Studio rivela come il cervello genera allucinazioni psichedeliche integrando ricordi e percezione durante esperienze con LSD e DMT.
Ciò che osserviamo intorno a noi non rappresenta uno specchio oggettivo dell’ambiente circostante. La nostra mente elabora costantemente la visione del mondo, combinando stimoli sensoriali con esperienze passate, previsioni ed emozioni. Ogni scena che percepiamo emerge da questa complessa integrazione.
Quando determinate molecole psichedeliche interferiscono con questo processo, l’equilibrio si altera radicalmente. Le scene visive acquisiscono movimento inaspettato, le tonalità cromatiche si amplificano, le strutture mutano e compariscono pattern geometrici che si sovrappongono all’esperienza ordinaria. Molti testimoni descrivono una condizione quasi indescrivibile: un confine sfumato tra dimensione esterna e universo interiore.
Da decenni i ricercatori tentano di decifrare i processi neurali sottostanti a queste manifestazioni. Recentemente, un’indagine scientifica internazionale ha compiuto progressi significativi. Un team di neuroscienziati è infatti riuscito a documentare in diretta l’istante preciso in cui il sistema nervoso inizia a produrre visioni psichedeliche.
L’indagine, coordinata dall’Università Ruhr di Bochum in collaborazione con istituti di Hong Kong e Singapore, ha identificato un processo inatteso: nel momento in cui l’elaborazione degli stimoli esterni si affievolisce, il sistema nervoso inizia a colmare le lacune attingendo ai ricordi immagazzinati.
È precisamente dall’integrazione tra archivi mnemonici e input sensoriali che emergono le rappresentazioni visive alterate.
Il processo di formazione delle visioni alterate
Per comprendere i fenomeni che caratterizzano un’esperienza psichedelica, gli studiosi hanno adottato una metodologia innovativa. Anziché affidarsi esclusivamente a neuroimaging o resoconti soggettivi, hanno scelto di monitorare l’attività neuronale in tempo reale.
Hanno impiegato modelli murini geneticamente modificati i cui neuroni esprimono marcatori fluorescenti. Quando le cellule nervose scaricano impulsi elettrici, questi indicatori emettono radiazione luminosa che consente di tracciare la propagazione dei segnali attraverso la corteccia. Mediante questa tecnica, denominata voltage imaging ottico, i ricercatori hanno potuto visualizzare l’attività cerebrale su vasta scala senza impianti invasivi.
Il professor Dirk Jancke, tra i coordinatori principali dello studio, ha chiarito che la fluorescenza rilevata proviene principalmente dalle cellule piramidali, neuroni fondamentali per la trasmissione di informazioni tra regioni cerebrali differenti. Dopo aver predisposto il sistema sperimentale, gli scienziati hanno somministrato ai soggetti due composti psichedelici: DOI (2,5-Dimetossi-4-iodoanfetamina) e TCB2.
Entrambe le molecole interagiscono con un recettore specifico, il recettore serotoninergico 5-HT2A, identico a quello stimolato da sostanze classiche come LSD, psilocibina e DMT. È questo recettore a modificare le modalità con cui il sistema nervoso processa gli input ambientali.
Durante le osservazioni sperimentali, i ricercatori hanno rilevato fenomeni significativi nella corteccia visiva primaria, l’area deputata all’elaborazione degli stimoli ottici. In condizioni fisiologiche standard, questa regione presenta oscillazioni elettriche lente con frequenza di circa cinque cicli al secondo. Si tratta di un pattern a 5 Hertz, riscontrabile anche durante la veglia normale.
Successivamente alla somministrazione dei composti psichedelici, tuttavia, questo ritmo ha iniziato a manifestarsi con maggiore frequenza e spontaneità. Il fenomeno risultava particolarmente marcato quando i soggetti venivano esposti a stimoli visivi concreti, come grafiche in movimento proiettate su display. In queste circostanze l’oscillazione a 5 Hertz aumentava in ampiezza e persistenza temporale.
La scoperta più rilevante è emersa analizzando la diffusione di queste onde attraverso le strutture cerebrali. L’attività non rimaneva circoscritta alla corteccia visiva, ma si sincronizzava perfettamente con un’altra zona: la corteccia retrospleniale, una regione associata all’elaborazione mnemonica e alla rappresentazione spaziale. Gli studiosi hanno misurato un intervallo temporale estremamente preciso tra le due aree: circa 18 millisecondi. Questa minima differenza corrisponde esattamente al tempo richiesto affinché un impulso nervoso percorra la distanza dalla corteccia visiva alla zona mnemonica.
