrire. Raggiunto questo obiettivo, potremo veramente garantire una maggiore qualità di vita ai nostri pazienti, cambiando in positivo la loro esistenza e quella delle loro famiglie“.

Valentina Nizardo

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