Smog in gravidanza: come l’inquinamento rallenta il linguaggio

Esposizione a smog in gravidanza legata a ritardi linguistici e motori nei bambini: i risultati di uno studio su 498 neonati londinesi.

Quando una donna aspetta un bambino, l’aria che respira non chiede il permesso per entrare. Arriva attraverso le finestre aperte, si deposita sui vestiti, proviene dalle strade congestionate, dai motori in funzione, da particelle invisibili che si infiltrano ovunque. Dello smog si discute spesso quando le città appaiono coperte da una coltre grigia, quando gli occhi lacrimano, quando respirare diventa faticoso. Ma il problema inizia molto prima. Ancor prima del passeggino, dei primi passi incerti, della prima parola pronunciata con difficoltà e ripetuta infinite volte tra le mura domestiche. Inizia durante la gestazione.

Una recente indagine condotta dal King’s College di Londra ha evidenziato come l’esposizione delle madri all’inquinamento atmosferico in gravidanza sia associata a ritardi nello sviluppo dei piccoli a diciotto mesi di vita. La ricerca ha coinvolto 498 neonati della Greater London, arruolati presso il St Thomas’ Hospital tra il 2015 e il 2020, sottoponendoli a valutazioni cliniche standardizzate per misurare linguaggio, funzioni cognitive e competenze motorie. I bambini esposti a concentrazioni più elevate di sostanze inquinanti nel primo trimestre hanno mostrato punteggi linguistici inferiori di 5-7 punti rispetto a quelli con esposizione ridotta.

Le sostanze sotto esame sono quelle ormai familiari anche nelle nostre metropoli: particolato atmosferico e biossido di azoto, composti principalmente legati alla circolazione veicolare, alle emissioni, alla combustione, a quella combinazione quotidiana che trasforma strade apparentemente ordinarie in ambienti biologicamente ostili. Tra i neonati prematuri, il legame si è rivelato ancora più marcato: l’esposizione elevata durante la gestazione è stata associata anche a punteggi motori più bassi, con una differenza media di 11 punti rispetto ai bambini meno esposti.

Le settimane che contano

Il primo trimestre, dal momento del concepimento fino alla tredicesima settimana circa, costituisce una fase di architettura delicatissima. Il cervello del feto inizia a strutturarsi, si formano circuiti, connessioni, percorsi che negli anni successivi diventeranno linguaggio, movimento, attenzione, capacità di interagire con il mondo. Lo studio evidenzia un’associazione, dunque un incremento del rischio rilevato nei dati, senza trasformare ogni esposizione in un destino inevitabile. Questa precisione è fondamentale. La ricerca segnala una fragilità, una pressione aggiuntiva, una probabilità che si modifica.

Il risultato, tuttavia, resta inquietante. Anche perché le concentrazioni rilevate nei bambini londinesi rientravano nei limiti annuali stabiliti dalla normativa britannica del 2010, pur oltrepassando le soglie più rigorose indicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2021. In sintesi, l’aria può essere conforme alla legge e continuare a influenzare negativamente lo sviluppo infantile. Una realtà piuttosto netta, da considerare senza troppi eufemismi.

Ad ampliare lo scenario c’è un dato impressionante: secondo l’OMS, il 99% della popolazione globale respira aria che oltrepassa le linee guida dell’organizzazione e presenta livelli elevati di inquinanti, con esposizioni più intense nei Paesi a basso e medio reddito. L’inquinamento atmosferico in gravidanza, dunque, riguarda Londra, Milano, Roma, Delhi, Dhaka, le periferie attraversate da grandi arterie stradali, i quartieri dove il verde arriva tardi, se arriva, e dove l’aria salubre diventa quasi un lusso abitativo.

La disuguaglianza si respira prima

L’aspetto più duro risiede nella distribuzione del rischio. Le madri respirano aria differente a seconda di dove risiedono, di quanto possono permettersi di scegliere l’abitazione, di quanto possono evitare una strada trafficata, di quanto il quartiere sia stato progettato per tutelare i residenti. Le comunità più svantaggiate ed emarginate si trovano più frequentemente vicino alle grandi arterie di traffico, alle aree industriali, agli spazi urbani dove rumore e particelle fini fanno parte del paesaggio. Il problema nasce ambientale e diventa immediatamente sociale.

Anche in Italia i pediatri insistono da tempo sui primi mille giorni, il periodo che va dal concepimento ai due anni di vita. La Società Italiana di Pediatria sottolinea che questa finestra temporale ha un’importanza particolare perché ciò che avviene in quel lasso di tempo può lasciare conseguenze anche a lungo termine sulla salute. La stessa SIP riporta ricerche che collegano l’esposizione prenatale al PM2.5 a basso peso alla nascita, prematurità e, in alcuni studi, a prestazioni inferiori nei test cognitivi e motori.

Tradotto nella quotidianità, significa che la protezione dell’infanzia inizia prima della nursery, prima dei giocattoli educativi, prima della scelta del nido. Inizia dall’aria delle vie urbane, dai tragitti casa-lavoro, dai quartieri percorsi dalle automobili, dalle politiche urbane che sembrano sempre distanti dal corpo di una donna incinta e invece vi penetrano, molecola dopo molecola.

Aria pulita, salute collettiva

Il lavoro del King’s College aggiunge un elemento a un ragionamento già avviato: l’aria respirata durante la gestazione può essere un fattore modificabile. Modificabile a livello personale solo entro certi limiti, perché una madre può evitare, quando possibile, le vie più trafficate, preferire aree verdi, controllare gli orari peggiori, proteggere il bambino nei limiti del concreto. La SIP consiglia, tra l’altro, di ridurre il transito in zone congestionate, ricordando anche la vulnerabilità dei bambini nel passeggino, più vicini ai gas di scarico.

Il resto riguarda le città. Riguarda trasporti pubblici efficienti, limiti reali al traffico, scuole distanti dagli assi più inquinati, aree verdi accessibili, monitoraggi trasparenti, normative costruite sulla salute dei bambini e delle donne in gravidanza, invece che sulla tollerabilità statistica dell’inquinamento. Le polveri sottili hanno questa caratteristica fastidiosa: entrano nei dibattiti pubblici come numeri, microgrammi per metro cubo, medie annuali, soglie, tabelle. Poi arrivano nel corpo come esposizione reale.

Lo studio londinese lascia anche un’importante cautela. I ricercatori segnalano che saranno necessari ulteriori follow-up per comprendere se i bambini recupereranno nel tempo o se quelle differenze rilevate a 18 mesi potranno avere ripercussioni più avanti, durante il percorso scolastico e nei processi di apprendimento. È una prudenza necessaria, perché la scienza rigorosa procede così: misura, corregge, osserva, attende. Nel frattempo il segnale resta acceso.

L’inquinamento atmosferico in gravidanza richiama una forma di protezione molto meno romantica di quella che vediamo nelle pubblicità per neonati. Meno fiocchi, meno camerette color pastello, più centraline, marciapiedi, autobus, limiti, alberi veri, strade respirabili. La salute di un bambino può iniziare anche lì, in un incrocio qualsiasi, con un semaforo che trattiene una fila di motori accesi.

Fonte: King’s College

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