Colina in gravidanza: il nutriente che potenzia il QI dei figli

Assumere colina in gravidanza potrebbe aumentare il QI dei bambini e ridurre le difficoltà sociali, rivela una nuova ricerca.

All’età di quattro anni, i figli di madri che durante la gestazione avevano assunto un supplemento di colina hanno raggiunto in media 106 punti in un test sul quoziente intellettivo. I bimbi nati da madri trattate con placebo si sono invece attestati a 98 punti. Una differenza di quasi otto punti, a cui si aggiunge un altro dato significativo: minori difficoltà nel rapportarsi socialmente con gli altri. Il tutto emerso a ben quattro anni dalla conclusione del trattamento.

Questa è la scoperta di una nuova ricerca pubblicata sull’American Journal of Obstetrics and Gynecology, realizzata dagli esperti dell’Università del Colorado. Lo studio, avviato coinvolgendo 206 gestanti, ha indagato come la colina influenzi la maturazione cerebrale dei piccoli, monitorati dalla nascita fino al compimento dei quattro anni.

Un balzo di quasi otto punti nel quoziente intellettivo

Gli scienziati hanno suddiviso casualmente le 206 partecipanti in due gruppi distinti, a partire dalla sedicesima settimana di gestazione. Un gruppo ha ricevuto un supplemento a base di fosfatidilcolina, composto che racchiude colina, mentre l’altro ha assunto un placebo, ovvero capsule senza alcun principio attivo.

La somministrazione è continuata fino al momento del parto. Si trattava di uno studio in doppio cieco: né le madri né il team di ricerca sapevano chi ricevesse realmente l’integratore, proprio per scongiurare che le aspettative potessero condizionare l’esito. Trascorsi quattro anni, 103 bambini hanno svolto un test del QI pensato appositamente per l’età prescolare. I piccoli nel gruppo colina hanno totalizzato in media 106 punti, mentre quelli del gruppo placebo si sono fermati a 98.

Gli scarti più rilevanti emergevano nella memoria di lavoro e nelle abilità visuo-spaziali. La prima consente di trattenere un’informazione mentre la si sta utilizzando, come accade quando si eseguono istruzioni. Le seconde riguardano invece il riconoscimento delle forme, l’orientamento nello spazio e la comprensione di come gli oggetti si combinano tra loro.

Sono competenze che un bambino sfrutta quotidianamente, per esempio cercando il pezzo mancante di un puzzle, memorizzando le regole di un gioco o affrontando un piccolo rompicapo. Robert Freedman, docente di psichiatria presso l’Università del Colorado Anschutz e principale autore dello studio, ha evidenziato come nelle ricerche precedenti condotte dal suo team non fosse mai stato riscontrato un incremento così marcato del QI generale.

Fra i 54 piccoli del gruppo colina che hanno portato a termine la prova, ben dieci hanno superato quota 120 punti di QI. Nel gruppo placebo, invece, soltanto due bambini su 49 hanno raggiunto questo traguardo. Una discrepanza che i ricercatori giudicano rilevante e che lascia intendere un possibile impatto durevole della nutrizione materna sullo sviluppo delle capacità cognitive.

Meno ostacoli nei rapporti sociali

Il quoziente intellettivo rappresenta soltanto uno degli aspetti indagati. Gli studiosi hanno analizzato anche il comportamento sociale dei piccoli, raccogliendo informazioni tramite questionari compilati dai genitori tra i 18 mesi e i quattro anni di età. In questa fase sono stati valutati 142 bambini, equamente distribuiti tra i due gruppi (71 ciascuno). Fra i figli delle donne trattate con placebo, 17 su 71, cioè il 24%, mostravano livelli marcati di ritiro sociale. Nel gruppo colina questo numero scendeva a soli tre casi, circa il 4%.

Parliamo di atteggiamenti come scarso interesse verso il prossimo, tendenza a evitare le interazioni o difficoltà a mantenere il contatto visivo. I ricercatori hanno inoltre individuato undici bambini con comportamenti e difficoltà linguistiche riconducibili ai disturbi dello spettro autistico: dieci appartenenti al gruppo placebo e uno solo a quello colina.

