Una ricerca su 28 bambini rivela come il sonnellino pomeridiano migliori la memoria legata al contesto spaziale.
Un peluche nascosto, quattro scatole identiche e due ambienti distinti. Dopo il riposino, i piccoli sbagliavano con minore frequenza la stanza in cui cercare l’oggetto. Questo è quanto emerso da una ricerca pubblicata su Nature Communications, realizzata coinvolgendo 28 bambini di età compresa tra 25 e 34 mesi.
La scoperta riguarda un elemento molto specifico della capacità mnemonica: associare un oggetto al luogo in cui si trova. Il sonno non ha genericamente aumentato il numero di risposte esatte, né ha eliminato ogni tipologia di sbaglio. Ha invece diminuito in particolare quegli errori in cui il bambino individuava correttamente il contenitore, ma lo cercava nell’ambiente sbagliato. Una sfumatura che solo apparentemente sembra trascurabile.
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Due ambienti, gli stessi contenitori e una pausa sonno in mezzo
Gli studiosi dell’Università di Tubinga hanno fatto partecipare ciascun bambino a entrambe le fasi dell’esperimento, svolte in giorni separati. Inizialmente i piccoli trascorrevano all’incirca trenta minuti ambientandosi in due stanze allestite come scenari differenti, ad esempio uno zoo e una stazione dei treni. In entrambi gli spazi erano presenti quattro contenitori identici, ma disposti diversamente.
Seguiva poi il momento della pausa. In una fase i bambini effettuavano il consueto pisolino pomeridiano, della durata media di circa 90 minuti; nell’altra fase restavano svegli per un lasso di tempo equivalente. Successivamente iniziava una sorta di gioco di nascondimento: i piccoli dovevano riporre dei pupazzetti in contenitori diversi nelle due stanze e, trascorsi cinque minuti, ritrovarli. In questo modo, ogni bambino veniva confrontato con le proprie prestazioni, piuttosto che suddividere semplicemente il gruppo in chi aveva dormito e chi era rimasto sveglio.
Dopo il sonnellino, i piccoli compivano un numero inferiore di errori legati al contesto rispetto a quando restavano svegli. Anche l’indicatore elaborato dai ricercatori per valutare quanto il ricordo dell’oggetto rimanesse collegato alla stanza mostrava valori più elevati.
La quota generale di risposte corrette, tuttavia, non mostrava variazioni rilevanti. Neppure gli errori totalmente casuali risultavano ridotti. Il riposo, dunque, non pare aver donato ai bambini una memoria complessivamente superiore: li ha piuttosto aiutati a distinguere tra loro informazioni molto simili, impedendo che collocassero mentalmente il pupazzo nel luogo sbagliato.
L’attività cerebrale non si ferma durante il sonno
Un gruppo di bambini ha dormito indossando un dispositivo EEG portatile. Gli studiosi hanno così potuto osservare i cosiddetti fusi del sonno, brevi scariche di attività elettrica tipiche soprattutto della fase NonREM, che negli adulti risultano già collegate ai processi di consolidamento mnemonico.
Nei piccoli caratterizzati da una maggiore quantità di questi fusi, gli sbagli legati al contesto risultavano meno numerosi e la memoria associata alla stanza si rivelava migliore. È emerso inoltre un legame tra il coordinamento dei fusi e le onde cerebrali lente: quando queste due attività si sincronizzavano con maggiore precisione in una specifica banda di frequenza, i risultati nel test tendevano a essere più positivi.
Qui occorre una certa prudenza. Le rilevazioni EEG sono state effettuate su sottogruppi ancora più ristretti rispetto ai 28 partecipanti totali e evidenziano correlazioni, non dimostrano che una determinata oscillazione cerebrale abbia causato direttamente il miglioramento mnemonico.
Il dato risulta interessante anche perché, a due o tre anni, l’ippocampo – struttura cruciale per la memoria episodica e spaziale – si trova ancora in piena fase evolutiva. Secondo gli autori, durante il sonno potrebbero già essere operativi alcuni meccanismi di consolidamento simili a quelli riscontrati negli adulti, sebbene la ricerca non consenta di individuare con certezza quale area cerebrale abbia generato l’effetto osservato.
Nei bambini più piccoli l’effetto risultava più marcato
All’interno del gruppo esaminato, il beneficio del sonno appariva più evidente tra i bambini di età inferiore. Una spiegazione plausibile avanzata dagli autori è che, nelle prime fasi di questo periodo evolutivo, distinguere due contesti simili mentre si è svegli risulti ancora particolarmente complicato.
Gli stessi ricercatori invitano comunque alla cautela: tutti i partecipanti avevano un’età compresa tra 25 e 34 mesi, una finestra temporale di appena nove mesi, e i risultati correlati all’età hanno evidenziato una notevole variabilità. Saranno necessari campioni più numerosi e bambini di fasce d’età diverse prima di poter parlare di una vera e propria fase dello sviluppo in cui il sonnellino risulterebbe particolarmente determinante.
Esistono anche altre limitazioni. Le sessioni che prevedevano il sonno si svolgevano durante il consueto riposo pomeridiano, mentre quelle senza sonno potevano essere programmate al mattino o nel pomeriggio. Il ricercatore presente accanto al bambino era inoltre a conoscenza della condizione sperimentale, sebbene istruzioni e interventi fossero stati standardizzati. Gli autori, infine, non possono escludere completamente che il sonno abbia influito anche sul modo in cui i piccoli hanno successivamente appreso dove nascondere i pupazzetti.
La ricerca, in sintesi, non autorizza a trasformare il pisolino in una nuova strategia per formare piccoli geni precoci. Dimostra qualcosa di più circoscritto ma comunque significativo: in questo esperimento, dopo aver dormito, 28 bambini tra i due e i tre anni riuscivano a distinguere meglio due ambienti molto simili tra loro. Almeno nel laboratorio di Tubinga, il sonno ha contribuito a rimettere ogni cosa al proprio posto.
Fonte: Nature Communications