La vera causa dell’irritabilità quando hai fame ti stupirà

Studio innovativo dimostra che l'umore peggiora per la percezione consapevole dell'appetito, non per il calo di zuccheri nel sangue.

Succede a chiunque. Salti un pasto, il tempo scorre veloce, il tardo pomeriggio sembra non finire mai e, improvvisamente, ti ritrovi insolitamente irritabile. Ogni commento ti infastidisce, ogni piccolo ostacolo appare insormontabile. La spiegazione più comune arriva spontanea: “Sono affamato, mi è calato lo zucchero nel sangue”.

Una recente indagine scientifica, apparsa sulla rivista EBioMedicine, rivela però qualcosa di inaspettato. Gli scienziati hanno osservato individui nel loro ambiente quotidiano, non in contesti artificiali di laboratorio. Il risultato è tanto chiaro quanto inatteso: non è la riduzione del glucosio a influenzare negativamente l’umore, bensì l’istante in cui la fame viene avvertita consapevolmente.

Detto altrimenti, l’organismo può trovarsi in deficit energetico, ma se la mente non percepisce questa mancanza, lo stato emotivo rimane invariato. La ricerca ha monitorato per un mese intero persone normali, immerse nelle loro attività quotidiane. Ciascun partecipante portava un dispositivo che rilevava continuamente la glicemia. Durante la giornata, attraverso un’applicazione, veniva richiesto di segnalare il livello di appetito, sazietà e stato d’animo del momento.

Nessuna restrizione alimentare imposta, nessun orario prestabilito. Solo routine normali, con pasti saltati, lavoro, contrattempi, affaticamento. Ed è proprio in questo contesto che emerge l’osservazione più significativa: i valori glicemici potevano diminuire considerevolmente senza alcuna variazione dell’umore. L’irritabilità emergeva esclusivamente quando i soggetti dichiaravano: “Sento fame”.

La fame come vissuto, non come misura

La dottoressa Kristin Kaduk, dell’Università di Tubinga, lo chiarisce efficacemente: quando la glicemia diminuisce, l’umore si deteriora solo perché aumenta la percezione dell’appetito. Non è il parametro biologico di per sé a condizionarci, ma quanto quella carenza energetica viene avvertita e elaborata.

Il valore numerico, isolatamente, è insufficiente. Serve la percezione soggettiva. Questo modifica radicalmente la nostra comprensione dell’irritabilità associata all’appetito. Non si tratta di un meccanismo automatico, né di una risposta esclusivamente biochimica. È un processo che coinvolge la consapevolezza. Quando la fame rimane impercettibile, l’umore resta equilibrato. Quando diventa manifesta, interviene la dimensione cognitiva. È in quel momento che il segnale fisiologico si converte in stato emotivo.

I ricercatori lo hanno osservato con evidenza: includendo la fame percepita nelle analisi statistiche, la correlazione diretta tra glicemia e umore quasi si annulla. È la percezione dell’appetito a determinare il mutamento emotivo, non il livello ematico.

Chi riconosce i segnali corporei mantiene l’equilibrio

Esiste inoltre un ulteriore elemento rilevante. Lo studio ha valutato l’interocezione, ovvero la capacità di rilevare e interpretare i segnali provenienti dall’interno del corpo: appetito, sete, tensione muscolare, rilassamento.

Non tutti possiedono questa abilità nella stessa misura. Alcuni individui captano immediatamente i primi indizi, altri li notano solo quando diventano intensi. Ebbene, chi possiede una maggiore sensibilità corporea tende a sperimentare minori oscillazioni emotive, anche quando la glicemia subisce variazioni significative.

Secondo il professor Nils Kroemer, questa competenza agisce come un cuscinetto emotivo. Percepire il corpo, comprenderlo prima che manifesti segnali d’allarme, contribuisce a mantenere maggiore stabilità, anche in condizioni di calo energetico.

È una distinzione delicata ma fondamentale: non si tratta di dominare il corpo, ma di prenderne coscienza. Numerose ricerche precedenti avevano tentato di comprendere la relazione tra appetito e umore in ambienti controllati, con pasti standardizzati e protocolli rigidi. I risultati erano frequentemente discordanti. Alcuni evidenziavano un nesso forte, altri nessun effetto. Osservare la quotidianità ha chiarito il motivo. Le nostre giornate sono irregolari. Dormiamo poco, mangiamo a orari variabili, ci muoviamo in modo casuale. Tuttavia, in mezzo a questa variabilità, una costante persiste: quando percepiamo l’appetito, l’umore si modifica.

L’evidenza si ripresenta in persone con stili di vita differenti, costituzioni diverse, routine diverse. Non importa chi tu sia o come vivi. Ciò che conta è se quella fame raggiunge la soglia della consapevolezza. Questa scoperta apre considerazioni interessanti anche nell’ambito della salute psicologica. Disturbi emotivi e alterazioni metaboliche spesso coesistono. Comprendere meglio il ruolo della consapevolezza somatica potrebbe contribuire a gestire entrambe le condizioni.

I ricercatori ipotizzano che sviluppare la capacità di riconoscere i segnali interni, o intervenire su canali di comunicazione come il nervo vago, possa promuovere una maggiore stabilità emotiva. Non si tratta di modificare la glicemia, ma di prevenire che l’appetito arrivi inaspettato. Riconoscere tempestivamente di avere fame, invece di accorgersene quando l’irritazione è già manifesta, può produrre una differenza tangibile.

Il messaggio conclusivo è chiaro. Non è l’organismo che ci inganna quando siamo affamati, ma il modo in cui elaboriamo i suoi messaggi. L’appetito diventa un’emozione nel momento in cui lo riconosciamo come tale. Ascoltare il corpo, senza trascurarlo e senza amplificarlo eccessivamente, può aiutarci a vivere giornate più armoniose. Anche sul piano emotivo.

Fonte: EBioMedicine

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