Ricerca su 35mila persone svela proteine infiammatorie legate a Lp(a) e trigliceridi, nuovi fattori di rischio per il cuore.
Tenere basso il colesterolo cattivo resta una delle armi più potenti contro gli infarti, ma non azzera completamente il pericolo. Per comprendere questo fenomeno, un team internazionale di studiosi ha esaminato campioni ematici provenienti da oltre 35mila volontari, scoprendo 36 proteine legate a due particolari categorie di particelle che veicolano grassi nel circolo sanguigno. Buona parte di esse risulta coinvolta in meccanismi infiammatori capaci di danneggiare le pareti arteriose.
La ricerca, condotta sotto la guida della Chalmers University of Technology svedese e pubblicata sull’European Heart Journal, indica come certe lipoproteine possano favorire le patologie cardiovascolari attraverso vie differenti rispetto al semplice accumulo di colesterolo. Si tratta di un dato rilevante soprattutto per quei pazienti che, pur mantenendo valori di LDL nella norma, continuano a correre rischi a livello coronarico.
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Il colesterolo ldl non agisce da solo nel danneggiare le arterie
Il termine colesterolo cattivo indica comunemente l’LDL, la lipoproteina incaricata di trasportare il colesterolo nel sangue. Quando i suoi livelli sono troppo elevati, favorisce la formazione di depositi lungo le pareti arteriose, che possono progressivamente restringersi fino a ostacolare la normale circolazione.
Tuttavia, le LDL non sono le uniche protagoniste di questo scenario. Nel nostro organismo circolano anche le lipoproteine ricche di trigliceridi (TRL) e la lipoproteina(a), nota come Lp(a). Le prime veicolano principalmente trigliceridi, oltre a una quota di colesterolo. La seconda presenta caratteristiche simili alle LDL, ma con una peculiarità: la sua quantità nel sangue è determinata in gran parte dal patrimonio genetico ereditato.
Anche queste due tipologie di particelle possono partecipare alla costruzione delle placche arteriose. Ricerche precedenti avevano già ipotizzato che, a parità numerica, TRL e Lp(a) potessero risultare addirittura più nocive delle LDL. Gli studiosi hanno quindi voluto approfondire cosa succeda realmente nel sangue in presenza di queste diverse molecole, scoprendo un’affinità piuttosto significativa.
Le 36 proteine che hanno catturato l’interesse degli studiosi
Per giungere a queste conclusioni, i ricercatori hanno utilizzato i dati raccolti da 35.269 partecipanti della UK Biobank, un vasto archivio sanitario britannico. Nessuno dei soggetti coinvolti presentava, all’avvio dello studio, precedenti di malattia coronarica, ictus o disturbi alle arterie periferiche. Sono state analizzate 2.918 proteine ematiche, mettendole in relazione con i livelli delle varie lipoproteine, e i risultati sono stati poi incrociati con il profilo genetico e la storia clinica dei partecipanti.
Nell’arco di un periodo di osservazione medio di quasi 14 anni, 1.599 individui hanno sviluppato una malattia coronarica, ovvero una condizione che colpisce le arterie deputate a irrorare il cuore e che può sfociare in un infarto. L’analisi ha rivelato che 30 proteine risultavano associate alle LDL, 471 alle TRL e 53 alla Lp(a). L’elemento sorprendente è emerso confrontando questi ultimi due gruppi: 36 delle 53 proteine collegate alla Lp(a) risultavano associate anche alle TRL.
Molte di queste molecole partecipano all’attivazione delle difese immunitarie, ai processi infiammatori e alle trasformazioni delle pareti vascolari. Le proteine legate alle LDL, invece, risultavano prevalentemente connesse al metabolismo lipidico. In pratica, TRL e Lp(a) sembrano condividere un meccanismo comune nel modo in cui possono contribuire al deterioramento delle arterie, entrambe associate a fenomeni infiammatori che potrebbero favorire l’insorgenza di patologie coronariche. I risultati principali sono stati confermati anche analizzando un secondo campione composto da 5.915 partecipanti statunitensi, ottenendo riscontri in linea con i primi.
Qual è il legame tra infiammazione e rischio di infarto?
Quando si parla di infiammazione, il pensiero corre solitamente a un’infezione, una lesione o una zona del corpo gonfia e dolente. Esistono però anche processi infiammatori silenziosi che si sviluppano all’interno dei vasi sanguigni, senza manifestare sintomi immediatamente percepibili. Alcune proteine possono richiamare le cellule immunitarie e contribuire a modificare la struttura delle pareti arteriose, alimentando i meccanismi tipici dell’aterosclerosi.
Stando alle elaborazioni statistiche degli autori, i segnali collegati all’infiammazione e alle alterazioni vascolari potrebbero spiegare circa il 62% della relazione osservata tra TRL e malattia coronarica e il 14% di quella riguardante la Lp(a). È importante però interpretare correttamente questi numeri: indicano quanta parte del legame osservato venga giustificata dal modello statistico utilizzato, non quanti infarti si potrebbero effettivamente evitare eliminando tali segnali.
Come spiegano i ricercatori della Chalmers University of Technology, questa scoperta potrebbe aprire la strada a nuovi bersagli terapeutici per la prevenzione cardiovascolare. Prima, però, sarà necessario capire quali proteine contribuiscano direttamente al danno arterioso e quali rappresentino semplicemente indicatori di processi già avviati.
Cosa significa tutto questo per chi monitora il colesterolo
Al momento, le raccomandazioni restano invariate: mantenere sotto controllo il colesterolo LDL continua a essere essenziale per la salute cardiaca. Lo studio arricchisce le nostre conoscenze sui possibili meccanismi alla base del rischio cardiovascolare, ma non ha ancora portato alla sperimentazione di nuove terapie.
Esiste comunque un test ematico che permette già di misurare una delle particelle oggetto della ricerca: la lipoproteina(a). Diversamente dalle LDL, i livelli di Lp(a) dipendono in gran parte dalla componente genetica e possono risultare utili per identificare persone con un rischio cardiovascolare superiore a quanto suggerito dai tradizionali esami del colesterolo.
Le linee guida europee aggiornate nel 2025 raccomandano di effettuare almeno una misurazione della Lp(a) nel corso della vita adulta. Un valore elevato rappresenta infatti uno dei parametri che i medici possono considerare per valutare il rischio complessivo, insieme a pressione arteriosa, abitudine al fumo, diabete e predisposizione familiare.
Per quanto riguarda le 36 proteine individuate dallo studio, siamo ancora in una fase puramente sperimentale. Non esiste al momento alcun esame clinico che le utilizzi per prevedere gli infarti, né è stato dimostrato che agire direttamente su questi segnali riduca effettivamente il rischio. Il prossimo obiettivo della ricerca sarà verificare se misurarli o modificarli possa effettivamente migliorare le strategie di prevenzione, integrando le terapie già disponibili. Il colesterolo cattivo resta dunque sotto stretta osservazione, ma la scienza suggerisce che, per proteggere davvero le arterie, potrebbe essere opportuno tenere d’occhio anche i suoi compagni di viaggio.