Assuefazione emotiva: perché le scene di guerra ci lasciano indifferenti

Come l'esposizione continua a scene di conflitto attraverso i social media riduce progressivamente la nostra risposta emotiva e capacità empatica

Dal pomeriggio in cui gli attentati alle Torri Gemelle hanno portato il conflitto nelle case in diretta mondiale, si è verificato un mutamento profondo. Le scene hanno riempito quello spazio che un tempo era occupato dall’attesa, l’immediatezza ha cancellato ogni distanza. La brutalità ha perso i suoi confini temporali riconoscibili: si diffonde istantaneamente, si impone con forza, si moltiplica, rimane sempre accessibile.

Con il passare del tempo ha assunto il ritmo delle esperienze quotidiane. Stessa continuità, stesso accesso diretto, stessa presenza costante. Soltanto che in questo caso non si tratta di finzione, anche quando la psiche, per proteggersi, tenta di elaborarla come un normale contenuto digitale.

Una consuetudine emotiva che riduce la reazione interiore

Inizialmente la reazione è totale. Un’immagine violenta rimane impressa, crea disagio fisico, persiste per ore. Poi ne sopraggiunge un’altra. E ancora un’altra. A un determinato punto la psiche riconosce uno schema, quasi un modello ricorrente. Nel giugno 2025, a Gaza, questo schema è emerso con evidenza. Persone in coda per ricevere cibo, attese interminabili, corpi consumati dalla carestia, gesti ridotti al minimo. Poi gli spari. Vittime, feriti, caos. E nei giorni seguenti la medesima sequenza che si ripete, con minime variazioni e identico risultato.

La reiterazione modifica il modo in cui un evento viene percepito. Quando una scena si ripresenta con la stessa struttura, il cervello non la elabora più come completamente inedita. La prevede, la classifica, la rende gestibile. Diminuisce l’intensità per continuare a funzionare. Qui interviene quello che in psicologia viene chiamato intorpidimento psichico. Si tratta di un meccanismo di adattamento. Quando la quantità di dolore oltrepassa la capacità di processarlo, il sistema emotivo ne riduce profondità e impatto.

Gli studi recenti aiutano a comprendere questo meccanismo. La ricerca sul doomscrolling pubblicata su JMIR Mental Health dimostra che l’esposizione costante a contenuti negativi aumenta l’ansia e altera progressivamente la regolazione emotiva. L’attenzione rimane coinvolta, ma si indebolisce, perde consistenza. Una ricerca pubblicata su PNAS conferma che l’esposizione ripetuta a immagini traumatiche genera stress e adattamenti graduali, inclusa una forma di distacco che rende il flusso più tollerabile.

Il cervello continua a operare. Semplicemente si protegge, riduce l’intensità. Così una scena che isolatamente avrebbe la capacità di bloccare tutto, inserita in una sequenza entra nel flusso generale. La sua gravità rimane inalterata. A modificarsi è la penetrazione. Resta visibile. Penetra meno in profondità.

Un coinvolgimento frammentato

Il flusso digitale non possiede reali gerarchie emotive. Una scena di conflitto appare tra un video spensierato e una pubblicità. Il passaggio è brusco. Il cervello cambia modalità improvvisamente, senza transizione, senza tempo per adattarsi. Da qui nasce una forma di empatia frammentata. Si attiva all’impatto iniziale, poi si ritrae, lascia spazio ad altro, si riattiva quando un’immagine ricompare. Rimangono reazioni brevi, mai sufficientemente prolungate da consolidarsi davvero.

Nel frattempo anche le vittime mutano consistenza nella percezione. I nomi si dissolvono, rimangono i numeri. I numeri diventano statistiche. L’esperienza reale perde sostanza, diventa distante, quasi astratta. La ripetizione consolida questo meccanismo. Quando ritorna lo stesso tipo di scena, il cervello la riconosce e la integra nel paesaggio. La consuetudine sostituisce lo shock.

Su questo scenario si aggiunge una distanza ulteriore, più tecnica, più distaccata. Le forme contemporanee del conflitto introducono mediazioni costanti: sistemi automatizzati, operazioni remote, decisioni filtrate dai dati. I corpi scivolano verso un altro linguaggio. Diventano coordinate, bersagli, tracciati.

Poi intervengono gli algoritmi. Selezionano ciò che rimane visibile, promuovono ciò che genera una reazione immediata, sostituiscono rapidamente ciò che perde interesse. In un contesto simile, la sofferenza deve competere per lo spazio con tutto il resto. È qui che la percezione si trasforma, gradualmente, senza preavviso. Le scene si ripetono, i numeri aumentano, le immagini scorrono. E intanto si forma un’abitudine opaca: vedere tutto, senza riuscire più a percepire tutto.

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