Studiosi del benessere raccontano come le loro scoperte scientifiche hanno trasformato concretamente le abitudini quotidiane della loro vita.
Robert Waldinger, psichiatra dell’Università di Harvard, ha scelto di ridurre le ore dedicate al lavoro per stare di più con le persone care. Sonja Lyubomirsky ha iniziato a scrivere biglietti di ringraziamento agli amici e a soffermarsi ad annusare le rose in un giardino nei pressi di casa sua. Un collega ha deciso di dedicare ogni giovedì esclusivamente alla famiglia. Si tratta di gesti semplici, ma significativi, soprattutto considerando che arrivano da chi ha passato gran parte della propria carriera a indagare le origini della felicità umana.
Nel gennaio 2026, tredici esperti e alcuni rappresentanti di pionieri ormai scomparsi nel campo degli studi sul benessere si sono riuniti per un confronto durato tre ore. Nel complesso, il gruppo vantava oltre 600 anni di competenza scientifica e professionale accumulata. L’obiettivo era discutere una domanda personale e diretta: in che misura le loro scoperte avevano trasformato concretamente la loro esistenza?
Le testimonianze raccolte sono confluite in una ricerca pubblicata sul Journal of Happiness Studies, a cura di Säde Stenlund di Harvard, Kelsey O’Connor dell’istituto lussemburghese STATEC Research e Lara Aknin della Simon Fraser University canadese.
Non si tratta di un esperimento con volontari sottoposti a test o sondaggi sul livello di felicità percepita. Gli autori hanno invece raccolto vissuti personali e riflessioni di figure chiave nella ricerca sul benessere psicologico. Le loro parole svelano un aspetto rilevante: approfondire gli studi sulla felicità ha portato molti di loro a riorganizzare nella pratica le proprie routine quotidiane.
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Meno impegni lavorativi, più spazio agli affetti
Waldinger coordina l’Harvard Study of Adult Development, uno degli studi longitudinali sulla vita adulta più estesi mai condotti. Da oltre ottant’anni, i ricercatori monitorano centinaia di soggetti, analizzandone salute, legami affettivi e condizioni esistenziali. Una delle conclusioni più significative riguarda proprio le connessioni umane: chi coltiva rapporti autentici tende a mostrare maggiore soddisfazione nella vita e condizioni di salute migliori.
Waldinger ha deciso di mettere in pratica questa evidenza scientifica nella propria quotidianità, riducendo l’impegno professionale per riservare più tempo agli affetti. Sarebbe paradossale, in effetti, dedicare la vita intera a dimostrare l’importanza delle relazioni senza poi riuscire a coltivarle davvero. Anche gli altri partecipanti hanno raccontato di aver dato maggior priorità ad amicizie, legami coniugali, figli, nipoti e vita comunitaria.
Come spiegato da Lara Aknin in un approfondimento della Simon Fraser University, anche una singola persona di fiducia può incidere notevolmente sul proprio benessere. Sentirsi parte di reti sociali e comunità amplifica ulteriormente questo effetto positivo. Certo, la felicità dipende da molteplici variabili, ma se dovesse indicarne una particolarmente decisiva, Aknin punterebbe proprio sui legami interpersonali.
Gratitudine scritta e il profumo di un roseto
Sonja Lyubomirsky, psicologa dell’Università della California a Riverside e figura di spicco negli studi sulla felicità, ha rivelato di aver modificato diverse abitudini dopo anni di ricerche. Ha iniziato a manifestare più frequentemente riconoscenza verso gli amici, a cercare attivamente occasioni di socialità e a concedersi momenti per gustare piccoli piaceri che prima avrebbe facilmente ignorato.
Tra questi rientra anche il semplice gesto di annusare i fiori in un roseto vicino casa. Sono pratiche che richiedono pochissimo tempo, eppure rischiano di sparire facilmente sommerse dagli impegni giornalieri. Per Lyubomirsky, analizzarne scientificamente i vantaggi è diventato uno stimolo per metterle in atto con maggiore consapevolezza.
Altri ricercatori hanno parlato di una maggiore attenzione verso l’interlocutore durante le conversazioni, dell’impegno nel volontariato o della ricerca di opportunità per rendersi utili al prossimo. Spicca poi la figura di John Helliwell, economista e da tempo collaboratore del World Happiness Report, che ha trovato nella gentilezza quotidiana di sua moglie e nel suo impegno civico una conferma tangibile delle teorie studiate.
Per lui, la felicità ha anche una componente giocosa: spesso apre i propri seminari invitando il pubblico a intonare If You’re Happy and You Know It, l’equivalente inglese di “Se sei felice tu lo sai, batti le mani”. In fondo, qualcuno deve pur ricordare a una platea di accademici che ci si può anche divertire un po’.
