Quindici anni senza fumare, senza farmaci o supporti: la svolta quando Romeo è entrato nella mia vita e ha iniziato a respirare accanto a me.
Tenevo una sigaretta accesa tra le dita quando Romeo mi fissò per la prima volta. Un gattino minuscolo, con occhi azzurri da extraterrestre appena sbarcato, troppo giovane per comprendere il mondo ma già abbastanza felino per esprimere disapprovazione. Stava lì, al centro della stanza, con l’atteggiamento di chi aveva rivendicato ogni angolo senza bisogno di documenti o autorizzazioni. Tirai una boccata e improvvisamente percepii l’odore acre.
Fino a quel momento era stato solo tabacco. Una mia abitudine. Un rituale automatico, una sorta di virgola nervosa tra un ragionamento e l’altro. Da quell’istante divenne qualcosa che stavo infliggendo a una creatura vivente che pesava meno di un sacchetto della spesa e non aveva modo di protestare: “Scusami, potresti evitare di trasformare l’ambiente in un posacenere pubblico?”. Ebbene, io ho abbandonato il vizio così: grazie a un piccolo ammasso di pelo che mi osservava come se avessi appena violato le leggi dell’igiene felina.
Indice
Un appartamento saturo di tabacco
Nel 2011 avevo ventitré anni e mi ero trasferita con il mio compagno. L’abitazione era ridotta, circa quaranta metri quadri: stanza da letto, angolo cottura, servizio igienico. Pianterreno. Niente terrazzo, niente spazio verde, nessuna via d’uscita. Un alloggio dove se cucinavi una melanzana l’aroma permaneva fino al giorno seguente, figurati il tabacco.
Consumavo diciassette sigarette quotidianamente. Anche il mio ex marito fumava. I calcoli sono elementari, la situazione meno: due individui, uno spazio ristretto, finestre aperte occasionalmente, sigarette accese come se l’ossigeno dovesse cavarsela da solo. Quando hai vent’anni, il corpo sembra un edificio senza regolamenti: ne fai quello che vuoi pensando che resisterà. Il tabacco danneggia, lo sai. Però rimane un concetto teorico. Il domani, quel deposito conveniente dove accumuliamo ciò che oggi preferiamo ignorare.
Poi un giorno raccogliemmo un micino appena venuto al mondo. Aveva ancora il cordone ombelicale. Una cosa piccolissima, delicata, quasi impossibile da toccare senza temere di danneggiarla. Lo chiamai Leo, pur non sapendo nemmeno il sesso. A volte assegni un nome perché hai bisogno di credere che quell’essere abbia già uno spazio nel mondo, anche quando il mondo sembra volerlo respingere.
Lo portammo dentro e tentammo di salvarlo. Latte, cure, sforzi, tensione, quella speranza assurda e testarda che si accende davanti agli esseri fragili. Appena lo vidi lì, interruppi di fumare nell’appartamento. Mi venne spontaneo. Il ragionamento arrivò netto, quasi violento: a me poteva anche importare poco di me stessa, ma a lui stavo provocando danno. Quindi uscii. Poi uscii sempre meno. Poi acquistai sempre meno pacchetti.
Leo morì dopo nove giorni. Smise di alimentarsi, tentammo ogni cosa, non fu sufficiente. Capita anche questo, con gli animali neonati: ti illudi di poter sconfiggere la fragilità solo perché ci metti affetto, e invece l’affetto a volte resta lì, con il biberon in mano, senza nessuno da accudire. Dopo quella perdita, ripresi a fumare. Poco, molto, quanto bastava. La sigaretta rientrò dalla porta semiaperta che il lutto aveva lasciato. Ma non era più la stessa.
Poi comparve Romeo
Romeo arrivò poco tempo dopo, da un allevamento non professionale. Me lo consegnarono, più che cederlo. Aveva meno di tre mesi, occhi azzurri, mantello chiaro, quella faccia da promessa e da sfida tipica dei gatti cuccioli: sembrano pupazzi, poi in tre giorni ti spiegano il concetto di territorio applicato al sofà, al letto, alla tua esistenza e possibilmente alla tua coscienza. Io accesi una sigaretta. Gesto meccanico. Lui sollevò lo sguardo.
Ora, chi convive con un gatto lo sa: i gatti non osservano, giudicano. Anche quando hanno dieci settimane e ancora inciampano nei propri baffi, riescono a fissarti con l’autorità di un magistrato offeso. Romeo mi fissò così. Un mix di disgusto, curiosità e “questa sarebbe l’aria di qualità che mi offrite in questa dimora?”. Mi fece sorridere, certo. Poi mi fece pensare.

