Lo striscione sessista apparso a Latina e la cultura patriarcale ancora viva

Uno striscione sessista a Latina e una ricerca sulla Gen Z mostrano come la cultura patriarcale sia ancora radicata nella società italiana.

È impossibile ignorare la coincidenza: l’8 marzo a Latina appare uno striscione con la scritta “Donna, quanto ti abbiamo amato ai bei tempi del patriarcato”, e pochi giorni dopo un’altra donna viene uccisa da un uomo.

Non provate a negare l’evidenza, a sostenere che il patriarcato sia un’invenzione di femministe esagerate e isteriche. Non cercate nemmeno di affermare che non esista alcun nesso tra quella frase agghiacciante e l’omicidio di Daniela Zinnanti, uccisa dal suo ex compagno.

Si tratta dell’undicesima vittima dall’inizio del 2026. Anche questo dato è incontestabile, per quanto drammatico.

Ragioniamo sui numeri: dall’inizio dell’anno abbiamo contato 11 morti causate da violenza di genere, senza includere almeno altri 22 tentativi di femminicidio documentati dai media nazionali e locali, secondo Non Una di Meno. Le vittime vanno dai 14 agli 85 anni.

In 3 casi l’assassino si è suicidato dopo l’omicidio, e in tutti i casi l’autore era una persona conosciuta: compagni, ex compagni, padri o figli.

Cifre che raccontano una strage alimentata da prevaricazione malata e distorta. Una carneficina guidata da un senso di superiorità che si manifesta prima con uno schiaffo, poi con un pugno, infine con un’arma. Una corda. Un sacchetto di plastica. Preferisco il carcere piuttosto che lasciarla andare.

Miserabile.

Ma cosa non viene compreso? Perché è così difficile capire? La mentalità patriarcale è davvero ancora così radicata? Purtroppo sì, e non solo per le scritte vergognose che compaiono su striscioni assurdi, ma anche per recenti ricerche che riguardano i nostri adolescenti.

La generazione Z sempre più divisa sull’uguaglianza tra i sessi

Esatto: la Gen Z, ovvero i ragazzi nati tra la fine degli anni ’90 e l’inizio degli anni 2010, risulta essere la generazione con le maggiori divergenze tra maschi e femmine su temi come femminismo, ruoli di genere e diritti femminili. Lo rivela una ricerca internazionale realizzata da Ipsos UK con il Global Institute for Women’s Leadership del King’s College London, che ha coinvolto quasi 24mila persone in 30 Paesi.

Lo studio dimostra che, contrariamente all’idea comune che i giovani siano uniformemente progressisti sulle questioni di genere, la situazione è molto più articolata: le posizioni di ragazzi e ragazze della Gen Z differiscono notevolmente su numerosi aspetti legati alla parità.

Il femminismo rappresenta il divario maggiore

Uno dei risultati più significativi riguarda l’adesione al femminismo.

  • Il 53% delle ragazze della Gen Z si dichiara femminista
  • mentre solo il 32% dei ragazzi fa altrettanto

Questo rappresenta il divario più ampio tra i sessi in tutte le fasce d’età esaminate. A confronto:

  • tra i Millennials la differenza è di 16 punti
  • tra Baby Boomers e Gen X il divario è ancora minore

Le giovani donne mostrano quindi una propensione molto maggiore rispetto alle generazioni precedenti a identificarsi come femministe, mentre tra i maschi la percentuale rimane simile a quella delle generazioni più mature.

La visione dei ruoli di genere

L’indagine mette in luce differenze rilevanti anche nella concezione dei ruoli familiari.

Alla domanda se un uomo che rimane a casa per accudire i figli sia “meno maschio”:

  • il 28% dei ragazzi Gen Z risponde affermativamente
  • contro il 19% delle ragazze Gen Z
violenze gen z

@Ipsos

Nelle generazioni più anziane questa convinzione è molto meno presente: tra i Baby Boomers solo il 12% degli uomini e il 9% delle donne la condivide.

Un altro tema di forte divisione riguarda il contributo maschile alla parità. Secondo i dati:

  • il 60% dei maschi della Gen Z ritiene che oggi agli uomini venga richiesto troppo nel sostenere l’uguaglianza di genere
  • tra le ragazze della stessa età lo pensa il 38%
patriarcato gen z

@Ipsos

Anche qui la distanza tra maschi e femmine è la più marcata rispetto a tutte le altre generazioni.

Una quota significativa dei giovani uomini intervistati considera inoltre che le misure per l’uguaglianza femminile abbiano oltrepassato il limite.

  • il 57% dei ragazzi Gen Z crede che favorire l’uguaglianza delle donne abbia finito per penalizzare gli uomini
  • contro il 36% delle ragazze Gen Z

Anche in questo caso si registra il divario più pronunciato tra maschi e femmine rispetto a tutte le altre fasce generazionali.

Le variazioni tra nazioni

La ricerca evidenzia anche notevoli differenze tra Paesi.

Per esempio:

  • la Corea del Sud è la nazione dove più persone avvertono tensioni tra uomini e donne (76%)
  • la Gran Bretagna registra livelli più contenuti (40%), insieme a Germania e Francia.

In generale, tuttavia, il conflitto tra generi viene percepito come meno intenso rispetto ad altri contrasti sociali, come quello tra ricchi e poveri o tra immigrati e autoctoni.

Nonostante le fratture, emerge anche un elemento positivo: la maggioranza delle persone ritiene importante l’uguaglianza di genere.

Nei 30 Paesi esaminati:

  • il 68% degli intervistati dichiara che raggiungere la parità tra uomini e donne è importante a livello personale
  • solo il 16% sostiene il contrario

Questo dato è valido in tutti i Paesi coinvolti, anche in quelli con i livelli più bassi di accordo.

Secondo Heejung Chung, direttrice del Global Institute for Women’s Leadership del King’s College London, queste divisioni sono spesso alimentate da narrazioni che rappresentano l’uguaglianza come un “gioco a somma zero“, come se i diritti delle donne significassero automaticamente una perdita per gli uomini.

In realtà, la parità di genere genera benefici per tutta la società, migliorando le opportunità economiche, la qualità della vita e il funzionamento delle istituzioni. Per questo motivo, concludono i ricercatori, è essenziale promuovere un dialogo più inclusivo tra generazioni e tra generi, per evitare che questa crescente spaccatura freni i progressi verso una società più equa.

E ritornando ai femminicidi nel loro significato più diretto?

Forse la chiave sta proprio nel momento in cui smettiamo di considerare questi numeri come casi isolati, come drammi privati, come improvvisi raptus. I femminicidi rappresentano purtroppo l’epilogo di una mentalità che ancora oggi fatica ad accettare l’indipendenza delle donne, la loro libertà di rifiutare, di andare via, di non “appartenere” a nessuno.

Quando una parte dei giovani cresce pensando che la parità sia una sottrazione, che i diritti delle donne siano “eccessivi”, che un uomo valga meno se non domina, se non controlla, se non si impone, allora quella mentalità continua a vivere nelle profondità. Non sempre si trasforma in violenza. Ma quando accade, è perché quel terreno era già fertile.

Ecco perché parlare di patriarcato non è una nostra ossessione ideologica né un capriccio linguistico: è il tentativo di dare un nome a ciò che collega una battuta, uno striscione, uno schiaffo e, troppo spesso, una morte. Finché quel legame non lo vedremo — e non lo spezzeremo — continueremo a contare le vittime. Sempre una di troppo.

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