Studio giapponese dimostra come la salute orale influenzi la durata della vita: denti curati aumentano le probabilità di invecchiare bene.
Arriva sempre quel giorno in cui, guardandoci allo specchio, ci accorgiamo di un cambiamento. Forse una linea sul viso che non avevamo notato, un filo d’argento tra i capelli, o magari le gengive che sembrano più delicate. La bocca è spesso l’ultima cosa a cui pensiamo, almeno finché non ci ricorda la sua presenza con un fastidio. Tuttavia, secondo un importante studio condotto in Giappone, proprio quella zona del corpo potrebbe rivelare molto sul nostro processo di invecchiamento. Il benessere dentale e la longevità intrecciano un dialogo discreto ma estremamente significativo.
Nel Paese del Sol Levante, dove l’età avanzata della popolazione rappresenta una sfida concreta e non solo teorica, l’attenzione ai denti sta assumendo un ruolo che va oltre la semplice odontoiatria. Gli studiosi dell’Osaka Metropolitan University hanno esaminato le informazioni sanitarie e dentistiche di circa 200 mila anziani, scoprendo che il numero di denti posseduti conta meno della loro condizione effettiva.
La cura dentale racconta una storia personale
Possedere un dente in buone condizioni, o anche solo trattato adeguatamente, rappresenta qualcosa di diverso rispetto ad averne uno abbandonato al deterioramento. Può sembrare scontato, eppure per lungo tempo la comunità scientifica ha sottovalutato questa distinzione. La ricerca in questione ha invece analizzato ogni singolo dente come un capitolo biografico: integro, restaurato oppure danneggiato. Ed è proprio in questa differenziazione che emerge il vero quadro clinico.
Gli anziani con numerosi denti integri o restaurati presentavano tassi di sopravvivenza superiori. Chi aveva perso completamente la dentatura mostrava invece un rischio di mortalità notevolmente più elevato rispetto a chi manteneva almeno 21 elementi funzionanti. Ma l’aspetto più rilevante riguarda un altro dato. I denti affetti da carie non curate, se considerati come “presenti”, compromettevano negativamente le aspettative di vita. In altre parole: un dente malato non resta inerte, ma rappresenta un elemento attivo che danneggia l’organismo.
La spiegazione è piuttosto concreta. Una carie non trattata genera uno stato infiammatorio persistente. E sappiamo bene che l’infiammazione tende a diffondersi, entrando nel flusso sanguigno, affaticando l’intero sistema corporeo. Per contro, un dente curato consente un’alimentazione corretta, permette di masticare cibi consistenti, evita di rinunciare a una mela perché risulta troppo dura da addentare. Sono dettagli apparentemente minori della routine quotidiana che, sommati nel tempo, producono effetti sostanziali.
La dentatura come testimone silente del tempo
In Giappone questa comprensione non è frutto del caso. Dal 1989 è attiva la 8020 Campaign, un’iniziativa che promuove la conservazione di almeno 20 denti naturali all’età di 80 anni. Inizialmente poteva apparire come un obiettivo ambizioso. Oggi oltre il 60% degli anziani giapponesi lo raggiunge. Non per meriti straordinari, ma perché la manutenzione orale è diventata prassi comune, al pari del controllo periodico della pressione arteriosa.
Alla base c’è anche un principio ben radicato nella cultura giapponese: la fragilità orale. Quando masticare e ingoiare diventano operazioni complesse, l’alimentazione peggiora, sopraggiunge la debolezza, diminuisce l’attività fisica. Si innesca una sequenza silenziosa che inizia dalla bocca e produce conseguenze a distanza. Questo non implica che i denti siano l’unico fattore determinante per la longevità. Gli stessi ricercatori lo sottolineano con chiarezza. Influiscono il livello economico, la formazione culturale, la rete sociale, le abitudini quotidiane. Tuttavia i denti rimangono lì, evidenti, a testimoniare quanta attenzione abbiamo ricevuto e quanta ne abbiamo procrastinata.
L’aspetto più interessante è che non raccontano solamente di salute fisica, ma anche di priorità. Di cura. Di quelle questioni che troppo spesso rimandiamo fino a quando non diventano emergenze. Come ha evidenziato Naoko Otsuki, coordinatrice della ricerca, l’obiettivo è utilizzare questi risultati per incentivare interventi tempestivi e visite regolari. Non come obbligo, ma come consapevole scelta di benessere. Lo studio è stato pubblicato su BMC Oral Health e trasmette un messaggio inequivocabile: probabilmente la bocca è uno dei primi luoghi dove il nostro futuro inizia a manifestarsi.
Fonte: BMC Oral Health