Cos'è la decadenza senza gioia: quando ottimizzare ogni aspetto della vita, dal sonno ai social, genera più ansia che vero benessere.
Diecimila passi: obiettivo raggiunto. Otto ore di sonno: quasi centrate, anche se lo smartwatch al polso ha assegnato solo un 82, segno che qualcosa da migliorare c’è ancora. Allenamento portato a termine, integratori ingeriti, grammi di proteine calcolati, foto delle vacanze scattate dall’angolazione giusta. Sulla carta, la giornata sembra perfetta. Manca però un dettaglio non da poco: è possibile che non ci siamo divertiti neppure per un istante.
Le studiose Michèle Mendelssohn e Charlie Tyson hanno coniato un’espressione sorprendentemente calzante per questa sensazione: joyless decadence, traducibile come “decadenza senza gioia”. La Faculty of English dell’Università di Oxford, dove Mendelssohn insegna letteratura inglese e americana, descrive questo concetto come il paradosso di un’epoca satura di stimoli, consumi e opportunità, che nonostante tutto genera una diffusa sensazione di vuoto interiore. Non si tratta di una diagnosi clinica, ma di una lettura culturale del presente. Forse proprio per questo funziona così bene: non promette soluzioni, si limita a fotografare lo spazio mentale in cui ci siamo cacciati da soli.
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Quando persino il benessere diventa un compito da svolgere
La cultura dell’ottimizzazione ha preso in carico gesti perfettamente naturali – muoversi, riposare a sufficienza, nutrirsi correttamente, prendersi cura di sé – e li ha trasformati in una sequenza infinita di numeri da monitorare. Passi percorsi, calorie bruciate, variabilità cardiaca, minuti di sonno profondo, produttività quotidiana, follower guadagnati, percentuale di massa grassa. Persino il riposo notturno si presenta al risveglio sotto forma di pagella scolastica.
La criticità emerge quando il dato smette di accompagnare l’esperienza vissuta e comincia invece a dettarne le regole. Una camminata risulta incompleta se il contapassi segna 9.684 anziché 10.000 tondi. Il sonno può apparire scadente perché un’app gli ha attribuito un voto mediocre, anche quando ci si sveglia con energia. E sui social network la competizione attinge a un archivio praticamente sconfinato: fisici più scolpiti, abitazioni più ordinate, viaggi più suggestivi, colazioni più instagrammabili, persone che per qualche ragione misteriosa sfoggiano sempre cucine impeccabili.
Su questo specifico meccanismo esistono dati concreti. Una ricerca pubblicata nel 2025 su Frontiers in Psychology ha esaminato due gruppi di giovani adulti: 139 partecipanti nel primo campione e 413 nel secondo. L’esposizione ai cosiddetti upward comparisons, ovvero i paragoni con individui percepiti come superiori a noi, faceva da tramite nella relazione tra utilizzo dei social e calo dell’autostima; nel secondo gruppo emergeva anche un collegamento con sintomi depressivi più marcati.
Gli stessi autori dello studio invitano comunque alla prudenza, magari senza contare quanti passi si siano fatti nel farlo: gli effetti rilevati risultavano contenuti e i modelli statistici spiegavano solo il 6-9% circa della variabilità nei risultati osservati. Instagram e Facebook non trasformano quindi automaticamente i loro utenti in persone infelici sprofondate sul divano. La ricerca individua piuttosto uno dei canali attraverso cui certe modalità d’uso possono incidere sul benessere psicologico: il confronto costante con la versione migliore dell’esistenza altrui.
Quando anche dormire bene richiede una valutazione
Il riposo notturno rappresenta forse l’esempio più paradossale di questo fenomeno. I dispositivi indossabili consentono di raccogliere dati preziosi e hanno reso molte persone più consapevoli delle proprie abitudini. È però comparso anche un termine per descrivere l’eccesso opposto: ortosonnia, cioè la fissazione ossessiva nell’ottenere un sonno “impeccabile” secondo i parametri restituiti dal proprio tracker.
