Il significato profondo di una frase breve, la pressione scolastica e l'iniziativa solidale per ricordare Mattia.
Quando un giovane pronuncia poche parole, queste possono avere un peso maggiore rispetto a lunghe dissertazioni degli adulti. “Sono stanco della scuola”, stando a quanto emerso dalle cronache, sarebbe stata scritta nel messaggio lasciato da Mattia, tredicenne e promettente giocatore del Tennis Club Parioli, deceduto a Roma di recente. La FITP Lazio ha manifestato il proprio cordoglio, abbracciando i familiari del giovane tennista capitolino; le verifiche investigative rappresentano lo strumento indispensabile per chiarire con esattezza l’accaduto ed evitare interpretazioni affrettate mascherate da certezze.
Quella frase rimane sospesa, minuscola eppure immensa. Sembra una delle tante cose che un ragazzo può pronunciare al mattino, di fronte allo zaino, a un compito in classe, a un registro digitale che ormai si insinua in casa ancora prima della colazione. Talvolta significa semplicemente affaticamento. Altre volte diventa il modo più scarno, più essenziale, più terribile per comunicare che qualcosa sta crollando. Il malessere giovanile si esprime spesso così: senza logica, senza etichette, senza periodi compiuti. Per questa ragione va maneggiato con attenzione. Una frase isolata chiarisce poco, ma può essere sufficiente per fermarsi a riflettere.
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Gli esperti invitano a considerare l’insieme prima di attribuire responsabilità
L’impulso più immediato, di fronte a vicende simili, è individuare un responsabile unico. Istituzione scolastica, nucleo familiare, coetanei, dispositivi elettronici, valutazioni, tensione da performance, vulnerabilità individuale: la sofferenza cerca sempre un obiettivo da identificare. La psicologia, tuttavia, descrive una realtà più complessa e decisamente meno spettacolare. Il disagio adolescenziale quasi sempre nasce all’interno di una combinazione di elementi. Contesto domestico, rapporti con i compagni, qualità dell’esperienza scolastica, riposo notturno, trasformazioni fisiche, pressioni, possibili situazioni di prevaricazione, disponibilità di supporto, tratti personali. Tutto si intreccia. Tutto può incidere.
L’Organizzazione mondiale della sanità calcola che a livello globale un adolescente su sette tra i 10 e i 19 anni attraversi una condizione di salute mentale; ansia, depressione e alterazioni comportamentali figurano tra le principali cause di malattia e disabilità in questa fascia anagrafica. Lo stesso documento sottolinea che famiglia, scuola e comunità possono trasformarsi in contesti protettivi quando operano adeguatamente, mentre l’accumulo di elementi di rischio incrementa la fragilità.
In Italia, l’istituzione scolastica incide in maniera molto tangibile. La sorveglianza HBSC coordinata dall’Istituto Superiore di Sanità evidenzia che già a 11 anni circa la metà dei ragazzi e delle ragazze percepisce il carico del lavoro scolastico come una fonte rilevante di tensione. La percentuale aumenta con l’età e tra le ragazze oltrepassa l’80% nelle fasce dei 15 e dei 17 anni; nel 2022 sono state rilevate le percentuali più elevate della serie storica, in particolare tra ragazze di 13 e 15 anni.
Questi dati raccontano qualcosa di significativo: l’istituzione scolastica può trasformarsi in uno dei contesti in cui la fatica assume contorni definiti, specialmente quando la prestazione diventa l’unica modalità comunicativa disponibile. Il voto cessa di essere un’indicazione e inizia a sembrare una valutazione della persona. La verifica si trasforma in giudizio. La conversazione di classe prosegue anche oltre l’orario scolastico. Il gruppo stabilisce chi ha visibilità e chi rimane escluso. A tredici anni anche una battuta può persistere giorni, anche un commento pronunciato in corridoio può rimanere incollato addosso.
“Stanco della scuola” può significare molte cose. Troppi incarichi. Poco riposo. Una settimana difficile. Un docente percepito come ostile. Un gruppo classe che opprime. Una famiglia che attende risultati senza rendersi conto del prezzo emotivo. Una paura interiore di non farcela, anche quando nessuno sta pretendendo la perfezione. A volte la pressione proviene dall’esterno. A volte nasce internamente, alimentata da paragoni, aspettative, imbarazzo, necessità di essere adeguati.
Uno studio longitudinale condotto da UCL e pubblicato nel 2026 su The Lancet Child & Adolescent Health aggiunge un elemento importante. Seguendo 4.714 adolescenti della coorte britannica ALSPAC, i ricercatori hanno rilevato che una maggiore pressione accademica percepita a 15 anni era correlata a più sintomi depressivi negli anni seguenti e a un incremento del rischio di autolesionismo fino alla prima età adulta. Gli autori precisano che lo studio è osservazionale e quindi, da solo, non prova un nesso diretto di causa-effetto. Quando l’istituzione scolastica viene vissuta come oppressione, tuttavia, il corpo e la mente possono pagarne le conseguenze a lungo termine.
