Tre tazze di caffè al giorno possono ridurre il rischio di demenza

Ricerca durata 43 anni su oltre 130mila persone mostra che consumare 2-3 tazze di caffè quotidiane riduce del 18% il rischio di declino cognitivo.

Con l’avanzare dell’età, la nostra mente diventa come un contenitore fragile: conserva ricordi, volti, gesti quotidiani, ma talvolta qualcosa sfugge, come accade quando una corrente d’aria trova uno spiraglio in una casa antica. È proprio in questa vulnerabilità condivisa che il caffè riconquista un ruolo degno di nota. Questa volta supportato da una mole di evidenze scientifiche impossibile da ignorare: 131.821 soggetti osservati, decenni di monitoraggio, migliaia di casi documentati e un’indicazione che, pur mantenendo la dovuta cautela, punta costantemente verso la medesima conclusione.

La ricerca ha monitorato per un massimo di 43 anni individui coinvolti nel Nurses’ Health Study e nell’Health Professionals Follow-Up Study, due ampie coorti fondamentali per chi indaga sull’invecchiamento e il benessere a lungo termine. Gli studiosi hanno raccolto valutazioni periodiche sull’alimentazione, diagnosi di declino mentale, autovalutazioni del deterioramento cognitivo e misurazioni oggettive delle capacità intellettive. All’interno di questo vasto database di esistenze, 11.033 individui hanno manifestato demenza. Proprio per tale ragione il segnale emerso merita considerazione: tra coloro che consumavano maggiori quantità di caffè contenente caffeina, la probabilità di sviluppare demenza risultava inferiore del 18% rispetto a chi lo assumeva sporadicamente o mai.

Il risultato più significativo si concentrava in una quantità molto specifica, quasi quotidiana, da colazione e intervallo lavorativo: 2-3 tazze di caffè contenente caffeina ogni giorno oppure 1-2 tazze di tè. Superata quella soglia il beneficio rimaneva sostanzialmente invariato, senza aumentare in modo marcato né mostrare indicazioni di effetti negativi. Si tratta di quei risultati che colpiscono proprio per la loro moderazione: nessun effetto eclatante, nessuna garanzia sensazionalistica, solamente un’associazione misurata che resiste anche quando l’osservazione si prolunga considerevolmente.

La preservazione cognitiva, d’altronde, non riguardava soltanto la diagnosi clinica. Tra i consumatori di caffè con caffeina emergeva anche una percentuale inferiore di declino cognitivo autovalutato, con un 7,8% contro il 9,5% rilevato tra chi ne consumava poco o nulla. In alcune rilevazioni apparivano anche performance migliori nei test oggettivi di funzionalità cognitiva generale. Detto in termini più semplici: cervelli leggermente più vigili, leggermente più saldi, leggermente meno soggetti a quella confusione che con gli anni inizia a depositarsi sulle giornate.

L’elemento che emerge resta la caffeina

Il tè, infatti, presentava un andamento analogo. Il decaffeinato, al contrario, rimaneva escluso dal beneficio rilevato. È precisamente questo particolare a orientare i ricercatori verso un’ipotesi definita: la caffeina potrebbe giocare un ruolo rilevante nel quadro neuroprotettivo evidenziato dalla ricerca, pur all’interno di una questione che richiede ancora approfondimenti ulteriori per chiarire meccanismi, rilevanza dei singoli componenti e relazioni di causa-effetto. Caffè e tè contengono anche polifenoli e altre molecole bioattive che, secondo il razionale biologico citato dagli autori, possono contribuire a contenere infiammazione e stress ossidativo, due fenomeni che spesso intervengono quando la capacità cognitiva inizia a declinare.

Il team di ricerca ha interpretato questi dati come un elemento possibile, non come una soluzione miracolosa. Daniel Wang, autore senior del lavoro presso Mass General Brigham, Harvard Chan School e Broad Institute, ha sottolineato che proprio la diffusione quotidiana del caffè lo rendeva un candidato interessante da esaminare come strumento preventivo, mentre il vero valore del progetto risiedeva nella qualità dei dati raccolti per oltre quattro decenni. Contemporaneamente ha mantenuto un approccio cauto, quello appropriato: il beneficio osservato rimane contenuto, e la tutela cerebrale dipende comunque da molteplici fattori combinati.

Un’associazione misurata

Qui risiede l’aspetto più rilevante. Un 18% all’interno di uno studio osservazionale costituisce una misura cauta, distante dalle percentuali che immediatamente suggeriscono una scoperta conclusiva. Tuttavia la combinazione tra campione vastissimo, follow-up prolungatissimo e valutazioni ripetute rende questo segnale più difficile da liquidare come variazione casuale. Inoltre il risultato non emerge isolato: si colloca in una letteratura già consistente che, negli anni, ha frequentemente associato caffè e tè a esiti più positivi sul piano neurologico e vascolare. Una precedente ricerca del 2021, ad esempio, aveva già correlato il consumo di caffè e tè a una probabilità ridotta di ictus e demenza.

La prevenzione, in questo ambito, assume un’importanza particolare. Le terapie attualmente disponibili per la demenza rimangono limitate e tendono a fornire benefici contenuti quando i sintomi si sono già manifestati nella vita di una persona e dei suoi familiari. Per questo motivo gli autori sottolineano il valore dei fattori modificabili, tra cui l’alimentazione. Anche un’abitudine semplice e diffusissima come il consumo di caffè, considerata con prudenza e senza trasformarla in un dogma nutrizionale, può rappresentare un tassello utile del ragionamento.

C’è poi un ulteriore particolare che amplia la portata del risultato: il vantaggio osservato si è mantenuto anche confrontando persone con predisposizioni genetiche differenti verso la demenza. In altri termini, il profilo favorevole del caffè o della caffeina appariva simile sia nei soggetti con rischio genetico più elevato sia in quelli con rischio più contenuto. Yu Zhang, primo autore dello studio, ha interpretato proprio così il dato: il possibile beneficio sembra distribuirsi lungo l’intero spettro del rischio, senza favorire un solo gruppo.

Alla fine rimane questo: per 43 anni, attraverso questionari, diagnosi e test cognitivi, il caffè con caffeina ha continuato a posizionarsi dalla stessa parte. Dalla parte di una mente che resiste meglio. Ed è proprio questa costanza a conferire peso al risultato: quando un’indicazione persiste così a lungo, smette di apparire come un dettaglio.

Fonte: JAMA

Condividi su Whatsapp Condividi su Linkedin