In sintesi, il sistema nervoso stabilisce una connessione diretta tra elaborazione visiva e recupero di memorie. Secondo Callum White, autore principale della ricerca, l’attivazione del recettore 5-HT2A attenua l’intensità delle informazioni visive provenienti dall’ambiente. Gli stimoli esterni continuano a essere recepiti, ma la loro accessibilità alla consapevolezza diminuisce.
A questo punto il sistema nervoso interviene per compensare il deficit. Sfruttando il collegamento ritmico tra percezione e memoria, inizia a integrare elementi mnemonici e associazioni interne nelle scene osservate. Il risultato si manifesta alla coscienza come esperienza autentica. Così si generano le visioni psichedeliche.
Il sistema nervoso, sostanzialmente, adotta una modalità operativa differente. Gli input ambientali perdono priorità mentre le rappresentazioni interne acquisiscono intensità e si sincronizzano con la percezione esterna. Jancke descrive questa condizione con un’analogia efficace: uno stato onirico parziale vissuto durante la veglia.
Dalle osservazioni animali agli studi su LSD e DMT
Questi riscontri sperimentali sui modelli murini contribuiscono a chiarire i processi che avvengono nel sistema nervoso umano durante le esperienze psichedeliche. Negli anni recenti numerose indagini neuroscientifiche hanno esaminato gli effetti di molecole come LSD e DMT sulla coscienza.
Un’indagine condotta presso l’Imperial College di Londra ha analizzato l’attività cerebrale di venti partecipanti sani ai quali era stata somministrata LSD. Le scansioni hanno evidenziato che durante l’esperienza psichedelica le consuete separazioni tra reti neurali tendono a dissolversi. In condizioni ordinarie il sistema nervoso opera attraverso circuiti relativamente autonomi dedicati a funzioni specifiche, come controllo motorio, elaborazione linguistica o processamento sensoriale.
Sotto l’influenza dell’LSD questi confini diventano notevolmente più porosi. Le diverse regioni cerebrali cominciano a interagire con intensità superiore, generando una rete estremamente integrata. Un numero maggiore di zone cerebrali contribuisce così alla costruzione delle rappresentazioni visive.
Il neuroscienziato Robin Carhart-Harris ha notato che questa configurazione ricorda, sotto certi aspetti, il funzionamento cerebrale infantile. Durante i primi anni di vita la mente si caratterizza per una maggiore flessibilità nelle connessioni tra circuiti neurali, condizione che favorisce fantasia e pensiero creativo.
Un’altra indagine dello stesso istituto ha esaminato gli effetti della DMT, una delle molecole psichedeliche più potenti conosciute, presente anche nella preparazione amazzonica ayahuasca. Utilizzando risonanza magnetica funzionale ed elettroencefalografia, i ricercatori hanno osservato che la DMT induce una iper-connettività diffusa nelle regioni cerebrali superiori, quelle implicate nel linguaggio, nel pensiero astratto e nell’attribuzione di significato.
Durante l’esperienza psichedelica le normali oscillazioni cerebrali diventano meno regolari. Secondo Carhart-Harris il sistema nervoso entra in una modalità operativa notevolmente più libera e caotica, quasi disorganizzata rispetto alla condizione ordinaria.
Queste scoperte stanno aprendo nuove direzioni anche in ambito medico. Comprendere i meccanismi delle visioni psichedeliche potrebbe aiutare gli studiosi a investigare fenomeni analoghi presenti in alcune patologie neurologiche e psichiatriche, come disturbi psicotici o allucinazioni associate al morbo di Parkinson.
Parallelamente cresce l’attenzione per l’impiego controllato di determinate molecole psichedeliche nella terapia di depressione e disturbi ansiosi. In ambienti clinici monitorati queste sostanze sembrano capaci di modificare temporaneamente l’attività neurale, rendendo il sistema nervoso più adattabile.
Secondo Jancke, indurre nel sistema nervoso una condizione simile a un sogno parziale potrebbe facilitare nei pazienti la rielaborazione di schemi cognitivi disfunzionali consolidati. In questa fase di accresciuta plasticità, la mente potrebbe riuscire a ristrutturare le proprie modalità interpretative della realtà.
La ricerca sulle molecole psichedeliche, per lungo tempo relegata ai margini della comunità scientifica, sta dunque diventando uno strumento prezioso per approfondire la comprensione della coscienza. E forse, proprio osservando come il sistema nervoso riesca a generare universi completi quando la percezione si indebolisce, potremo comprendere con maggiore precisione come si costruisce l’esperienza quotidiana che chiamiamo realtà.
Fonte: Nature