Questo dato specifico deriva da un’analisi di tipo esplorativo, basata su segnali rilevati tramite questionari e non su diagnosi cliniche accertate di autismo. Si tratta comunque di un risultato che merita ulteriori indagini, poiché suggerisce che la colina potrebbe influenzare positivamente lo sviluppo delle capacità sociali e comunicative. L’integrazione, al contrario, non ha determinato miglioramenti statisticamente rilevanti riguardo ai problemi di attenzione, un ulteriore parametro oggetto di studio.

Cosa rende la colina così importante durante la gestazione

La colina è un nutriente fondamentale per il nostro corpo, implicato nella costruzione delle membrane cellulari e nella sintesi dell’acetilcolina, sostanza che consente alle cellule nervose di trasmettersi informazioni reciprocamente. Durante la gravidanza, questo nutriente partecipa attivamente alla formazione del sistema nervoso fetale, favorendo la creazione e il corretto funzionamento delle connessioni cerebrali. La notizia positiva è che la colina è naturalmente presente in numerosi alimenti di uso quotidiano, in particolare uova, carne, pesce e prodotti caseari. Se ne trovano quantità anche nella soia, nei legumi, nelle verdure e nei cereali integrali.

Un uovo di dimensioni medio-grandi, ad esempio, apporta circa 147 milligrammi di colina, stando alle tabelle nutrizionali pubblicate dai National Institutes of Health statunitensi. L’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) raccomanda per le donne in gravidanza un apporto adeguato di 480 milligrammi di colina giornalieri, superiore ai 400 milligrammi consigliati per la popolazione adulta generale.

Nello studio statunitense, tuttavia, le partecipanti assumevano quotidianamente 9.000 milligrammi di fosfatidilcolina. Le due cifre non sono paragonabili direttamente, dato che la fosfatidilcolina è una molecola che include colina insieme ad altri componenti. Gli esperti stanno ancora lavorando per determinare quale sia il dosaggio ottimale. Confrontando i dati con sperimentazioni precedenti, emerge la possibilità che dosi inferiori possano garantire benefici analoghi. Durante lo studio non si sono registrati incrementi significativi di nausea, vomito, capogiri o ipertensione tra le donne che assumevano l’integratore, né particolari criticità legate alla sicurezza per i neonati.

Un effetto che potrebbe persistere ben oltre la nascita

L’elemento forse più sorprendente della ricerca riguarda proprio l’intervallo temporale tra la fine dell’integrazione e la rilevazione dei risultati. Le partecipanti avevano interrotto l’assunzione delle capsule al momento del parto, eppure le differenze riscontrate nelle capacità cognitive e nei comportamenti sociali rimanevano evidenti a distanza di quattro anni. Ciò lascia pensare che l’apporto di colina durante la gestazione possa favorire processi di sviluppo cerebrale capaci di produrre effetti duraturi negli anni a venire.

Lo studio presenta comunque alcune limitazioni da considerare. Delle 206 donne inizialmente arruolate, soltanto 142 hanno portato a termine le valutazioni comportamentali relative ai figli, mentre appena 103 bambini hanno effettivamente svolto il test del QI. Va inoltre segnalato che i questionari sul comportamento sociale sono stati compilati dai genitori stessi, e che le famiglie rimaste fino alla conclusione dello studio presentavano mediamente un livello di istruzione superiore alla media.

Saranno quindi necessarie ulteriori ricerche, con campioni più ampi di partecipanti, per confermare questi risultati e verificare se i benefici osservati persistano anche durante il percorso scolastico. Per le future mamme, intanto, questo studio rappresenta un ulteriore stimolo a curare l’apporto di colina attraverso l’alimentazione quotidiana. L’eventuale ricorso a integratori, specialmente a dosaggi elevati, deve sempre essere discusso e concordato con il ginecologo o il medico che segue la gravidanza.

Gli studiosi intendono ora proseguire il monitoraggio dei bambini man mano che crescono, quando le competenze misurate a quattro anni verranno messe alla prova dall’ambiente scolastico, dalla lettura e dalle relazioni di tutti i giorni. Nel frattempo, il dato raccolto resta comunque significativo: un’integrazione avviata in gravidanza è stata associata a differenze misurabili ancora a distanza di quattro anni dalla nascita.

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