Nel 2024 uno studio trasversale pubblicato su Brain Sciences ha coinvolto 523 adulti tra i 18 e i 70 anni, di cui 176 utilizzavano regolarmente strumenti per monitorare il sonno. Applicando un algoritmo elaborato dai ricercatori, basato su scale per insonnia, ansia e preoccupazione legata al riposo, la percentuale di casi compatibili con l’ortosonnia oscillava tra il 3% e il 14%, a seconda della soglia adottata. Cifre da interpretare con cautela: la ricerca aveva natura trasversale, si basava su un sistema di classificazione inedito e gli stessi autori le definiscono una prima stima approssimativa del fenomeno.
Anche in questo caso, colpevolizzare lo smartwatch sarebbe troppo semplicistico. Un piccolo studio del 2023 condotto su 26 pazienti affetti da insonnia non ha riscontrato, per esempio, un peggioramento significativo dell’ansia legata al sonno nel gruppo che utilizzava un Fitbit rispetto a chi teneva un diario cartaceo. I dispositivi tecnologici possono essere semplici strumenti utili. L’ossessione per il dato è tutt’altra questione, e la scienza sta ancora cercando di tracciare il confine esatto tra i due.
La joyless decadence coglie proprio questa curiosa deriva: persino il piacere rischia di trasformarsi in una prestazione da valutare. Ci alleniamo per sentirci bene e subito dopo verifichiamo se lo sforzo è stato sufficiente. Dormiamo e al risveglio chiediamo a un algoritmo un giudizio sulla notte. Assaporiamo un pasto gustoso mentre lo fotografiamo, controlliamo le informazioni nutrizionali e magari notiamo quanto sia più fotogenico il piatto del tavolo accanto. Un certo livello di efficienza, va detto, è stato raggiunto: siamo riusciti a inserire una valutazione delle prestazioni persino nel tempo libero.
L’aspetto della vita che i dispositivi indossabili misurano peggio
Ci sono poi le relazioni umane, decisamente meno ordinate di una dashboard e molto più difficili da tradurre in un grafico. L’Harvard Study of Adult Development, avviato nel 1938 e proseguito per generazioni intere, è diventato celebre proprio perché ha seguito persone reali lungo gran parte della loro esistenza. Il campione iniziale era tutt’altro che rappresentativo dell’intera umanità: comprendeva 268 studenti maschi di Harvard, ai quali si aggiunsero successivamente 456 uomini provenienti dai quartieri popolari di Boston e, negli anni successivi, mogli e discendenti.
Nonostante questi limiti campionari, uno dei risultati più costanti riguarda proprio la qualità dei legami affettivi. Nei gruppi osservati, le relazioni appaganti con partner, familiari, amici e comunità risultavano strettamente collegate al benessere generale e a un invecchiamento più sano. La soddisfazione relazionale misurata a 50 anni riusciva persino a prevedere alcuni esiti sulla salute a 80 anni con maggiore accuratezza rispetto ai livelli di colesterolo rilevati nella mezza età.
Questo non fornisce una formula universale per la felicità, e la storia campionaria del vecchio studio di Harvard impone comunque cautela nell’interpretazione. Offre però un contrappeso interessante rispetto a una vita quantificata fin nell’ultima fase REM. Possiamo procurarci strumenti sempre più sofisticati per misurare il corpo; la qualità delle persone con cui condividiamo il nostro tempo continua a sfuggire piuttosto bene al sensore indossato al polso.
La “decadenza senza gioia” possiede quindi soprattutto un merito linguistico: riesce a far convivere due elementi che sembravano inconciliabili. Disponiamo di più strumenti per inseguire il benessere, ma possiamo trasformare quella stessa ricerca in un’ulteriore fonte di confronto, controllo e frustrazione. Accade quando ogni attività deve produrre un risultato misurabile e ogni risultato deve superare quello precedente, magari anche quello ottenuto dal vicino di casa.
Lo smartwatch può indicarci quante ore abbiamo dormito, quanti passi abbiamo percorso e quanto velocemente batteva il nostro cuore. Per il momento, però, non è ancora in grado di dirci se quella giornata ci sia davvero piaciuta.