Studio svedese su 2.993 over 60: chi ha più alberi e prati entro 100 metri da casa mostra un rischio di demenza più basso. Scopri i dati e il ruolo delle città.
Un albero davanti al portone, un cortile con un po’ di prato, una via ombreggiata. In una ricerca svedese, chi aveva più vegetazione entro 100 metri da casa mostrava un rischio di demenza inferiore del 21%. Il dato deriva dal monitoraggio di 2.993 persone con almeno 60 anni, seguite per 16 anni. La distanza conta: ampliando l’osservazione a 250 e 500 metri, il legame si è indebolito.
Lo studio è uscito sulla rivista Alzheimer’s & Dementia ed è firmato dall’Università di Stoccolma e dal Karolinska Institutet. Nel periodo considerato, 477 partecipanti hanno ricevuto una diagnosi di demenza. I ricercatori hanno messo in relazione la salute cognitiva con il verde attorno alle abitazioni, considerando anche smog, rumore e condizioni socioeconomiche.
Il messaggio è che pure il verde più comune, quello che incontriamo andando a fare la spesa o guardando fuori dalla finestra, potrebbe contare per il cervello. Un’indicazione preziosa soprattutto in città, dove un albero scampato al cemento è già un piccolo traguardo.
Indice
Più il verde è vicino, più il legame è forte
Per quantificare la vegetazione sono state usate immagini satellitari e l’indice NDVI, che stima la quantità di verde presente in una zona. Sono stati analizzati tre raggi attorno alle case: 100, 250 e 500 metri. Rientravano alberi, prati e giardini, cioè il paesaggio di tutti i giorni, che non richiede gite organizzate verso grandi parchi.
Calcolando il verde medio dei cinque anni precedenti agli eventi osservati, l’associazione più netta è comparsa nei primi 100 metri. Un aumento di vegetazione pari alla distanza fra il 25° e il 75° percentile dei valori misurati corrispondeva a un rischio relativo di demenza più basso del 21%.
A 250 metri la riduzione stimata calava al 12%, a 500 metri al 6%, con risultati statisticamente meno robusti. Per questo conta molto il verde nelle immediate vicinanze, quello che ci accompagna anche quando mancano tempo, voglia o possibilità di raggiungere un parco.
Tra le donne l’effetto è più marcato
Emergono differenze tra i sessi. Fra le donne, più vegetazione entro 100 metri era legata a un rischio relativo inferiore del 31%. Fra gli uomini il calo stimato era del 7%, senza una solidità statistica paragonabile.
Una spiegazione certa non c’è. Potrebbero pesare le abitudini quotidiane, il tempo passato vicino casa e i diversi modi in cui uomini e donne frequentano gli spazi naturali. Gli autori hanno considerato anche la variante genetica APOE-ε4, associata a un maggior rischio di Alzheimer.
Tra chi non la possedeva, più verde corrispondeva a un rischio relativo ridotto del 28%. Nei portatori l’associazione risultava meno evidente, anche se la differenza tra i due gruppi non è stata confermata statisticamente. Un campo da approfondire, perché mostra quanto siano intrecciati ambiente, genetica e invecchiamento.
Gli alberi aiutano anche se nessuno li guarda
Gli alberi di una strada fanno più cose insieme: danno ombra, abbassano le temperature estive, attenuano alcuni effetti dell’inquinamento e rendono gli spazi esterni più gradevoli.
La vegetazione potrebbe agire sul cervello anche tramite meno stress, sonno migliore, attività fisica e relazioni sociali. Cecilia Stenfors, dell’Università di Stoccolma e prima autrice con Jing Wu, ha spiegato che gli ambienti naturali favoriscono il recupero psicologico e il benessere mentale.
Altri lavori del suo gruppo hanno collegato il verde vicino casa a un sonno migliore, maggiore soddisfazione personale e minor uso di antidepressivi. Anche l’Organizzazione mondiale della sanità riconosce da tempo il valore degli spazi verdi urbani per la salute fisica e mentale, ricordandone il ruolo contro stress, isolamento, rumore, inquinamento e caldo eccessivo.
