timidezza

La timidezza? Una questione di cervello

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Chi è timido usa il cervello in modo diverso da chi non lo è. Questo il risultato di una ricerca condotta dalla americana Jadzia Jagiellowicz della Stony Brook University di New York.

Gli estroversi si commuovono meno e si pongono meno domande esistenziali perché il loro cervello elabora gli stimoli ambientali in maniera diversa: nei soggetti più sensibili, uno stesso stimolo attiva infatti zone cerebrali diverse e dà risposte neurali conseguentemente differenti. Quindi non si tratta solo di discrepanze caratteriali, ma di vere e proprie, è il caso di dirlo, visioni del mondo differenti!

La ricerca è stata effettuata sottoponendo 16 volontari ad un semplice test di tipo cognitivo: soggetti sensibili posti davanti a fotografie caratterizzate da grandi e piccole differenze, come nei riquadri della settimana enigmistica, sono stati capaci di scoprirle tutte e in modo nettamente più veloce dei loro antagonisti estroversi. Ma la cosa che comproverebbe una diversa attivazione neurologica è la risonanza magnetica che ha messo in luce quanto nei timidi le aree cerebrali coinvolte con gli stimoli visivi siano attivate non solo maggiormente ma anche più a lungo nel tempo. Questo vuol dire che un cervello timido elabora le informazioni per più tempo e che per tanto è in grado di mantenere l’attenzione più a lungo. È come se, riflettendo di più ed essendo più introspettivo e meno impulsivo, facesse ogni volta esercizio e si mantenesse più attivo e attento. Timidezza come esercizio mentale allora.

La timidezza non sarebbe più quindi solo un profilo comportamentale dettato dalle relazioni sociali, non si tratterebbe solo di sviare il centro dell’attenzione e di stare ai margini della classe diventando rossi e insicuri: questo studio, e la neuroscienza, che vi sottosta, stabilisce che la riservatezza è sinonimo di maggiore attenzione intellettiva, di maggior originalità nel valutare il mondo e di elaborazione di pensieri particolarmente profondi. La timidezza sarebbe allora “una qualità presente sin dai primi mesi di vita grazie a una particolare attività neuronale“, affermano Elaine e Arthur Aron.

Certo è vero che le relazioni successive indirizzeranno questa iniziale predisposizione neurologica verso una maggiore riflessività e sensibilità e a volte verso una chiusura nei confronti del mondo, ma allora, anche in questo caso, è sempre tutta una questione di testa!

Valentina Nizardo

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