Studio su 68 nazioni dimostra che l'esercizio fisico dipende da dove vivi, che lavoro fai e dalle condizioni ambientali più che dalla volontà.
Arriva sempre il momento in cui qualcuno ti suggerisce con tono pacato ma risoluto: devi muoverti di più. Te lo ripete il dottore alla visita di controllo, te lo ricorda lo spot pubblicitario tra un episodio e l’altro della tua serie preferita, te lo sussurra l’algoritmo dei social mostrandoti persone tonicissime che si allenano all’alba. Correre, camminare, praticare yoga, andare in bicicletta, nuotare: il nostro organismo ha bisogno di movimento e gli studi scientifici lo ribadiscono con insistenza ormai da decenni.
Tuttavia, basta guardarsi attorno nel proprio quartiere per rendersi conto che ridurre tutto alla determinazione individuale significa ignorare una realtà ben più articolata. Il luogo dove abiti, la professione che svolgi, la qualità dell’aria che inspiri ogni giorno, persino l’esistenza o meno di un marciapiede sicuro davanti alla tua abitazione condizionano le tue possibilità di essere attivo ben più di qualsiasi proposito personale. La sedentarietà non nasce dentro le persone. Nasce attorno a loro, nell’ambiente che le circonda quotidianamente.
Annualmente la sedentarietà causa più di cinque milioni di decessi prematuri a livello globale, e circa un adulto su tre, assieme a otto ragazzi su dieci, non arriva neppure ai livelli minimi di esercizio fisico suggeriti dalle linee guida. Per lungo tempo questo divario enorme tra raccomandazioni mediche e realtà quotidiana è stato interpretato come una questione di autodisciplina. Una recente indagine internazionale propone invece un punto di vista radicalmente nuovo, e merita davvero di essere approfondita.
Quando correre in un parco è questione di censo
Un team di studiosi coordinato da Deborah Salvo ha esaminato informazioni sull’esercizio fisico raccolte in 68 nazioni, diffondendo i risultati sulla rivista Nature Medicine, e ciò che ne risulta dice più di mille slogan motivazionali. Tra uomini agiati dei Paesi sviluppati e donne in condizioni economiche precarie che vivono in contesti fragili esiste una differenza di quaranta punti percentuali nell’accesso all’attività fisica ricreativa.
Quaranta punti. Un divario che racconta situazioni molto tangibili: zone urbane prive di percorsi pedonali, vie che diventano pericolose dopo il tramonto, centri fitness dai costi proibitivi, ritmi lavorativi che divorano ogni spazio personale.
La chance di muoversi dipende dalle risorse economiche, dalla sicurezza urbana, dall’inquinamento atmosferico e dalle condizioni climatiche locali, fattori che confluiscono nella medesima equazione e che con l’impegno personale hanno davvero scarsa relazione. In numerose aree del pianeta le persone si muovono intensamente durante la giornata – percorrono lunghe distanze a piedi per raggiungere il lavoro, eseguono mansioni fisicamente gravose, rimangono in piedi per ore – ma questa tipologia di movimento appartiene a una categoria completamente distinta da quella che la medicina considera quando parla di esercizio salutare. Lo sforzo lavorativo e la libertà di una sessione sportiva volontaria generano effetti sul corpo che la ricerca ha imparato a differenziare con notevole accuratezza.
Gli studiosi hanno coniato un’espressione precisa per descrivere questa condizione: paradosso dell’esercizio fisico. L’attività lavorativa intensa e continuativa genera un accumulo di stress cronico nell’organismo, definito dai ricercatori carico allostatico, una forma di logoramento progressivo che interessa l’apparato cardiovascolare, i meccanismi infiammatori e la regolazione ormonale.
Una sessione sportiva nel tempo libero alterna fasi di impegno a intervalli di riposo effettivo, il sistema nervoso trova modo di riequilibrarsi e il cuore opera in condizioni ottimali. Dodici ore di fatica ininterrotta con rarissime pause generano esattamente il risultato contrario, anche se il conteggio dei passi quotidiani risulterebbe tecnicamente uguale.
Le ricerche più aggiornate hanno quantificato questi effetti con dispositivi molto sofisticati: accelerometri applicati sulla coscia hanno tracciato i movimenti giornalieri di migliaia di individui, e le evidenze sono chiare. Camminare durante il tempo libero abbassa la pressione sanguigna, mentre lo stesso numero di passi effettuato durante l’orario lavorativo determina un incremento pressorio.
Le donne impegnate in occupazioni fisicamente pesanti mostrano un rischio maggiore di patologie cerebrovascolari, e uno studio condotto su oltre 31.000 partecipanti del Sister Study ha registrato un incremento del rischio di ictus compreso tra il 44% e il 53% tra le donne che trascorrono la giornata lavorativa in posizione eretta o in movimento costante.
