Due episodi in pochi giorni coinvolgono adolescenti e violenza estrema: gli studi scientifici aiutano a comprendere il clima sociale che li circonda.
Le giornate scolastiche iniziano sempre allo stesso modo. Zaini trascinati sulla schiena, occhi ancora assonnati, insegnanti già provati prima che suoni la campanella. Ma improvvisamente qualcosa si spezza, lasciando nell’aria un interrogativo inquietante. Nel giro di pochi giorni abbiamo assistito all’aggressione di un ragazzino di tredici anni che ha colpito con un coltello la sua insegnante nel Bergamasco, e all’arresto di un diciassettenne sospettato di pianificare un massacro scolastico, inserito in un processo di radicalizzazione che le indagini collegano anche a interazioni digitali con gruppi neonazisti. Si tratta di episodi distinti, con dinamiche differenti. Tuttavia, il gelo che provocano è identico. Perché coinvolgono adolescenti. E una violenza premeditata, progettata, persino documentata.
Di fronte a simili eventi, la reazione immediata è spesso semplicistica. C’è chi liquida tutto come atto isolato, confinato nella mente di chi lo realizza. C’è chi lancia generiche accuse contro le nuove generazioni. Nel mezzo rimane ciò che nessuno vuole affrontare davvero. Gli adolescenti si formano all’interno di un contesto sociale sempre più aggressivo e propenso alla violenza. Un contesto dove l’ostilità emerge rapidamente, il disprezzo circola senza freni, l’umiliazione diventa spettacolo pubblico e il desiderio di rivalsa trova subito espressione, modelli e audience.
Gli episodi di Pescara e del Bergamasco condividono lo stesso scenario
Il diciassettenne fermato tra Pescara e Perugia, stando alle indagini in corso, stava organizzando una strage sul modello di Columbine, raccogliendo materiale con intenti terroristici e mantenendo contatti con il gruppo neonazista “Werwolf Division” tramite Telegram. A Trescore Balneario, il tredicenne ha ferito in modo grave la sua professoressa fuori dall’istituto e l’attacco è stato anche filmato. L’insegnante è stata dimessa il 30 marzo.
Occorre precisare un punto fondamentale. Nessuno afferma che i due fatti siano identici. Uno riguarda un percorso di radicalizzazione ideologica con elementi investigativi già molto gravi, l’altro coinvolge un groviglio di tensioni scolastiche, personali e familiari ancora da chiarire completamente. Tuttavia, una costante emerge con chiarezza: oggi l’atto estremo appare più accessibile, più immaginabile, più facile da concepire.
È proprio qui che la polarizzazione smette di essere un concetto astratto da dibattito pubblico e assume un peso tangibile. Il conflitto appartiene a ogni società dinamica. La polarizzazione estrema è qualcosa di diverso: il momento in cui le identità si irrigidiscono, le sfumature vengono percepite come fragilità e l’altro cessa di essere un interlocutore con cui confrontarsi per trasformarsi in un nemico da eliminare. Una ricerca pubblicata nel 2024 su Communications Psychology descrive esattamente questo meccanismo: frammentazione sociale, irrigidimento dei gruppi, adesione progressiva a norme sempre più radicali. La violenza non esplode improvvisamente: prima si restringe il dialogo, si espande il rancore e infine si oltrepassa la soglia di ciò che sembrava impensabile.
La polarizzazione non si manifesta solo nei dibattiti televisivi, nei partiti politici, nelle consuete battaglie culturali digitali. Penetra nella quotidianità, influenza il modo in cui si osservano i compagni di classe, gli insegnanti, chi valuta, chi espone, chi mortifica. In menti ancora in sviluppo, specialmente quando sono presenti frustrazione, emarginazione, rabbia e necessità di lasciare un’impronta, il passaggio diventa ancora più veloce.
Gli adolescenti non creano dal nulla questa grammatica dell’aggressività
Il secondo studio rilevante proviene dal Journal of Research on Adolescence ed è stato pubblicato nel 2025. Ha analizzato 1.911 studenti tra i 14 e i 18 anni in Québec e dimostra che discriminazione, vittimizzazione digitale e fisica, insicurezza nell’ambiente scolastico e relazioni percepite come poco democratiche si correlano a un maggiore sostegno verso la radicalizzazione violenta. È un passaggio significativo perché riporta l’attenzione sui contesti. Le fantasie estreme prosperano meglio dove prevale l’ostilità, dove l’umiliazione si stratifica e dove la scuola smette di tutelare e inizia a esporre. Lo stesso studio evidenzia anche l’opposto: un clima scolastico più equo e partecipativo riduce il rischio.