Il malessere scolastico si sedimenta nelle giornate ordinarie
Gli adolescenti spesso comunicano per frammenti. Lasciano una frase sul tavolo e osservano la reazione e, se ricevono una ramanzina, si ritirano. Se ricevono ansia, si percepiscono come un problema. Se ricevono fretta, apprendono che certe cose conviene trattenerle. Serve un ascolto meno orientato alla performance, meno ansioso di risolvere immediatamente tutto. Un ragazzo in difficoltà può dire “odio la scuola” e intendere “mi sento inadeguato”. Può dire “non voglio andarci” e intendere “lì dentro mi sento isolato”. Può dire “sono stanco” e intendere “non so più come resistere”.
Qui la responsabilità adulta esiste, però va intesa come presenza condivisa, senza tribunale permanente. Un genitore può amare profondamente un figlio e mancare un segnale. Un docente può essere attento e cogliere solo un frammento della scena. Un allenatore può intuire qualcosa prima della famiglia. Un compagno può notare una frase anomala in chat. Serve una rete sufficientemente fitta da far cadere meno lontano chi sta cedendo.
Sulla carta sembra elementare, perché questo disagio spesso ricorda qualcosa che noi adulti riteniamo di conoscere già. Anche noi siamo transitati da compiti, professori, derisioni, voti negativi, pomeriggi difficili. Viene quasi spontaneo pensare: “passerà, come è passato a me”. A volte passa realmente. Altre volte permane addosso e si amplifica in silenzio. Dire a un adolescente “ci sono passato anche io” può aiutare quando diventa una mano tesa, un orecchio disponibile, un modo per dirgli: “ti credo, non sei anomalo, rimaniamo qui un momento”. Se invece serve solo a chiudere il discorso, pesa come un’ulteriore porta sbarrata.
Una parola utile, negli studi, è “connessione”. I CDC statunitensi definiscono la school connectedness come la sensazione che adulti e pari, dentro l’istituzione scolastica, si preoccupino dello studente come persona e del suo apprendimento. Quando i ragazzi si sentono connessi alla scuola, risultano meno esposti a problemi di salute mentale e più agganciati a comportamenti positivi, frequenza e rendimento.
Cobolli con la M sul braccio, Pintus emozionato sul palco
La scomparsa di Mattia ha attraversato anche il tennis italiano. Flavio Cobolli, cresciuto nell’ambiente del Parioli e legato al ragazzo, ha appreso della tragedia dopo la vittoria nei quarti a Monaco. Il giorno successivo è entrato in campo contro Alexander Zverev con una M scritta sul braccio. Dopo il successo, una mano verso il cielo, poi le lacrime in panchina. Una scena di quelle che lo sport ogni tanto consegna senza riuscire davvero a contenerle.
Cobolli ha ricordato Mattia anche sui social, parlando del suo sorriso, della voglia di imparare e di una scuola tennis che, senza di lui, avrebbe cambiato aspetto. Nel suo messaggio c’era anche un pensiero per Paolo, il papà di Mattia, che il tennista conosceva bene. In quel passaggio il lutto smette di essere una notizia sportiva e torna a essere una cosa molto più semplice e molto più dura: un ragazzo del circolo, un padre, un campo, persone che si conoscevano davvero.
Poi il dolore ha assunto una forma concreta. In occasione dell’ultimo saluto a Mattia è stata rilanciata una raccolta fondi per il 118, con l’obiettivo di contribuire all’acquisto di un’ambulanza in sua memoria. L’appello è arrivato anche sul palco di Angelo Pintus: durante Nabana, su uno schermo è comparsa la raccolta per “L’ambulanza di Mattia”, intestata ad Attività Benefiche Parioli ETS, con causale “Contributo per Mattia” e IBAN IT85W0200805199000103697406.
Chi era in sala racconta un Pintus molto commosso. Succede anche questo, negli spettacoli. Il comico si ferma, la sala cambia temperatura, sullo schermo resta un nome:
Siamo al Palazzo dello Sport di Roma: sarete circa seimila persone solo questa sera, 24 aprile. Domani arriveranno altre seimila persone. Se solo ognuno di noi donasse anche solo 2 euro si potrebbe raggiungere una cifra importante.
L’IBAN mostrato durante lo spettacolo coincide con quello indicato dal Tennis Club Parioli per le erogazioni libere a favore di Attività Benefiche Parioli ETS. Nella stessa pagina si legge che l’associazione opera dal 2007 con finalità di solidarietà sociale, soprattutto nel settore sanitario e dell’infanzia.
Qui la memoria cambia materia. Esce dalle frasi, dai post, dagli abbracci impacciati. Diventa un mezzo di soccorso. Una barella. Una sirena. Un equipaggio. Una chiamata presa in tempo. Sembra poco poetico, e forse proprio per questo ha senso. Davanti a una perdita così, le parole sembrano quasi inutili. Un’ambulanza, invece, serve.