Infarto e microplastiche: livelli nel sangue molto più alti, lo rivela uno studio italiano

Uno studio italiano collega alte concentrazioni di microplastiche nel sangue a infarto, fumo e inquinamento atmosferico.

Le microplastiche sono diventate una presenza costante nella nostra vita quotidiana. Le inaliamo, le assumiamo tramite cibo e acqua e, come confermato da diverse indagini scientifiche degli ultimi anni, riescono a penetrare persino all’interno del corpo umano.

Una delle scoperte che aveva suscitato maggiore clamore proveniva proprio dal nostro Paese. Nel 2024, una ricerca condotta dall’Università della Campania “Luigi Vanvitelli” e pubblicata sul New England Journal of Medicine aveva rilevato la presenza di microplastiche e nanoplastiche all’interno delle placche aterosclerotiche prelevate dalle arterie carotidi di alcuni pazienti.

In quello studio, la presenza di polietilene e policloruro di vinile nelle placche era stata collegata a un rischio superiore di infarto, ictus e decesso durante il periodo di osservazione successivo. Un dato rilevante, che tuttavia gli stessi ricercatori avevano raccomandato di valutare con cautela: si trattava di una correlazione, non della prova di un nesso causale diretto.

Adesso, questo filone di indagine scientifica si arricchisce di nuove evidenze.

Cosa emerge dal sangue dei pazienti colpiti da infarto

Il nuovo lavoro scientifico, pubblicato sull’European Heart Journal, è frutto della collaborazione tra ricercatori della Sapienza Università di Roma, dell’Università di Verona e del Centro di Ricerca sull’Inquinamento Ambientale e le Malattie Cardiovascolari dell’Università della Campania “Luigi Vanvitelli”, diretto da Giuseppe Paolisso insieme a Raffaele Marfella.

Lo studio ha coinvolto 61 pazienti sottoposti a coronarografia. Gli studiosi hanno prelevato campioni ematici sia dalle coronarie sia dai vasi periferici, esaminandoli per individuare la presenza di micro e nanoplastiche.

Il dato più rilevante emerso riguarda le persone colpite da poco da un infarto miocardico acuto. In questo gruppo le particelle plastiche sono state riscontrate nell’84% dei casi, una quota decisamente superiore rispetto a quanto rilevato nei pazienti con cardiopatia ischemica cronica (40%) e in chi presentava arterie coronarie sane (32%).

Non finisce qui: nei soggetti colpiti da infarto sono state riscontrate quantità nettamente maggiori di micro e nanoplastiche nel sangue prelevato dalle coronarie, insieme a una gamma più ampia di tipologie di polimeri. Tra i materiali individuati più spesso figurava il polietilene, una delle materie plastiche più comuni, largamente impiegata negli imballaggi e in innumerevoli oggetti di uso comune.

L’influenza di sigarette e aria inquinata

La ricerca ha provato inoltre a comprendere quali elementi potessero favorire una maggiore concentrazione di queste particelle nel flusso sanguigno.

Ciò che emerge con più chiarezza è il peso dell’esposizione ambientale. I partecipanti residenti in zone con livelli più alti di PM2,5, il particolato sottile capace di raggiungere le zone più profonde dell’apparato respiratorio, presentavano una probabilità maggiore di avere microplastiche nel sangue.

Il fattore più determinante resta comunque il fumo. Secondo quanto emerso dallo studio, chi fuma ha una probabilità circa sei volte superiore di avere micro e nanoplastiche nel sangue rispetto a chi non fuma.

Una possibile spiegazione è che le particelle contenute nel fumo e disperse nell’ambiente possano introdursi nell’organismo tramite i polmoni, per poi raggiungere la circolazione sanguigna. Secondo gli autori dello studio, tabacco, smog e microplastiche potrebbero dunque agire insieme, aumentando il carico di stress sul sistema cardiovascolare.

Un legame con l’infiammazione

Un ulteriore aspetto degno di nota riguarda i processi infiammatori. Nei pazienti con concentrazioni più alte di microplastiche sono stati riscontrati anche valori superiori di alcuni indicatori infiammatori, in particolare il TNF-α (fattore di necrosi tumorale alfa) e l’IL-6 (interleuchina-6).

Questi elementi fanno pensare a un possibile collegamento tra la presenza di particelle plastiche nel corpo e i meccanismi infiammatori tipici degli eventi cardiovascolari acuti.

Si tratta di un dato particolarmente significativo, dato che l’infiammazione svolge un ruolo riconosciuto nell’insorgenza e nell’evoluzione delle patologie cardiovascolari. Anche in questo caso, però, lo studio non permette ancora di chiarire con precisione la direzione della relazione: non è possibile stabilire se le microplastiche contribuiscano in modo diretto all’infiammazione e all’infarto, oppure se la loro maggiore presenza dipenda da altri fattori legati alle condizioni dei pazienti coinvolti.

Le microplastiche provocano davvero gli infarti?

È la domanda che sorge spontanea davanti a risultati simili. La risposta, per ora, è negativa: non esiste ancora una prova certa che le microplastiche siano responsabili dirette dell’infarto.

Questo nuovo studio ha infatti natura osservazionale ed è stato condotto su un campione numericamente limitato. I dati raccolti evidenziano una correlazione robusta tra presenza di micro e nanoplastiche nel sangue, esposizione a determinati fattori ambientali e insorgenza di infarto miocardico acuto, ma non consentono di stabilire un rapporto di causa-effetto.

Per questo motivo si renderanno necessari studi più estesi e approfonditi, capaci di chiarire meglio come queste particelle riescano a penetrare nell’organismo, per quanto tempo permangano in circolazione e, soprattutto, se possano intervenire direttamente nei meccanismi biologici che scatenano un evento cardiovascolare.

Questa nuova ricerca risulta comunque preziosa perché aggiunge un elemento importante a quanto già emerso dallo studio italiano del 2024. In quell’occasione le microplastiche erano state individuate all’interno delle placche aterosclerotiche delle arterie carotidi, con una presenza collegata a un rischio più elevato di eventi cardiovascolari. Ora gli studiosi hanno riscontrato una maggiore concentrazione di queste particelle anche nel sangue di persone colpite da infarto acuto.

Si tratta quindi di due osservazioni distinte ma convergenti, che rendono ancora più urgente approfondire lo studio del possibile ruolo delle microplastiche nella salute del cuore e dei vasi sanguigni.

Nel frattempo, la plastica resta una presenza sempre più difficile da evitare: è presente nell’ambiente, nell’aria che respiriamo, nell’acqua e negli alimenti che consumiamo. La comunità scientifica sta ora cercando di capire non soltanto il livello della nostra esposizione, ma anche quali effetti concreti questa possa avere sulla nostra salute.

Mentre la ricerca prosegue il suo percorso, un aspetto risulta sempre più chiaro: ridurre la produzione e la dispersione della plastica non rappresenta soltanto una battaglia ambientale, ma potrebbe rivelarsi anche un tassello fondamentale nella prevenzione dei rischi per la salute.

Fonte: Vanvitelli Magazine

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