Svalutare costantemente le proprie emozioni non è equilibrio: potrebbe essere automanipolazione psicologica inconsapevole e appresa.
Esistono situazioni in cui nessuno dall’esterno deve convincerti che le tue reazioni sono eccessive. Te lo dici da solo. Avverti un disagio, una fitta emotiva, e immediatamente interviene il censore interiore: “È una sciocchezza”. “Stai montando un caso”. “Il difetto probabilmente è tuo”.
Questo è l’inizio dell’automanipolazione psicologica. Non avviene attraverso un episodio traumatico eclatante, ma mediante una progressiva consuetudine a svalutare le proprie sensazioni, arrivando a giudicarle inattendibili. Non è un processo casuale. E soprattutto, non accade perché manchi di forza interiore.
Quando il giudizio altrui si trasforma in autocritica
Accade frequentemente nelle circostanze ordinarie. Sollevi una questione problematica nell’ambiente lavorativo e ti rispondono che sei ipersensibile. All’interno di un rapporto affettivo manifesti un’esigenza e ti fanno sentire che stai fraintendendo. Nel contesto familiare tenti di comunicare il tuo stato d’animo e qualcuno banalizza tutto con un commento ironico.
Inizialmente reagisci con fastidio. Successivamente inizi a dubitare. Infine, rinunci a esprimerti. Il confronto esterno cede il posto a un monologo interiore incessante, muto, estenuante. È in questo momento che l’automanipolazione assume una nuova configurazione. Non rappresenta più un’esperienza passiva. Diventa qualcosa che replichi autonomamente nella tua mente.
Una ricerca pubblicata nel 2019 sull’American Sociological Review dalla studiosa Paige L. Sweet, dal titolo The sociology of gaslighting, offre una prospettiva illuminante. Sweet chiarisce che questa forma di manipolazione non costituisce meramente una strategia di violenza psicologica, ma rappresenta un meccanismo sociale radicato in dinamiche di potere e disparità strutturali. Opera efficacemente perché si alimenta di pregiudizi culturali preesistenti, specialmente quelli che collegano determinate categorie di persone, prevalentemente donne, a caratteristiche di instabilità emotiva ed esagerazione sentimentale.
Quando questi schemi comunicativi si consolidano attraverso ripetizioni prolungate, diventa superfluo che provengano da fonti esterne. L’individuo li assimila profondamente. E inizia ad applicarli contro la propria persona.
L’automanipolazione emotiva non presenta drammaticità evidente. Non comporta confronti clamorosi. Si compone di affermazioni che scivolano nell’ombra. Provi dolore, ma ti convinci che sia trascurabile. Avverti spossatezza, ma ritieni di non possedere ragioni legittime. Percepisci mancanza di riguardo, ma elabori prontamente una giustificazione che scagiona chiunque, eccetto te.
Secondo Sweet, l’aspetto cruciale risiede precisamente qui: questa forma di manipolazione raggiunge la massima efficacia quando riesce a minare la certezza nella propria percezione della realtà. E quando questo avviene, non serve più una figura manipolatrice esterna. Il condizionamento si è già compiuto. Così acquisisci l’abitudine a dissimulare, ridimensionare, adattarti. Esternamente appari bilanciata, matura, resiliente. Interiormente, tuttavia, qualcosa si attenua gradualmente. Perché le sensazioni che ignori non svaniscono. Rimangono sospese. E tu rimani lì, interrogandoti se puoi realmente affidarti a ciò che percepisci.
Riappropriarsi dell’ascolto interiore senza sensi di colpa
Liberarsi da questo schema non implica diventare reattivi o contestare sistematicamente ogni cosa. Significa concedersi una pausa prima di autocorreggersi. Quando emerge l’automatismo mentale “sto drammatizzando”, tentare di non assecondarlo immediatamente. Sostare con quella sensazione, anche soltanto per brevi istanti.
Il corpo, frequentemente, comunica anticipando la razionalità. Una contrazione improvvisa, un’alterazione del ritmo respiratorio, una fatica persistente. Non sono manifestazioni capricciose. Sono indicatori. E non necessitano di validazione razionale per essere legittimi. Risulta utile anche modificare la prospettiva. Condividere la tua esperienza con una persona di cui ti fidi, oppure immaginare che identica situazione coinvolga qualcuno a cui vuoi bene. Difficilmente le comunicheresti che sta reagendo in modo eccessivo. Con te stessa, invece, lo fai automaticamente.
Lo studio di Sweet assume rilevanza proprio per questa ragione: fornisce una cornice interpretativa. Se hai sviluppato l’abitudine a non fidarti di te, non dipende da una tua debolezza intrinseca, ma dal fatto che hai vissuto in un contesto che ha normalizzato il dubbio sulla tua attendibilità emotiva. Riprendere ad ascoltarsi non costituisce un atteggiamento indulgente. Rappresenta un gesto di riequilibrio. Significa cessare di trattarsi come una testimonianza inaffidabile e cominciare, progressivamente, a riconoscere che ciò che provi possiede validità, anche quando non riesci ancora a definirne la natura.
Fonte: APA