Come la nostra mente ci guida verso posizioni radicali

La neuroscienza rivela come il funzionamento cerebrale influenzi l'adesione a ideologie radicali attraverso meccanismi cognitivi specifici.

Tutti conosciamo qualcuno che, improvvisamente, sembra trasformarsi. Una persona con cui parlavamo normalmente di tutto, che all’improvviso inizia a vedere minacce dappertutto, abbraccia convinzioni ferree e reagisce con ostilità a ogni obiezione. Non si tratta di una mutazione caratteriale o di un calo intellettivo. Semplicemente, la sua mente ha imboccato una via più rapida.

La ricerca scientifica recente sta componendo un quadro tanto inquietante quanto intrigante: le convinzioni che adottiamo con maggiore forza non derivano esclusivamente da ciò che assorbiamo dall’esterno o dal contesto sociale, ma dipendono anche dal modo in cui elaboriamo la complessità. È qui che si inserisce la neuroscienza applicata alla politica.

Quando il cervello preferisce certezze immediate

Leor Zmigrod, neuroscienziata dell’Università di Cambridge, dedica i suoi studi alla correlazione tra funzionamento cerebrale e orientamento ideologico. La sua ipotesi di base è sorprendentemente diretta: ci sono persone che gestiscono bene l’incertezza e altre che la percepiscono come pericolo. Quando la realtà diventa caotica, contraddittoria e sovraccarica di stimoli, il cervello adotta la strategia più efficiente: imporre un ordine.

Entra così in gioco la rigidità mentale. Non rappresenta una patologia né un difetto etico. Si tratta della fatica nell’adeguarsi ai cambiamenti, nel riconsiderare le proprie posizioni, nel mantenere l’equilibrio quando tutto si fa complicato. Gli studi evidenziano che chi manifesta maggiore rigidità cognitiva tende a sposare visioni del mondo categoriche, impermeabili, spesso radicali. Non per amore dell’estremismo in sé, ma perché simili schemi mentali alleggeriscono il carico cognitivo. Forniscono demarcazioni nette, avversari identificabili, soluzioni immediate. Funzionano come un rifugio ordinato in mezzo alla tempesta.

Un aspetto particolarmente interessante: questa rigidità attraversa tutto lo spettro politico. Le indagini dimostrano che le posizioni più radicali, indipendentemente dall’orientamento, condividono identiche modalità cognitive. Variano i temi, non il meccanismo mentale sottostante. Ecco perché ideologie apparentemente antitetiche finiscono per assomigliarsi nell’intransigenza, nel rifiuto del confronto, nella convinzione granitica di detenere la verità.

Chi invece adotta posizioni moderate mostra generalmente una flessibilità cognitiva superiore. Non per superiorità morale, ma per capacità di tollerare l’ambiguità. E l’ambiguità, per il nostro cervello, richiede energia.

L’impronta psicologica del radicalismo

Una ricerca pubblicata su Philosophical Transactions of the Royal Society B ha approfondito ulteriormente la questione. Esaminando capacità mnemoniche, velocità di risposta, tratti caratteriali e reazioni emotive, gli scienziati hanno identificato una sorta di profilo psicologico tipico del pensiero radicale. Non un’etichetta diagnostica, ma una costellazione di caratteristiche ricorrenti.

Chi tende verso ideologie estreme spesso fatica a gestire simultaneamente molteplici informazioni, modifica con lentezza la propria interpretazione degli eventi e, contemporaneamente, manifesta una marcata reattività emotiva. In termini pratici: la complessità affatica, mentre le soluzioni drastiche rassicurano.

Si crea una combinazione esplosiva. Da una parte un apparato cognitivo che predilige spiegazioni lineari, dall’altra una struttura emotiva che risponde istintivamente. Così certe idee non diventano solo plausibili, ma parte dell’identità personale. Proteggerle equivale a proteggere se stessi.

Le convinzioni ideologiche non rimangono confinate alla sfera mentale. Si manifestano fisicamente. Ricerche precedenti hanno rilevato che differenze ideologiche corrispondono a variazioni nell’attività di regioni cerebrali collegate all’ansia e alle risposte emotive. Non è teoria astratta: chi considera le disparità sociali inaccettabili reagisce somaticamente alla sofferenza altrui, chi le ritiene parte dell’ordine naturale tende a rimanere distaccato. Non per insensibilità, ma per condizionamento. Il cervello si abitua a percepire – o ignorare – determinati segnali.

I social media come catalizzatore

In questo scenario, le piattaforme digitali agiscono da moltiplicatore. I sistemi algoritmici selezionano contenuti allineati alle nostre preferenze, limitando l’esposizione a prospettive alternative. Per una mente già sovraccarica dalla complessità, rappresenta una tentazione quasi inevitabile. Minore fatica, maggiori certezze, meno conflitto. Il processo è graduale, quasi impercettibile. Inizialmente sembra solo un modo più efficace di informarsi. Poi diventa l’adesione a un’unica narrazione. Infine, la sua difesa incondizionata.

L’aspetto probabilmente più significativo di queste scoperte è anche il più incoraggiante. Nessuno possiede una predisposizione innata al radicalismo. E nessuna struttura mentale è irrimediabilmente rigida. La flessibilità cognitiva non è un dono naturale, ma una pratica costante. Diversificare le fonti, confrontarsi con opinioni divergenti, accettare di non possedere sempre risposte immediate: sono piccoli esercizi mentali che mantengono il cervello adattabile per preservare la nostra umanità in un contesto che incentiva polarizzazioni aggressive. Alla fine, spesso, non sono le nostre idee a definirci, ma il percorso attraverso cui le raggiungiamo.

Fonte: University of Cambridge

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin