Nuove tariffe per 448 prestazioni sanitarie dal 21 settembre: per i non esenti il ticket può crescere in modo significativo.
Il 20 settembre 2026 Giorgia Meloni, salendo sul palco di Fenix, la kermesse organizzata da Gioventù nazionale, ha annunciato un limite massimo di studenti stranieri per ogni classe, oltre al divieto di indossare burqa e niqab negli istituti scolastici. Le reazioni non si sono fatte attendere: le forze di opposizione hanno duramente criticato la misura, mentre i dirigenti scolastici hanno posto un interrogativo molto concreto: come si può applicare un tetto numerico se la scuola ha l’obbligo di accogliere tutti i bambini residenti nella zona?
Il giorno successivo sono scattate in vigore le nuove tariffe per le prestazioni sanitarie. Non si trattava di una novità improvvisa: se ne parlava già da diversi mesi e l’accordo con le Regioni era stato raggiunto a luglio. Ciò che colpisce, tuttavia, è lo stridente contrasto tra i due eventi: da un lato una polemica capace di infiammare il confronto politico nel giro di poche ore, dall’altro un aggiornamento di listino molto meno spendibile nei comizi, ma che per alcuni cittadini si traduce in una spesa maggiore allo sportello del CUP quando si presenta una nuova ricetta medica.
Numerose prime visite specialistiche passano da 25 a 26 euro. Una visita cardiologica comprensiva di elettrocardiogramma sale da 33,60 a 38 euro, mentre un agoaspirato mammario passa da 31,25 a 36,50 euro. Perfino il semplice prelievo venoso costa cinquanta centesimi in più: da 3,80 a 4,30 euro. Un rincaro che non si può certo giustificare con la scarsità di sangue da analizzare.
Queste sono soltanto alcune delle nuove tariffe massime stabilite dal decreto congiunto del Ministero della Salute e del Ministero dell’Economia datato 7 agosto 2026. L’aggiornamento coinvolge 448 prestazioni ambulatoriali specialistiche e 222 codici relativi all’assistenza protesica. Questo non vuol dire che ogni cittadino pagherà automaticamente queste cifre: le esenzioni, i tetti massimi applicabili al ticket e le normative regionali continuano a influenzare l’importo finale. Per una fetta di popolazione non esente, però, sottoporsi a una visita o a un esame diagnostico può comportare un esborso superiore rispetto a prima.
Il nuovo tariffario si inserisce in un contesto dove milioni di cittadini avevano già trovato, ben prima di questo provvedimento, una soluzione drastica al problema dell’accesso alle cure: smettere semplicemente di rivolgersi al servizio sanitario.
Indice
Prima il problema di prenotare, poi quello di pagare
Nel corso del 2024, 5,8 milioni di persone – pari al 9,9% della popolazione italiana – hanno dichiarato di aver rinunciato a visite specialistiche o esami di cui avevano bisogno. Il dato emerge dal Rapporto annuale 2025 dell’Istat. Nel 2023 la percentuale si fermava al 7,5%, mentre prima della pandemia, nel 2019, era del 6,3%.
Il motivo principale della rinuncia sono le lunghe liste d’attesa: nel 2024 il 6,8% della popolazione ha citato questa causa, contro il 4,5% registrato l’anno precedente. Al secondo posto troviamo le difficoltà economiche, indicate dal 5,3% degli intervistati come motivazione per rinunciare alle cure. Trattandosi di ragioni che possono sovrapporsi, le percentuali non sono sommabili tra loro. Resta comunque evidente una duplice criticità: c’è chi non riesce a curarsi perché i tempi di attesa sono troppo lunghi, e chi non ce la fa perché i costi sono troppo elevati. L’aggiornamento delle tariffe finisce per collocarsi esattamente a metà tra questi due ostacoli.
Parallelamente cresce anche il ricorso alle strutture private. Sempre secondo i dati Istat, nel 2024 il 23,9% dei cittadini ha pagato per intero, di tasca propria, l’ultima prestazione specialistica ricevuta, senza alcun rimborso assicurativo. L’anno precedente questa quota si fermava al 19,9%. Un balzo di quattro punti percentuali in appena dodici mesi: quando la sanità pubblica arriva fuori tempo massimo, il portafoglio personale diventa rapidamente l’alternativa più praticata.
Va precisato che questi dati risalgono al 2024 e non possono quindi riflettere gli effetti dei rincari entrati in vigore due anni più tardi. Ci dicono però su quale terreno già fragile questi aumenti, per quanto circoscritti e limitati ai non esenti, vanno ad abbattersi.
L’entità reale degli aumenti sui ticket
A questo punto serve fare chiarezza, perché affermare genericamente che “il ticket per la visita cardiologica cresce di 4,40 euro” sarebbe fuorviante. Va anche precisato che gli aumenti non toccano l’intero tariffario: secondo quanto dichiarato dal ministro della Salute Orazio Schillaci, otto prestazioni su dieci mantengono le tariffe invariate. Le cifre fissate dal decreto rappresentano tariffe massime di riferimento per remunerare le prestazioni: quanto effettivamente versa il paziente dipende da esenzioni, dalla Regione di appartenenza e dai tetti applicati.