Questo spiega anche perché molti adulti abbiano l’impressione che in passato certi fenomeni fossero meno visibili. L’affermazione, così formulata, regge poco. La violenza giovanile esisteva anche prima. Oggi però esiste una differenza concreta che conta. L’ecosistema digitale accelera ogni processo. La rabbia trova immagini, il rancore trova comunità, l’ossessione si costruisce uno spazio, il bisogno di visibilità trova sempre chi osserva. Un rapporto dell’OMS Europa pubblicato nel 2024 rileva che l’uso problematico dei social tra adolescenti è aumentato dal 7% nel 2018 all’11% nel 2022. Questo dato, isolato, non spiega un’aggressione o un piano di massacro. Però indica qualcosa di semplice: la vita relazionale ed emotiva degli adolescenti si svolge sempre più in quel contesto. E in quel contesto l’odio si diffonde facilmente.
In questo scenario, la pandemia non chiarisce tutto. Ha però lasciato una frattura profonda proprio nel momento in cui i ragazzi stavano costruendo le relazioni. Una revisione del 2024 sui dati longitudinali evidenzia effetti negativi della pandemia sulla salute mentale e sulla qualità della vita di bambini e adolescenti. Uno studio del 2025 su The Lancet Regional Health – Europe documenta un peggioramento significativo della salute mentale adolescenziale all’inizio della pandemia, con conseguenze che in parte persistono nel tempo. I ragazzi che oggi hanno tredici, quattordici, diciassette anni hanno vissuto proprio in quel periodo una fase cruciale della crescita, tra isolamenti, schermi e relazioni alterate. All’interno di un clima già teso, quella rottura ha amplificato tutto ciò che era già vulnerabile.
I social, da soli, non generano un adolescente violento o radicalizzato. Tuttavia offrono un ambiente che amplifica, ripete e normalizza tutto ciò che già esiste. Chi si sente oppresso trova linguaggi già pronti, chi cerca un’identità trova un gruppo, chi alimenta rabbia trova modelli, atteggiamenti, slogan, obiettivi. Chi ha bisogno di essere notato comprende subito una cosa devastante: il gesto estremo attira attenzione. Nel caso del tredicenne di Trescore c’è un’aggressione filmata. Nel caso del diciassettenne di Pescara c’è l’influenza di Columbine e il collegamento con un immaginario neonazista strutturato. Sono due livelli differenti. Il terreno sottostante, però, ha la stessa temperatura.
A questo si aggiunge il meccanismo dell’imitazione, che ha un peso maggiore di quanto si voglia riconoscere. Uno studio del 2024 sui copycat mass shooters dimostra che gli imitatori tendono spesso a somigliare ai loro modelli per età, genere, Paese e tipo di obiettivo. Tradotto in termini concreti: osservo qualcuno che mi assomiglia, vedo il suo gesto raccontato, comprendo la logica che lo sostiene e quella logica diventa accessibile anche per me. È un contagio simbolico.
C’è poi un altro elemento del quadro, e in Italia ha un peso specifico: qui l’accesso alle armi è regolamentato in modo molto più rigoroso rispetto ad altri Paesi, con licenze, denunce e limiti precisi. Questo non elimina la violenza, però ne modifica la forma. Emergono più facilmente coltelli, aggressioni ravvicinate, piani interrotti in fase iniziale, radicalizzazioni che cercano altri mezzi.
Non sto certamente affermando che ogni adolescente arrabbiato stia per trasformarsi in un aggressore. Sarebbe falso e inaccettabile. Ma non posso non evidenziare il fatto che oggi la violenza ha acquisito familiarità. Circola come linguaggio, come estetica, come fantasia di rivalsa. Gli adolescenti la vedono passare continuamente: nei video, nei gruppi chiusi, nelle posture pubbliche degli adulti, nel godimento per la caduta altrui, nel modo in cui l’avversario viene trattato come rifiuto. Poi ci sorprendiamo quando quel materiale tenta di trasformarsi in azione.
I percorsi verso la violenza rimangono multicausali. Contano fragilità individuali, famiglia, salute mentale, relazioni, contesto scolastico, istituzioni, subculture online, immaginari, vissuti di umiliazione. Proprio per questo archiviare tutto come “caso isolato” è una pigrizia da adulti.
Una scuola, prima di essere il luogo delle verifiche e dei richiami, è lo spazio in cui si apprende a convivere senza distruggersi. Quando in quello spazio entra un coltello, o il progetto di una strage, il problema non riguarda soltanto chi ha colpito o chi ha immaginato di colpire. Riguarda il mondo che abbiamo reso respirabile per chi cresce. Riguarda il modo in cui abbiamo tollerato che il disprezzo diventasse linguaggio condiviso. Riguarda il prestigio concesso alle posture più aggressive. Poi resta il sangue sui marciapiedi davanti a una scuola. E i titoli di cronaca.