Tribunale supremo indiano sancisce che benessere mestruale rientra tra diritti fondamentali costituzionali, abbattendo stigma e barriere sociali.
“Vogliamo comunicare a ogni ragazza che ha dovuto rinunciare alla scuola perché il suo corpo è stato visto come un fardello: non è colpa sua”.
Così si è espressa la Corte Suprema dell’India nelle scorse settimane, concludendo la pronuncia relativa al procedimento Dr. Jaya Thakur v. Government of India, dichiarando che il benessere mestruale rientra nel diritto essenziale alla vita e alla libertà individuale, tutelato dall’articolo 21 della Carta costituzionale indiana.
Questa pronuncia costituisce una svolta significativa: il ciclo mestruale non viene più considerato un affare personale o intimo, ma diventa una questione collettiva che coinvolge l’intera società, le istituzioni pubbliche e il mondo dell’istruzione, identificando il benessere mestruale come conoscenza corporea e indipendenza personale.
Gli ostacoli che frenano educazione e inclusione
Nella sua argomentazione, il tribunale associa il benessere mestruale all’equità sociale, ammettendo che diverse barriere impediscono a molte giovani e persone mestruate di prendere parte attivamente alla vita educativa.
Fra questi ostacoli troviamo:
- crampi mestruali severi (dismenorrea)
- carenza di informazioni sul ciclo
- mancanza di strutture igieniche idonee
- convenzioni sociali oppressive e tabù
Secondo i magistrati, “i diritti possono essere effettivamente assicurati soltanto considerando le disuguaglianze strutturali connesse a genere, casta, religione, etnia e status socioeconomico”.
La pronuncia ammette che molte persone devono fronteggiare svantaggi sovrapposti, tuttavia l’analisi rimane parziale. Oltre a non considerare la condizione di persone transgender e non binarie che mestruano, la questione della discriminazione di casta resta in parte irrisolta. In India, infatti, gli appartenenti alle comunità Dalit subiscono abitualmente una stigmatizzazione proprio legata al ciclo mestruale e vengono frequentemente impiegati nelle mansioni di pulizia e gestione dei rifiuti sanitari.
La scelta del tribunale di potenziare i sistemi di gestione dei rifiuti mestruali negli istituti scolastici è stata accolta con favore, ma alcuni osservatori evidenziano che questo compito rischia di gravare nuovamente sui lavoratori Dalit, perpetuando gerarchie sociali profondamente radicate.
Oltre l’igiene: la questione dell’autodeterminazione corporea
Il tribunale evidenzia un aspetto cruciale: la scarsa conoscenza del proprio corpo limita l’autodeterminazione individuale. Secondo la pronuncia, le persone devono poter decidere riguardo al proprio corpo senza condizionamenti sociali o pregiudizi, superando la convinzione che le mestruazioni debbano essere celate o affrontate in modo nascosto.
Tuttavia, i magistrati riconoscono anche un pericolo: focalizzarsi esclusivamente sulla gestione igienica del ciclo mestruale – il cosiddetto menstrual hygiene management – può far pensare che sia sufficiente fornire prodotti mestruali per affrontare la questione. Un approccio puramente tecnico rischia infatti di consolidare l’idea che il ciclo sia qualcosa da controllare e occultare per preservare la “dignità”.
Tra le direttive del tribunale figura anche l’esigenza di potenziare l’educazione mestruale negli istituti, attraverso programmi didattici attenti alle tematiche di genere e preparazione mirata per il personale docente. Un aspetto rilevante riguarda il coinvolgimento di uomini e giovani maschi, ritenuti fondamentali per abbattere stigma e tabù.
Secondo i magistrati, la vera sfida non consiste nel “sanificare” il corpo femminile, ma nell’eliminare i pregiudizi che avvolgono le mestruazioni. Finora numerose politiche pubbliche – specialmente in India – si sono concentrate quasi unicamente sull’igiene, promuovendo una visione “sterilizzata” del ciclo mestruale. Questa pronuncia tenta di andare oltre: riconosce che affrontare il tema delle mestruazioni significa parlare anche di diritti, autodeterminazione e giustizia sociale.
Se davvero implementata con questa prospettiva più ampia, la decisione del tribunale supremo potrebbe rivoluzionare il modo in cui la collettività affronta la questione, portando il benessere mestruale fuori dalle aule giudiziarie e dentro la consapevolezza quotidiana della società.
Fonte: Oxford Human Rights Hub