Per quanto riguarda la specialistica ambulatoriale, il Ministero della Salute stabilisce come regola generale un ticket equivalente alla tariffa delle prestazioni fino a un massimo di 36,15 euro per ricetta, salvo esenzioni specifiche e discipline regionali diverse.
Prendiamo ad esempio la visita cardiologica con elettrocardiogramma: la tariffa cresce da 33,60 a 38 euro. Laddove si applica quel tetto massimo, il paziente non esente si fermerebbe a 36,15 euro, quindi l’aumento effettivo rispetto ai precedenti 33,60 euro sarebbe di 2,55 euro. Per l’agoaspirato mammario, invece, la tariffa sale da 31,25 a 36,50 euro, e anche in questo caso il tetto potrebbe lasciare fuori gli ultimi 35 centesimi.
Due euro e cinquantacinque centesimi. Un euro. Cinquanta centesimi. Presi singolarmente sembrano dettagli trascurabili. Del resto, anche una lista d’attesa si compone di un giorno dopo l’altro. Una media nazionale, poi, riesce a rendere qualsiasi rincaro quasi impercettibile: distribuendo una cifra su milioni di persone, sembra di parlare degli spiccioli dimenticati sotto il sedile dell’auto.
Al CUP, però, nessuno paga in base a una media. Chi ha diritto all’esenzione non paga nulla. Chi deve sottoporsi a una determinata prestazione paga esattamente quella cifra. Chi ne deve effettuare diverse inizia a sommare gli importi. E chi ha già rinunciato alle cure per motivi economici difficilmente troverà consolazione nel sapere che, spalmato sull’intera popolazione, il suo personale aumento risulta minimo.
Le ragioni dietro la revisione tariffaria
Questa revisione risponde a una necessità concreta. Il precedente tariffario, risalente al 2024, era stato impugnato in tribunale e il TAR del Lazio ne aveva disposto l’annullamento con effetto differito, contestando il metodo seguito per calcolare gli importi. Il Governo ha dovuto quindi rideterminare le tariffe attraverso una nuova procedura istruttoria. La legge di Bilancio 2026 ha stanziato 100 milioni di euro per l’anno in corso e 183 milioni annui a partire dal 2027 specificamente per questo aggiornamento, come conferma anche il decreto pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale.
Secondo quanto riportato dalla Conferenza delle Regioni, l’impatto complessivo del nuovo decreto sulle casse pubbliche ammonterà a circa 210,7 milioni di euro annui: di questi, 183,1 milioni riguardano la specialistica ambulatoriale e 27,6 milioni la protesica. Adeguare tariffe destinate a remunerare strutture sanitarie, personale medico, tecnologie e servizi ha una motivazione tutt’altro che misteriosa: anche mandare avanti un ambulatorio comporta dei costi. Medici, apparecchiature e reagenti chimici, purtroppo, non si materializzano dal nulla.
La questione diventa più delicata nel momento in cui una parte dell’adeguamento va a incidere direttamente sul cittadino al momento del pagamento. Nella documentazione discussa in sede parlamentare, i 183,1 milioni destinati alla specialistica vengono infatti calcolati al netto della maggiore partecipazione mediante ticket. In pratica, una porzione dell’aumento ricade direttamente sulle spalle dei cittadini non esenti. Secondo le proiezioni del Ministero della Salute, diffuse da ANSA, si tratta complessivamente di circa 27 milioni di euro aggiuntivi in ticket ogni anno, con una media di 1,50 euro annui per ciascun cittadino non esente. Ancora una volta, si parla di una media.
E quel passaggio assume un significato diverso se letto insieme ai dati sull’accesso alle cure. In un Paese dove quasi una persona su dieci ha già dovuto rinunciare a una visita o a un esame necessario, pochi euro possono certamente sembrare una cifra irrisoria. Tutto dipende però da quante volte bisogna tirarli fuori dalla tasca e da quanti ne restano prima di entrare in ambulatorio.
Prima l’attesa, poi eventualmente il conto da pagare
Il Servizio sanitario nazionale nasce sul principio dell’accesso universale alle cure. Oggi però deve confrontarsi con una realtà in cui milioni di cittadini rinunciano alle prestazioni sanitarie, le liste d’attesa spingono sempre più persone verso il settore privato, e quasi un cittadino su quattro dichiara di aver pagato per intero, di tasca propria, l’ultima visita o esame specialistico ricevuto.
Le nuove tariffe non bastano da sole a spiegare le difficoltà del sistema sanitario italiano. Le liste d’attesa, la carenza di personale, le disparità territoriali e la crescita della spesa privata affondano le radici in problemi molto più profondi e strutturali. Il nuovo tariffario, tuttavia, rappresenta un ulteriore piccolo ostacolo per quella parte di cittadini che riesce ancora a restare all’interno del sistema pubblico.
Gli aumenti coinvolgono soltanto una parte delle prestazioni sanitarie. Ma anche decidere che alcune debbano costare di più è comunque una scelta politica, che forse meriterebbe la stessa attenzione mediatica riservata a una polemica sul burqa. Prima arriva la prenotazione. Poi l’attesa. Se l’attesa si prolunga troppo, subentra il privato. Se invece si riesce a restare nel sistema pubblico, in alcuni casi si presenta il ticket aggiornato. La sanità italiana offre ormai diversi percorsi possibili. Curiosamente, quasi tutti passano attraverso il portafoglio del cittadino.