Studi scientifici rivelano come gli animali domestici durante i conflitti preservino salute mentale e resilienza di chi fugge dalle zone di guerra.
Durante un’evacuazione forzata dai conflitti armati, i bagagli si fanno sempre più leggeri. Gli abiti vengono abbandonati lungo il percorso, gli oggetti perdono valore a ogni passo. Ma c’è qualcosa che rimane: il cane anziano sollevato tra le braccia, il felino dentro il suo contenitore da viaggio, il roditore nascosto nello zaino. Le fotografie provenienti dall’Ucraina durante le prime fasi dell’offensiva hanno documentato questa realtà: tra i corridoi dell’esodo giacevano effetti personali, mentre gli animali domestici accompagnavano i profughi. Secondo quanto riportato da AP, indumenti lasciati indietro, mezzi di trasporto abbandonati sul ciglio della strada, nuclei familiari in movimento che mantenevano con sé cani, felini, roditori, volatili e piccoli mammiferi; tra i casi documentati emerge quello di Antonina, ottantaquattrenne evacuata da Irpin insieme a dodici cani.
Una ricerca pubblicata sul Journal of Religion and Health analizza l’importanza degli animali da compagnia nel mantenere l’equilibrio psicologico e spirituale dei cittadini ucraini durante il conflitto con la Russia: questa connessione influenza profondamente le scelte durante situazioni belliche. Nel contesto di una fuga, l’animale rappresenta consuetudine, impegno, esistenza tangibile, persino una forma di normalità domestica mentre tutto il resto si disgrega. Nel documento sull’Ucraina il linguaggio ruota attorno al benessere, ai vincoli familiari, alla decisione di rimanere o partire. Proteggere l’animale corrisponde frequentemente al tentativo di preservare anche la stabilità psichica della persona che se ne prende cura.
Durante una fuga dai bombardamenti, cani e gatti sono parte integrante del nucleo familiare
Questo aspetto viene spesso trascurato da chi osserva la situazione dall’esterno. Trasportare un animale sotto il fuoco nemico appare un’azione irrazionale solo a chi guarda da lontano e dispone del tempo per riflettere al riparo. Per chi è in fuga, quell’animale rappresenta quotidianità, obbligo morale, esistenza concreta, una creatura che continua a necessitare di acqua, cure, voce, contatto fisico. Occupa una porzione della mente che altrimenti rischierebbe di concentrarsi interamente sul terrore. In sintesi: rappresenta casa. Anche la testimonianza raccolta da AP conferma questa direzione: una donna fuggita da Kyiv riferiva di aver percepito il dovere di proteggere contemporaneamente figlia, madre, cane e gatto, in un unico atto di salvaguardia.
Un secondo lavoro scientifico, pubblicato su Animals, esamina individui che hanno vissuto diverse situazioni critiche e giunge a una conclusione molto chiara. Il rapporto uomo-animale viene definito come estremamente importante durante le emergenze; la presenza dell’animale consolida la salute psicologica e la capacità di resistenza, mentre la sua mancanza incrementa il livello di stress. Nel medesimo studio emerge un elemento ancora più pratico: la sicurezza dell’animale domestico diventa un elemento determinante quando una persona deve cercare assistenza o protezione. Senza la certezza che l’animale sia protetto, numerose persone rimandano, evitano o interrompono completamente la richiesta di soccorso.
Se il centro di accoglienza ammette l’animale, la persona accede. Se qualcuno si occupa temporaneamente di quel cane o di quel gatto, la persona riesce a sottoporsi a interventi medici, a trasferirsi, a riposare, a smettere di controllare continuamente l’ingresso. Lo studio evidenzia inoltre che la separazione dal proprio animale durante la crisi genera stress e ansia, e che nella fase post-crisi attività semplici come fornire cibo, pulire le ciotole o uscire per una camminata favoriscono il recupero, conferiscono ordine alle giornate e riattivano persino la cura personale.
I protocolli di emergenza considerano gli animali domestici come questione secondaria
Il terzo elemento proviene dalla sanità pubblica. Robin Chadwin, sull’American Journal of Public Health, afferma che durante una calamità molti proprietari desiderano evacuare insieme ai propri animali domestici e incontrano opzioni di trasporto o sistemazione limitate o assenti. Da questa situazione derivano conseguenze molto precise: persone immobilizzate nelle abitazioni, ordini di evacuazione disattesi, tentativi di rientrare nelle aree pericolose per recuperare gli animali abbandonati. La tesi del documento è chiara: escludere gli animali dai piani di evacuazione genera conseguenze per la sanità pubblica e diminuisce la resilienza generale.
Accostata al caso ucraino, questa letteratura scientifica permette di interpretare meglio certe fotografie che altrimenti vengono classificate come semplice sentimentalismo. Il guinzaglio legato al polso, il trasportino stretto al petto, il felino tenuto sotto la giacca non sono particolari marginali. Sono componenti di una fuga reale. Mantengono insieme la capacità di spostarsi, la lucidità minima per prendere decisioni, il bisogno di sentirsi ancora una persona e non solo un corpo trascinato via da casa. Le fotografie dall’Ucraina parlano di famiglia, di orientamento, di resistenza nervosa, di quella minuscola disciplina giornaliera che mantiene vivo un essere umano mentre tutto intorno crolla. Il guinzaglio stretto al polso, in quei passaggi pieni di bagagli abbandonati, sostiene più di un cane o un gatto. Sostiene la persona che lo tiene.