Anche la salute mentale segue una dinamica analoga: una ricerca su 16.000 adulti e anziani in Cina ha osservato una diminuzione dei sintomi depressivi tra chi pratica esercizio intenso nel tempo libero, mentre il lavoro fisico pesante si correla a un incremento degli stessi sintomi e a un deterioramento cognitivo più veloce. Il movimento scelto porta con sé una dimensione di autonomia che corpo e mente riconoscono in modo inequivocabile.
Le temperature crescenti stanno modificando il legame tra corpo e ambiente esterno
Negli anni recenti un ulteriore fattore ha iniziato a condizionare le nostre abitudini motorie, ed è uno di quelli che sperimentiamo direttamente sulla pelle ogni estate con evidenza crescente: il clima. La studiosa Erica Hinckson ha partecipato allo sviluppo di un modello denominato Physical Activity and Climate Change, che illustra la connessione tra salute ambientale e movimento umano con una linearità impressionante.
L’impiego di combustibili fossili alimenta il surriscaldamento globale, le temperature estreme e l’aria contaminata rendono difficoltoso stare all’esterno, le persone rimangono più frequentemente in spazi chiusi e climatizzati, gli ambienti interni richiedono energia, le emissioni crescono e il meccanismo si autoalimenta con una logica quasi automatica.
Le metropoli che intendono davvero promuovere il movimento necessitano di ambienti urbani progettati con una visione alternativa: vegetazione che genera ombra nelle vie, percorsi ciclabili ininterrotti, trasporto collettivo funzionale, quartieri concepiti per camminare senza dover affrontare pericoli a ogni attraversamento.
Quando le città cominciano a evolversi in questa direzione, tuttavia, emerge un’altra dinamica che merita di essere nominata senza eufemismi: parchi rinnovati e infrastrutture ciclabili attraggono speculazione immobiliare, il valore degli immobili sale rapidamente e il fenomeno della gentrificazione allontana proprio le comunità che utilizzano maggiormente la mobilità attiva. Il rinnovamento urbano, insomma, contiene una contraddizione strutturale che raramente trova spazio nei programmi politici.
Esistono tuttavia percorsi alternativi, e provengono da luoghi che raramente occupano spazio nelle nostre discussioni abituali. In Kenya i giovani della comunità Turkana hanno lanciato una campagna di rimboschimento che prevede la messa a dimora di 1,2 milioni di alberi annualmente, con l’obiettivo di conseguire una copertura arborea del 30% entro il 2032.
In Aotearoa, Nuova Zelanda, diverse comunità Māori integrano esercizio fisico e tutela del territorio attraverso il principio culturale del kaitiakitanga, una modalità di gestione ambientale radicata nella tradizione locale che unisce movimento corporeo e responsabilità verso l’ambiente in modo concreto e non simbolico.
Sul fronte politico, invece, i dati raccontano una certa inerzia istituzionale che non sorprende, ma condiziona. Una ricerca coordinata da Andrea Ramírez Varela ha esaminato 661 documenti di politica nazionale provenienti da 200 Paesi tra il 2004 e il 2025, e il panorama che emerge è piuttosto significativo: la maggioranza degli Stati dispone di strategie dedicate all’esercizio fisico, ma molti di questi documenti restano privi di traguardi quantificabili o risorse economiche concrete.
Soltanto il 38,7% delle politiche coinvolge almeno tre dipartimenti governativi, nonostante il movimento quotidiano interessi necessariamente sanità pubblica, pianificazione urbana, trasporti, occupazione e istruzione simultaneamente. Durante la pandemia di Covid-19 le persone che rispettavano le indicazioni di movimento hanno registrato una riduzione del 43% della mortalità associata al virus, eppure l’intervento politico continua a procedere con una lentezza che contrasta con l’urgenza delle evidenze disponibili.
La politica opera su orizzonti temporali limitati, i vantaggi del movimento si manifestano nell’arco di decenni, e in mezzo a questa distanza temporale rimangono le arterie congestionate, i quartieri privi di percorsi pedonali, le temperature proibitive e le occupazioni sedentarie che riducono concretamente lo spazio disponibile per essere attivi.
L’interpretazione della sedentarietà come inadeguatezza personale perde ogni credibilità quando si osserva l’organizzazione delle metropoli contemporanee. Camminare, pedalare o correre diventano azioni spontanee quando le città le rendono praticabili, e la salute collettiva trova terreno fertile negli spazi urbani progettati per gli abitanti. Il corpo umano conosce perfettamente la via del movimento. Sono le città a dover facilitare questo percorso.
Fonte: Nature