Studio su 102 donne rivela il legame tra tratti narcisistici antagonisti e minore capacità di perdonare nelle relazioni.
Quando si subisce un torto, le reazioni possono essere molteplici. Alcune persone cercano un confronto diretto, altre restano a lungo tormentate dal pensiero, altre ancora scelgono semplicemente di allontanarsi definitivamente. Una recente ricerca clinica ha rilevato che i tratti del narcisismo antagonista risultano particolarmente collegati a quest’ultimo comportamento: maggiore tendenza all’allontanamento, riduzione della benevolenza e scarsa propensione al perdono. Il desiderio di rivalsa, invece, quello coltivato mentalmente e magari pianificato con freddezza, emergeva in modo meno netto.
La ricerca, pubblicata sulla rivista Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry, ha analizzato un campione di 102 donne adulte in cura presso una struttura psicosomatica tedesca. Gli scienziati hanno utilizzato questionari standardizzati e test computerizzati per verificare eventuali collegamenti tra determinati tratti antagonisti e le modalità con cui le partecipanti affrontavano le offese subite. Va sottolineato che lo studio rileva soltanto tendenze statistiche: non fornisce strumenti per etichettare familiari, compagni o ex partner dopo un litigio particolarmente acceso.
La terminologia risulta più severa rispetto al concetto che descrive. Gli esperti definiscono narcisismo antagonista un insieme di caratteristiche psicologiche che comprendono ostilità, convinzione di meritare trattamenti privilegiati, propensione a sminuire o approfittarsi degli altri, oltre a reazioni defensive quando la propria immagine viene criticata. Questi elementi si manifestano con intensità variabile da persona a persona. Un singolo risultato ottenuto in un test, preso isolatamente, non equivale mai a una diagnosi clinica di disturbo narcisistico di personalità.
Indice
Quando il risentimento si trasforma in allontanamento
Per analizzare il fenomeno del perdono, gli studiosi hanno distinto reazioni che nella quotidianità tendiamo spesso a confondere tra loro. Desiderare vendetta è un aspetto. Evitare chi ci ha ferito ne è un altro. Riuscire a mantenere una certa comprensione verso chi ha sbagliato rappresenta ancora un’altra dimensione.
Le donne che presentavano associazioni mentali automatiche più intense tra la propria identità e i tratti antagonisti manifestavano maggiore tendenza a evitare, minore benevolenza e ridotta capacità di perdonare. Questo collegamento restava evidente anche dopo aver tenuto conto delle risposte consapevoli fornite nei questionari. I due strumenti di misurazione parevano quindi captare aspetti distinti della medesima reazione psicologica.
Per quanto riguarda il desiderio di vendetta, la situazione appariva diversa. I tratti antagonisti riportati consapevolmente nei questionari risultavano collegati a una motivazione vendicativa più marcata. Il test sulle associazioni implicite, invece, una volta considerate quelle dichiarazioni, non forniva un contributo altrettanto significativo.
I ricercatori avanzano un’ipotesi plausibile. Allontanarsi o smettere di provare comprensione verso l’altro può costituire una risposta immediata e istintiva. Organizzare una vendetta, al contrario, richiede fasi più complesse: riflettere, elaborare una strategia e decidere di attuarla concretamente. Si tratta di un’interpretazione dei dati raccolti, non di una prova definitiva che la psiche umana segua sempre questo schema.
Uno strumento che misura i tempi di reazione
L’aspetto più tecnico dello studio riguarda gli Implicit Association Test, noti come IAT. Durante questi test, sul monitor appaiono termini appartenenti a categorie diverse che il soggetto deve classificare premendo determinati tasti. Quando due categorie vengono associate con maggiore rapidità, il test registra tra esse un legame mentale più immediato e automatico.
Compilando un questionario tradizionale, abbiamo la possibilità di riflettere, correggerci e formulare la risposta che consideriamo più opportuna. Nei test cronometrati, invece, questo margine di riflessione si riduce drasticamente. Gli scienziati ricorrono a questi strumenti proprio perché caratteristiche come ostilità, tendenza a sfruttare gli altri e senso di superiorità raramente vengono ammesse spontaneamente da chi le possiede.
L’IAT resta comunque uno strumento che misura tempi di reazione, non una scansione approfondita della psiche. Non svela pensieri nascosti, non descrive dinamiche relazionali complesse e non permette di prevedere con certezza il comportamento futuro di una persona. Può integrare le informazioni raccolte tramite questionari, ma utilizzato singolarmente lascia scoperta gran parte del quadro. Gli stessi autori dello studio considerano le misurazioni indirette come un complemento alle valutazioni psicologiche standard.
Il perdono non implica necessariamente riconciliazione
A questo punto occorre chiarire un possibile fraintendimento. All’interno della ricerca, il perdono viene rappresentato attraverso punteggi derivati da questionari e tempi di risposta. Nella realtà quotidiana, si tratta di un concetto ben più complesso e articolato.
Perdonare può significare liberare la mente da un torto subito, mantenendo però una certa distanza fisica o emotiva. Una persona può decidere di interrompere una relazione per autotutela senza necessariamente possedere tratti narcisistici marcati. Allo stesso modo, si può restare vicini a qualcuno continuando a covare rancore interiore. La ricerca non stabilisce quindi chi dovrebbe concedere il perdono, chi dovrebbe riconciliarsi o quando sarebbe opportuno mantenere una porta chiusa.
Va inoltre precisato che gli scienziati non hanno osservato direttamente litigi, richieste di scuse, separazioni o momenti di riconciliazione. Hanno semplicemente raccolto dati attraverso questionari e test cronometrati in un’unica fase dello studio. Non è quindi possibile affermare che il narcisismo antagonista provochi effettivamente difficoltà nel perdonare. È possibile soltanto evidenziare che, all’interno di quel particolare campione, i due fenomeni tendevano a manifestarsi contemporaneamente.
Un campione limitato non rappresenta l’intera popolazione
Il gruppo analizzato era di dimensioni ridotte, composto esclusivamente da donne e proveniente da un’unica struttura clinica specializzata in disturbi psicosomatici. Questi risultati non possono quindi essere generalizzati automaticamente né agli uomini, né a tutte le donne, né alla popolazione generale. Saranno necessarie ulteriori ricerche condotte su campioni più diversificati, osservati nel tempo, confrontando idealmente i risultati dei test con quanto effettivamente accade nelle relazioni reali delle persone coinvolte.
Mancano inoltre informazioni fondamentali come la tipologia specifica dell’offesa subita, la sua gravità percepita e la storia relazionale condivisa con chi l’ha causata. Essere trascurati per una singola serata, subire un tradimento sentimentale o allontanarsi da un legame tossico rappresentano esperienze profondamente diverse, anche quando un questionario standardizzato tenta di categorizzarle nello stesso modo.
Al momento, quello che possiamo affermare è che in questo specifico gruppo di pazienti, l’antagonismo implicito si manifestava soprattutto attraverso il gesto dell’allontanamento e la riduzione della benevolenza, piuttosto che nella preparazione di una vendetta. Il test ha misurato reazioni della durata di pochi millisecondi. Cosa fosse realmente accaduto in precedenza e se quella particolare relazione meritasse effettivamente di essere recuperata resta una questione irrisolta.
Fonte: Journal of Behavior Therapy and Experimental Psychiatry