Le parole che diventano simboli: Albanese ed Epstein al centro della tempesta mediatica

Come frammenti decontestualizzati e narrazioni estreme alterano la percezione pubblica: un'analisi psicologica di due casi emblematici.

Esistono istanti in cui un termine assume dimensioni sproporzionate rispetto al discorso: penetra nel confronto pubblico e modifica l’atmosfera generale. È accaduto con Francesca Albanese, in seguito ad alcune sue affermazioni riguardanti Gaza. Governi di Francia e Germania, insieme a diversi rappresentanti politici italiani, ne hanno richiesto le dimissioni dalla posizione nelle Nazioni Unite. La controversia si è focalizzata su espressioni ritenute oltraggiose e su un filmato diffuso in rete contenente estratti decontestualizzati. Albanese ha denunciato manipolazioni nei montaggi e diffusione di frasi private del loro contesto originario.

Nel giro di poche giornate il confronto ha cambiato direzione: l’attenzione non era più rivolta esclusivamente al merito delle sue valutazioni. Si discuteva della sua figura, della credibilità, del termine impiegato, della cornice interpretativa. Il vocabolo cessa di rappresentare un mezzo comunicativo e si trasforma in emblema. Viene estrapolato, reiterato, amplificato.

Si tratta di una meccanica che ci è familiare. Un’affermazione viene propagata senza il contesto precedente né quello successivo. La durata del discorso si comprime in manciata di secondi. L’esegesi si semplifica. La stratificazione concettuale si appiattisce. Nel caso della funzionaria ONU, la polemica si è alimentata proprio di questa velocizzazione. Il lessico è divenuto terreno di scontro e l’individuo si è trasformato in obiettivo simbolico. Il contenuto sostanziale si è dissolto all’interno della narrazione dominante. Questa dinamica possiede un’identità precisa e radici lontane.

Uno studio apparso su Learning & Memory dimostra come l’inserimento di elementi ingannevoli all’interno di una narrazione autentica modifichi la nostra memoria. Il cervello effettua un’integrazione. Non conserva separatamente la versione integrale e quella manipolata. Costruisce un’unica narrazione dotata di coerenza interna. Se un frammento acquisisce viralità, quel frammento può sostituirsi all’intero racconto nella memoria sociale. Si tratta di un meccanismo umano e tremendamente efficace.

I documenti Epstein e il disturbo che altera la percezione

Con Jeffrey Epstein ci troviamo su un piano ancora più scivoloso. Gli atti processuali descrivono violenze su minori e un apparato di sfruttamento di estrema gravità. Il documentario prodotto da Netflix ha riportato in primo piano le testimonianze delle persone offese e i particolari investigativi. I cosiddetti “Epstein Files” includono documenti legali, corrispondenza elettronica, immagini fotografiche, materiale raccolto nel corso delle investigazioni.

Tutto ciò corrisponde a realtà. Certificato. Nel corso del tempo, tuttavia, intorno a quella documentazione si sono diffuse interpretazioni ancor più radicali prive di conferme ufficiali. Imputazioni talmente gravi da propagarsi rapidamente attraverso piattaforme social, all’interno di comunità online e contenuti virali. Nel dibattito collettivo sui documenti Epstein, durante un’audizione istituzionale statunitense, lo scontro è giunto fino a sollevare accuse di antisemitismo tra rappresentanti politici, testimonianza di quanto velocemente la discussione possa spostarsi dai documenti alle categorizzazioni identitarie.

A questo punto interviene un ulteriore fattore analizzato dalla ricerca psicologica.

Una pubblicazione apparsa su Information Processing & Management chiarisce come i pregiudizi cognitivi condizionino la modalità con cui valutiamo i dati, persino quando siamo convinti di agire razionalmente. Il pregiudizio di conferma ci induce a privilegiare ciò che consolida le nostre convinzioni preesistenti. L’effetto ancoraggio altera la valutazione successiva sulla base del primo elemento impattante che incontriamo. Il cervello ricerca coerenza narrativa, non imparzialità.

Quando eventi gravissimi vengono accostati ad accuse inverosimili, la percezione complessiva può subire alterazioni. La mente valuta l’insieme nel suo complesso. Se una componente appare sproporzionata, l’intera ricostruzione rischia di perdere definizione. La rassegna pubblicata su BMC Psychology aggiunge un elemento ulteriore. Le informazioni false si propagano con maggiore facilità quando attivano reazioni emotive intense quali rabbia e sdegno. L’emozione accelera la condivisione. L’approfondimento rallenta.

All’interno di questo meccanismo si nasconde qualcosa che trascende la semplice distrazione cognitiva. L’eccesso non rappresenta sempre disturbo casuale. Quando alle evidenze documentate di violenze sistematiche si affiancano imputazioni implausibili, la mente non separa automaticamente i piani, ma li mette a confronto. E ciò che era estremamente grave, misurato accanto all’inconcepibile, può iniziare a sembrare quasi normale. Non si tratta di un effetto secondario, ma dell’obiettivo: chi introduce narrazioni estreme in un dibattito fondato su fatti verificati non sta necessariamente cercando credibilità. Sta spostando il parametro di valutazione. Sta rendendo il reale più accettabile per chi desidera accettarlo.

Il collegamento invisibile tra vicende differenti

La vicenda Albanese e quella Epstein non sono equiparabili nei contenuti. Sono però accomunate da un processo mentale analogo. La nostra mente integra ogni elemento: viviamo sommersi da notifiche, frammenti da trenta secondi, schermate, reazioni. Ci soffermiamo su ciò che ci impressiona maggiormente. Le espressioni più incisive permangono. Gli estratti viaggiano più rapidamente del contesto. Le emozioni orientano il clic.

La percezione collettiva nasce proprio lì. Non nasce esclusivamente nelle aule giudiziarie o nei comunicati istituzionali. Nasce nella modalità con cui ogni frammento si sedimenta nella nostra coscienza. Comprendere questi meccanismi non genera cinismo, ma maggiore consapevolezza. Consente di prendersi un momento aggiuntivo prima di trasformare un frammento in una narrazione completa.

E probabilmente, in un’epoca così satura di parole, rappresenta già un risultato significativo.

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