Denaro e benessere: una relazione complessa
Tra i temi affrontati dal gruppo compare anche il legame tra condizioni economiche e felicità. Avere sicurezza finanziaria, un’abitazione, accesso alle cure mediche e la possibilità di soddisfare i bisogni essenziali rappresentano fattori fondamentali per una vita dignitosa. Gli esperti hanno però dibattuto su quanto un incremento del reddito incida realmente sulla felicità una volta superata la soglia della stabilità economica.
Il rapporto tra denaro e benessere resta un tema scientificamente controverso. Il gruppo ha comunque condiviso un principio chiaro: migliorare le condizioni di chi vive situazioni più difficili dovrebbe rappresentare una priorità nelle politiche pubbliche. Durante il dibattito è emerso un esempio concreto: su una scala della felicità da zero a dieci, far passare qualcuno da due a tre dovrebbe pesare più che portare un’altra persona da sette a otto.
Da questa riflessione è nata anche una considerazione sull’accesso ai servizi pubblici. Quando ricevere un aiuto richiede di dimostrare continuamente la propria condizione di indigenza, lo stigma sociale può scoraggiare proprio chi ne avrebbe più bisogno. Servizi universali, come un sistema sanitario accessibile a tutti senza distinzioni, possono mitigare questa criticità. La felicità, dunque, dipende anche dal contesto materiale in cui si vive: i messaggi di gratitudine fanno bene all’anima, ma non pagano le bollette.
La preoccupazione per il benessere delle nuove generazioni
Durante l’incontro, gli studiosi hanno affrontato anche il tema del declino del benessere psicologico tra i giovani in Nord America ed Europa occidentale. Una preoccupazione confermata dal World Happiness Report 2026, che documenta un calo della soddisfazione esistenziale nelle fasce d’età più giovani di queste regioni, accompagnato da trasformazioni nei rapporti sociali e nella fiducia reciproca.
Alcuni partecipanti hanno citato anche la crescente pressione competitiva in ambito scolastico e lavorativo, dove graduatorie, performance individuali e confronti costanti rischiano di trasformare ogni esperienza in una sfida da vincere. Eppure, proprio chi ha dedicato l’intera carriera allo studio del benessere racconta di aver imparato a privilegiare le relazioni, la cooperazione e il senso di appartenenza.
Emerge un altro elemento comune nelle testimonianze: molti di questi ricercatori hanno continuato a lavorare ben oltre l’età pensionabile, alcuni anche senza più percepire uno stipendio. L’attività scientifica rappresentava per loro una fonte autentica di interesse, gratificazione e significato esistenziale. Gli autori si sono interrogati se lo studio della felicità, unito all’applicazione pratica delle sue scoperte, possa aver contribuito anche alla loro longevità. Resta tuttavia un’ipotesi che queste testimonianze non consentono di confermare scientificamente.
Felici non significa immuni dalla tristezza
Dal confronto emerge anche una riflessione meno ovvia di quanto sembri: le persone generalmente felici non sono esenti da momenti di tristezza, difficoltà e perdita.
Gli studiosi hanno raccontato percorsi di vita molto diversificati. Alcuni si sono sempre descritti come naturalmente ottimisti, altri hanno dovuto coltivare consapevolmente abitudini utili ad affrontare le fasi più complicate. Non tutti hanno ricondotto i propri comportamenti alla ricerca scientifica: qualcuno li aveva già assimilati tempo prima, grazie all’educazione ricevuta o alle esperienze familiari.
Come ha sottolineato Stenlund, una vita soddisfacente può comunque includere avversità e fasi di infelicità. La capacità di adattare le proprie scelte alle circostanze, ai valori personali e alle opportunità disponibili è parte integrante del benessere complessivo.
Non esiste quindi una formula universale capace di rendere felici tutti allo stesso modo. Le testimonianze raccolte in questo lavoro riflettono le scelte di un gruppo molto specifico di individui, con percorsi scientifici prestigiosi e condizioni di vita che non rispecchiano necessariamente quelle della popolazione generale.
Resta comunque un dettaglio degno di nota. Dopo decenni spesi a studiare la felicità, alcuni tra i massimi esperti del settore hanno scelto di cambiare soprattutto il modo in cui impiegano il proprio tempo. Un giovedì dedicato alla famiglia, una chiamata agli amici, qualche ora di lavoro in meno. Le ricerche li hanno aiutati a comprendere quali aspetti della vita meritassero davvero attenzione. Il passo successivo è stato trovare il tempo per metterli in pratica.