Trial clinico su 50 pazienti dopo ictus: i cani da terapia migliorano partecipazione e movimento in riabilitazione.
Spazzolare il manto di un cane usando proprio l’arto da recuperare. Passeggiare al suo fianco lungo un corridoio dell’ospedale. Lanciargli una pallina e, in quel gesto, ritrovare un po’ di mobilità perduta. Alla Mayo Clinic, alcune sedute di riabilitazione destinate ai pazienti colpiti da ictus sono state ripensate proprio intorno a queste semplici attività condivise con un animale. Il risultato? Le persone coinvolte si sono muovute con maggiore frequenza, hanno mantenuto l’attenzione più a lungo e hanno partecipato con più entusiasmo alla terapia, rispetto a chi seguiva unicamente il protocollo tradizionale. A confermarlo è uno studio randomizzato pubblicato sulla rivista Mayo Clinic Proceedings.
Va però contestualizzato con precisione: la ricerca ha coinvolto 50 pazienti ricoverati dopo un evento cerebrovascolare, seguiti all’interno di un unico programma ospedaliero, e i risultati riguardano essenzialmente il livello di coinvolgimento e l’attività fisica durante gli incontri terapeutici. Non si può ancora affermare che la presenza canina acceleri concretamente il recupero delle funzioni motorie o dell’autonomia nel tempo. Per questo saranno necessari campioni più ampi e osservazioni prolungate.
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Il cane diventa parte dell’esercizio, non solo compagnia
Gli studiosi hanno diviso casualmente i 50 partecipanti in due gruppi. Il primo ha seguito il consueto percorso riabilitativo ospedaliero, comprensivo di fisioterapia, terapia occupazionale e logopedia. Il secondo, formato da 25 persone, ha invece svolto alcune sedute in presenza di cani da terapia accompagnati dai loro conduttori. Ogni paziente poteva partecipare da una a sei sessioni, ciascuna della durata di mezz’ora, distribuite in un arco temporale massimo di due settimane.
Un particolare cambia notevolmente l’interpretazione dei dati: gli incontri con gli animali sostituivano parte delle sedute abituali, senza aggiungersi come ore extra di terapia. Di conseguenza, la maggiore attività registrata non può essere spiegata semplicemente con un tempo più lungo trascorso in palestra.
L’animale diventava così protagonista dell’esercizio stesso. Si camminava insieme, si giocava al riporto, lo si accarezzava o spazzolava, modulando ogni attività sugli obiettivi specifici del singolo paziente. Un gesto ripetitivo resta tale, ma se al termine di quel movimento c’è un cane che attende la pallina, la motivazione a compierlo cambia in modo evidente. La Mayo Clinic segnala proprio la scarsa motivazione, la stanchezza, l’isolamento e il disinteresse verso gli esercizi come possibili ostacoli al percorso riabilitativo dopo un ictus.
Coinvolgimento e movimento aumentano durante le sessioni
Il dato più rilevante riguarda proprio la partecipazione attiva. I pazienti del gruppo assistito dai cani hanno ottenuto punteggi nettamente superiori nella Pittsburgh Rehabilitation Participation Scale, lo strumento impiegato dai terapisti per misurare il grado di coinvolgimento durante il trattamento. La differenza tra i due gruppi ha raggiunto un valore statistico di p=0,0038.
Anche i dispositivi utilizzati per monitorare il movimento hanno rilevato una maggiore attività fisica al minuto nel gruppo con terapia assistita dagli animali (p=0,023), oltre a una percentuale più alta di tempo trascorso in movimento (p=0,006). Questo spiega concretamente perché i pazienti risultino “più attivi”: durante quelle sessioni erano effettivamente in movimento più a lungo e con maggiore intensità.
Sono state riscontrate differenze anche in due indicatori della variabilità della frequenza cardiaca, parametro usato per valutare la regolazione del sistema nervoso autonomo. Secondo i ricercatori, tali variazioni suggeriscono una risposta migliore allo stress durante le sedute. Tuttavia, l’umore e altri parametri fisiologici analizzati, inclusa l’ossitocina salivare, non hanno mostrato differenze statisticamente rilevanti tra i due gruppi. L’animale, dunque, non ha prodotto effetti ormonali straordinari, ma ha reso i pazienti più partecipi e fisicamente attivi.
Un campione ridotto: presto per parlare di recupero accelerato
Il numero di partecipanti resta contenuto. Nel gruppo sperimentale figuravano 25 persone, 17 uomini e 8 donne, con un’età media intorno ai 65 anni; 19 di loro si sono identificate come persone di etnia bianca. Lo studio è stato condotto presso la Mayo Clinic di Rochester, nel Minnesota, tra febbraio 2023 e febbraio 2024. Sono caratteristiche che limitano notevolmente la possibilità di generalizzare i risultati a tutta la popolazione colpita da ictus.
Va sottolineato che, tra gli indicatori presi in esame dai ricercatori, comparivano anche qualità della vita, umore e recupero funzionale. Tuttavia, gli effetti statisticamente più solidi emersi dallo studio riguardano motivazione, partecipazione e quantità di movimento durante le sedute riabilitative. Si tratta di una distinzione fondamentale: un maggiore coinvolgimento nel trattamento è certamente un aspetto positivo, ma resta da capire se sessioni più frequenti o programmi prolungati possano tradurre questo vantaggio in un recupero clinico più consistente nelle settimane e nei mesi a venire.
Va inoltre segnalato un elemento importante per contestualizzare i risultati: la ricerca è stata finanziata da Nestlé Purina PetCare Global Resources e realizzata in collaborazione con l’azienda stessa. Questo finanziamento non compromette la validità dei dati, ma rappresenta un’informazione necessaria per una lettura completa e trasparente, come dichiarato dagli stessi autori dello studio.
Come vivono i cani queste esperienze terapeutiche?
Esiste anche l’altro lato della medaglia, quello a quattro zampe. Lo stesso team di ricercatori aveva già pubblicato nel 2025 uno studio prospettico randomizzato sul benessere dei 14 cani da terapia e dei rispettivi conduttori impegnati nel programma riabilitativo post-ictus. Venivano monitorati frequenza cardiaca, variabilità cardiaca, temperatura auricolare, cortisolo e ossitocina salivare, insieme ai comportamenti tipicamente associati allo stress.
Al termine delle sessioni, gli animali presentavano una frequenza cardiaca ridotta e una maggiore variabilità cardiaca; cortisolo, ossitocina e i comportamenti collegati allo stress non mostravano invece variazioni significative. Gli autori hanno concluso che, nelle condizioni analizzate e con animali accuratamente selezionati e conduttori esperti, le attività svolte non sembravano generare stress misurabile nei cani. Alcuni valori suggerivano addirittura un maggiore stato di relax.
È proprio questo aspetto a differenziare un intervento strutturato dalla semplice idea di introdurre un animale in reparto sperando in effetti benefici generici. In questo caso, gli animali erano addestrati specificamente, collaboravano con i loro conduttori e le attività venivano integrate concretamente negli obiettivi terapeutici prefissati.
Al momento, il risultato più solido resta molto pratico: durante alcune sedute di riabilitazione post-ictus, 50 pazienti sono stati sufficienti per dimostrare che la presenza di un cane può rendere il percorso più coinvolgente e, soprattutto, stimolare chi deve ricominciare a muoversi. Per capire se quelle mezz’ore lascino un’impronta più duratura sul recupero complessivo, servirà attendere le fasi successive della ricerca scientifica. Intanto, il cane è già pronto a riportare la pallina.
Fonte: Mayo Clinic Proceedings