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Perché a quel punto la questione cessò di riguardare la mia condizione fisica, la mia determinazione, la mia eventuale dipartita con sottofondo drammatico e parenti attorno a dire “glielo dicevamo”. Riguardava lui: i suoi piccoli polmoni, il suo organismo in sviluppo. Il fatto che un gatto vive a pochi centimetri dal suolo, si lecca il mantello, dorme sui tessuti, trascorre la giornata sulle superfici che noi crediamo igienizzate solo perché abbiamo spalancato una finestra dieci minuti.
Quella percezione oggi ha anche un fondamento scientifico: secondo la FDA, il fumo passivo e quello di terza mano danneggiano anche gli animali domestici. Quest’ultimo permane su epidermide, indumenti, arredi, tappeti e pelo. Nei gatti la situazione diventa ancora più insidiosa: loro si puliscono leccandosi, quindi ciò che si deposita sul mantello può finire ingerito.
E parliamo di pericoli concreti. Uno studio pubblicato sull’American Journal of Epidemiology ha rilevato un’associazione tra esposizione al fumo domestico e incremento del rischio di linfoma maligno nei gatti. Io tutto questo, allora, non lo conoscevo con precisione. Lo percepivo in modo molto più grezzo e forse più potente: nella mia mente, stavo “affumicando” Romy. E quindi ho smesso.
La tensione doveva trovare uno sbocco
Abbandonare il tabacco sembra una cosa poetica solo quando la narri a posteriori. Mentre succede, è una battaglia nervosa con te stessa, con la bocca, con le mani, con il tempo vuoto, con il caffè, con la conclusione del pasto, con il telefono, con l’attesa, con qualsiasi cosa abbia mai avuto una sigaretta vicino.
Io avevo anche timore di spostare tutto sul cibo. Conoscevo abbastanza bene la mia inclinazione a colmare i vuoti con qualcosa, e il frigorifero mi sembrava un alleato troppo disponibile. Così cercai un altro canale e lo trovai nello spinning. Pedalare ferma, in uno spazio chiuso, sudando come se stessi scappando da un destino scritto da un istruttore spietato. Ideale.
Anche qui una base c’è. Il CDC raccomanda di mantenersi occupati e rimanere attivi quando emergono le voglie di fumare. La logica è molto elementare: muovere il fisico aiuta a spostare l’attenzione, scaricare tensione e superare quei minuti in cui la mente reclama nicotina come se stesse reclamando aria.
Ad altri può giovare tenere la bocca impegnata: acqua, acqua aromatizzata, gomme senza zucchero, qualcosa da masticare senza trasformare il nervosismo in un trasloco permanente dentro la credenza. Anche NHS Inform suggerisce, nei momenti di astinenza, di bere acqua, fare attività fisica e mantenersi impegnati.
Una creatura minuscola
La sigaretta occupava uno spazio. Lo spinning ne occupò un altro. Romeo occupò tutto il resto. Cresceva. Devastava. Dormiva. Mi osservava. Si infilava dove non doveva. Si appropriava della casa che, teoricamente, sarebbe stata mia. Io continuavo a non fumare. La cosa curiosa è che non mi sono mai sentita un’eroina. Ho conosciuto persone che narrano di aver smesso di fumare come se avessero scalato l’Everest in pantofole. Io ho solo avuto paura di danneggiare un gatto. Però ha funzionato più di qualunque discorso sulla salute, più delle immagini sui pacchetti, più delle statistiche, più del pensiero lontano della malattia.
Forse perché con me stessa sono stata spesso una pessima custode. Procrastinavo, trattavo il corpo come una cosa che poteva attendere, fingevo che il conto arrivasse sempre a qualcun altro. Poi ho amato un cucciolo e l’ho visto respirare nella mia stessa stanza. Lì ho capito che l’aria non era solo mia.
Sono trascorsi quindici anni da quando i gatti sono entrati nella mia esistenza. Romy non è più quel batuffolo minuscolo con gli occhi azzurri da sentenza. Oggi l’abitazione è più ampia, c’è anche un nuovo compagno, e la gerarchia resta comunque chiarissima: Romy comanda, noi ci adattiamo. Lui ha conquistato anche chi è arrivato dopo, con la normale efficienza coloniale dei gatti anziani.
Io, da allora, non fumo più. Niente farmaci, né cerotti, né programma motivazionale. Solo un gatto entrato in casa e un posacenere che, a un certo punto, ha smesso di avere ragione d’essere. Romeo non mi ha salvata parlando: mi ha salvata respirando vicino a me.