Nello studio svedese il legame è rimasto anche dopo aver considerato polveri sottili, rumore del traffico, vicinanza all’acqua e fattori individuali e socioeconomici. La ricerca è però osservazionale e non dimostra un nesso causale diretto, ma si aggiunge a una letteratura che da anni indaga il rapporto fra natura e salute.
Il verde non è distribuito in modo equo
Lo studio segnala un altro aspetto: chi viveva nelle zone con meno vegetazione tendeva ad avere condizioni socioeconomiche meno favorevoli, minore istruzione e maggiore esposizione a smog e rumore. Gli svantaggi ambientali, insomma, si concentrano negli stessi quartieri. E non vale solo per la Svezia.
Secondo l’Agenzia europea dell’ambiente, in molte città europee i quartieri a basso reddito hanno meno spazi verdi di quelli benestanti. Quando ci sono, spesso sono meno curati, con meno servizi, vegetazione poco varia e più problemi di accesso.
Nella vita di tutti i giorni la differenza si vede: c’è chi esce di casa e trova alberi, panchine e marciapiedi ombreggiati, e chi deve attraversare strade trafficate per arrivare a un giardino piccolo e trascurato.
Per un giovane in salute, qualche centinaio di metri in più è una seccatura. Per un anziano con difficoltà motorie può essere un ostacolo vero. Per questo invitare le persone a stare di più nella natura rischia di trascurare un pezzo del problema: vivere circondati dal verde dipende anche dal quartiere in cui si abita e dalle risorse disponibili.
In Italia 33,7 metri quadrati di verde a testa, ma distribuiti dove?
Anche i numeri italiani raccontano qualcosa. Secondo il rapporto Istat sull’ambiente urbano, nei comuni capoluogo le aree verdi superano i 590 chilometri quadrati, pari a 33,7 metri quadrati per abitante. Il dato è in crescita, ma copre appena il 3% del territorio comunale.
Una media, inoltre, non dice quanto il verde sia vicino alle case. Una città può avere grandi parchi e molti metri quadrati pro capite lasciando interi isolati senza alberi. Basta concentrare la vegetazione in poche aree per ottenere un numero rispettabile e una distribuzione tutt’altro che uniforme. La ricerca svedese lo ricorda: sapere quanto verde ha una città non basta per capire quanto ne accompagni davvero la vita degli abitanti.
Entrano in gioco anche le scelte urbanistiche. Ogni nuovo edificio, parcheggio o modifica della viabilità cambia lo spazio per alberi e giardini. Una volta eliminata la vegetazione, rifare un ambiente altrettanto ombroso richiede anni, soprattutto per gli alberi maturi.
Gli anziani sono tra quelli che dipendono di più dalla qualità dell’ambiente vicino casa. Una strada percorribile, un po’ d’ombra, una panchina e un giardino raggiungibile a piedi incidono concretamente sulla possibilità di uscire e mantenere relazioni.
La salute del cervello passa anche dalle scelte dei Comuni
Gli autori suggeriscono di preservare il verde esistente e di crearne di nuovo vicino alle abitazioni, pensando agli anziani e a chi ha difficoltà motorie. Lo studio si è svolto in un’area urbana di Stoccolma, con caratteristiche sociali e ambientali specifiche. Per capire se i risultati valgano altrove servono altre ricerche, anche in città più inquinate e disuguali. Intanto il dato offre un argomento concreto a un dibattito spesso ridotto a questione estetica.
Parliamo di invecchiamento sano come di una somma di consigli individuali: camminare, mangiare bene, restare attivi, coltivare le relazioni. Tutto sensato. Ma per metterli in pratica servono quartieri in cui si possa uscire senza un percorso a ostacoli tra auto, marciapiedi dissestati e distese d’asfalto. La salute pubblica dipende dalle condizioni materiali in cui viviamo, e queste nascono da decisioni collettive: costruite, curate o trascurate.
La ricerca svedese ci dà un motivo in più per considerare gli alberi parte delle infrastrutture urbane, con benefici che vanno oltre l’ombra estiva. L’associazione più forte si è vista entro 100 metri dalle case, e quanto verde ci sia in quello spazio dipende spesso da scelte urbanistiche prese anni prima. Chi abita il quartiere ne eredita le conseguenze, albero più, albero meno.