Volpedo e le sue pesche: la raccolta “a onda” che resiste da un secolo

Scopri Volpedo, il borgo piemontese celebre per le pesche gustose raccolte ancora oggi con l'antica tecnica manuale a onda.

Nel cuore delle colline alessandrine, dove le valli del Curone e del Grue si incontrano, si trova un piccolo paese che porta il nome di un celebre artista ma nasconde una ricchezza del tutto diversa. Volpedo viene spesso ricordato come il paese natale dell’autore del Quarto Stato, eppure chi conosce davvero questo lembo di basso Piemonte sa che qui cresce anche uno dei tesori frutticoli più sottovalutati del nostro Paese: una pesca profumatissima e dal sapore intenso, diventata col tempo il vero emblema della comunità locale.

Una tradizione figlia di una disgrazia

Come accade spesso nelle vicende agricole più affascinanti, tutto ebbe origine da un momento di difficoltà. Agli inizi del Novecento, un parassita colpì duramente i vigneti della zona, spingendo gli agricoltori locali a reinventarsi completamente. Fu proprio in quel periodo, tra la metà degli anni Venti e i primi anni Trenta, che iniziarono a diffondersi i primi frutteti, con varietà di pesche giunte direttamente dagli Stati Uniti.

Un imprenditore visionario fu tra i primi a intuire le potenzialità di quella terra, mentre pochi anni più tardi un avvocato del luogo diede impulso decisivo al commercio locale, favorendo la nascita di un mercato dedicato e, nel 1937, della prima festa paesana in onore del frutto. Nel giro di poco tempo, la coltivazione delle pesche arrivò a superare in importanza persino l’allevamento dei bachi da seta, che fino a quel momento rappresentava l’attività economica principale della zona.

Anche la famiglia del noto pittore locale, proprietari terrieri benestanti, seguiva con attenzione l’andamento dei raccolti e dei mercati, come dimostrano alcune lettere dell’epoca. Negli anni Sessanta e Settanta, le pesche di Volpedo raggiungevano ormai la Riviera Ligure, da Bordighera fino a Forte dei Marmi, percorrendo le stesse strade battute dai turisti provenienti da Milano, Parma, Piacenza e persino dalla Svizzera.

Un territorio quasi predestinato

Il segreto di questa pesca non risiede in un unico elemento, ma nella combinazione fortunata di terreno, clima e sapere contadino tramandato nel tempo. In questo angolo di Piemonte si avverte un’atmosfera particolare, quasi di confine: l’umidità che sale dalla Liguria si mescola al vento proveniente dall’Emilia, mentre l’influenza lombarda incontra la terra piemontese, generando un microclima ideale non solo per le pesche, ma anche per ciliegie, fragole, mele e pere.

Le valli circostanti si estendono tra i 114 e i 448 metri di altitudine, su terreni sabbiosi e argillosi ricchi di sostanze nutritive, con forti sbalzi termici tra giorno e notte. Queste condizioni, unite a una gestione tradizionale dell’irrigazione attraverso canali storici, hanno trasformato quest’area in un vero paradiso frutticolo: qui, addirittura, il pesco veniva innestato sul mandorlo per resistere meglio nelle zone più collinari.

La raccolta “a onda”: la pazienza diventa tecnica

C’è un metodo di lavoro che, più di ogni altro, racconta la filosofia di questi produttori: la raccolta manuale “a onda”. Non si tratta di cogliere tutti i frutti in un’unica giornata, ma di percorrere ripetutamente gli stessi filari durante tutta la stagione, selezionando ogni volta soltanto le pesche che hanno raggiunto il grado perfetto di maturazione. Dopo qualche giorno si torna a verificare, e il processo si ripete finché la pianta non ha dato tutto il suo raccolto.

È un lavoro paziente e ripetitivo, che richiede occhio esperto per non sbagliare i tempi, né anticipando né ritardando il momento giusto. Praticata da metà giugno fino ad agosto, questa tecnica consente di ottenere frutti con il massimo contenuto zuccherino e il colore più vivo possibile. Subito dopo la raccolta, le pesche vengono vendute fresche oppure lavorate lo stesso giorno, riducendo al minimo l’uso di celle frigorifere e altri passaggi che potrebbero comprometterne la qualità: un’attenzione che nel tempo ha conquistato anche chef e artigiani del gusto di livello elevato.

Un tesoro senza bisogno di etichette

Oggi la produzione è protetta da un consorzio che raggruppa circa settanta aziende agricole, per un totale di 250 ettari coltivati, dedicati soprattutto alle pesche gialle. Le varietà coltivate sono in gran parte di origine internazionale, ma alcune cultivar più antiche vengono conservate quasi per affetto, più che per reale convenienza produttiva.

Curiosamente, questa pesca non possiede riconoscimenti ufficiali come IGP, DOP o il titolo di Presidio Slow Food: la sua fama si fonda interamente sulla stima che le riconoscono i produttori che la coltivano e i consumatori che la scelgono. Anche la lavorazione artigianale — in conserve, sciroppi o dolci — segue una regola non scritta ma condivisa da tutti: il prodotto trasformato deve mantenere la stessa qualità di quello appena raccolto.

Un piccolo grande patrimonio locale, dunque, che si affianca ad altre eccellenze del territorio come alcuni formaggi e frutti di nicchia della zona, dimostrando come spesso le tradizioni più genuine nascano proprio dalle difficoltà.

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