Uno studio rivela il legame tra mentalità vittimistica e narcisismo vulnerabile: perché alcune persone si sentono sempre danneggiate.
Tutti, almeno una volta, abbiamo incrociato persone simili. Potrebbe trattarsi di un compagno di lavoro, di un amico oppure di qualcuno con cui condividiamo più tempo di quanto vorremmo. Non importa cosa accada, lo schema rimane invariato. L’offesa è sempre presente. Il malessere anche. Il mondo sembra ingiusto, poco attento, ingrato.
Uno studio apparso su Personality and Individual Differences fa chiarezza su questa sensazione diffusa e rivela una realtà che, riflettendoci, appare nota. La mentalità vittimistica spesso non dipende tanto dagli eventi reali quanto piuttosto da come una persona è organizzata a livello emotivo. Nello specifico, da una particolare espressione del narcisismo definita narcisismo fragile.
La ricerca descrive qualcosa che molti avvertono nell’esperienza quotidiana, spesso senza riuscire a definirlo con precisione. Esiste una distanza notevole tra vivere una sofferenza autentica e costruire la propria identità intorno al sentirsi danneggiati. Nel secondo scenario il malessere diventa una prospettiva permanente, un modo costante di interpretare il mondo e i rapporti.
Indice
Il vittimismo come modalità stabile di relazionarsi
In psicologia viene chiamata Tendenza alla vittimizzazione interpersonale. Il termine è articolato, ma l’esperienza è chiara. Chi la manifesta si percepisce danneggiato in modo sistematico, a prescindere dal contesto. Mutano gli ambienti, le persone, ma la percezione rimane uguale.
All’interno di questa tendenza si riconoscono alcuni aspetti ricorrenti. Il desiderio che la propria sofferenza venga notata e validata. La convinzione di essere moralmente superiori agli altri. La difficoltà a comprendere davvero il dolore altrui. L’abitudine a rimuginare su eventi passati, recenti o lontani.
Theresia Bedard, responsabile della ricerca, racconta di aver incontrato frequentemente individui con queste caratteristiche. Persone profondamente focalizzate sulla propria ferita. Analizzando il fenomeno, Bedard ha identificato una connessione evidente con il narcisismo fragile, una variante discreta, sensibile, poco evidente.
Il narcisismo silenzioso e sensibile
Il narcisismo fragile si distanzia dai cliché comuni. Non presenta arroganza vistosa. Si manifesta invece attraverso una miscela delicata e precaria composta da scarsa autostima, elevata sensibilità alle critiche, necessità continua di approvazione, atteggiamenti difensivi.
Questa configurazione amplifica ogni delusione, rende ogni esclusione più lacerante, trasforma ogni incomprensione in una prova. La ricerca evidenzia che la mentalità vittimistica e il narcisismo fragile condividono un elemento fondamentale: l’instabilità emotiva, nota in psicologia come nevroticismo.
Chi vive in questa condizione emotiva sperimenta tutto con maggiore intensità. Le offese appaiono più gravi. Le ingiustizie più palesi.
Esibire il malessere come modalità comunicativa
Lo studio esamina anche il victim signaling, cioè la tendenza a condividere pubblicamente la propria sofferenza. Un comportamento facilmente riconoscibile nella vita di tutti i giorni. Post sui social, racconti ripetuti, confidenze insistenti, particolari che ritornano.
Nel narcisismo fragile questa esposizione nasce da un vissuto reale di ingiustizia percepita. Nel narcisismo grandioso segue dinamiche differenti e si collega maggiormente al bisogno di visibilità. In entrambe le situazioni, il risultato è analogo. La sofferenza diventa forma di comunicazione.
Dal punto di vista della personalità emergono profili comunicativi, aperti, socievoli, spesso poco capaci di reciprocità emotiva. Individui che parlano molto di sé, talvolta inconsapevolmente.
Una distinzione fondamentale
I ricercatori sottolineano un aspetto cruciale. La mentalità vittimistica identifica un atteggiamento mentale, non la concretezza delle esperienze vissute. La sofferenza autentica esiste, merita ascolto, merita rispetto. Questo studio non applica etichette a chi ha subito traumi o discriminazioni.
Si riferisce invece a uno schema mentale che può emergere in chiunque, indipendentemente dal passato personale. Uno schema che col tempo diventa abituale, quasi confortante. Chi si percepisce costantemente danneggiato spesso allontana le persone proprio mentre cerca vicinanza. I rapporti si logorano. L’attenzione diminuisce. La percezione di isolamento aumenta e consolida la narrazione interna.
La ricerca indica un lavoro approfondito sulla gestione emotiva, sull’autostima e sulla consapevolezza dei propri meccanismi interni per sciogliere questa identità rigida. Uscirne significa recuperare spazio di scelta, respiro, possibilità di relazioni più equilibrate. Liberarsi dalla mentalità vittimistica significa semplicemente smettere di abitarla come unica dimora possibile.