La bontà è innata: ricerca scientifica rivela senso morale precoce

Studi rivelano che i bambini riconoscono giusto e sbagliato già a sei mesi: scopri come l'ambiente influenza lo sviluppo del senso morale.

Esiste un istante particolare in cui diventa evidente che i più piccoli non sono affatto “egocentrici da educare” alla vita sociale. Accade quando, di fronte a qualcosa di ingiusto, manifestano indignazione. Anche a cinque anni. Anche se chi sbaglia è un automa. Nel 2025 alcuni studiosi hanno presentato a bambini della scuola dell’infanzia brevi filmati: un coetaneo – oppure una macchina programmata – si appropriava di oggetti altrui o rifiutava di dividere. Il quesito era elementare: è corretto o scorretto?

La reazione è stata inequivocabile: è scorretto. Sempre. Non conta se a sbagliare è un essere umano o un dispositivo meccanico. E c’è di più: numerosi piccoli hanno riconosciuto all’automa una forma di responsabilità etica, come se “avrebbe dovuto comprendere” l’errore commesso. Secondo l’esperta di psicologia evolutiva Antonella Marchetti, l’etica è radicata sin dalla prima infanzia ed è straordinariamente forte. Quindi il quesito si trasforma: se a cinque anni si identifica l’errore con tale precisione, quando inizia esattamente questo processo?

Dai lattanti che preferiscono chi sostiene alle prime nozioni di equità

La scoperta più straordinaria proviene dai primissimi mesi di esistenza. Già a sei mesi i lattanti dimostrano di riconoscere chi offre supporto e chi crea ostacoli. In una sperimentazione ormai celebre, un pupazzo tentava di scalare una salita: un personaggio lo sosteneva, un altro lo respingeva verso il basso. Quando ai piccoli veniva offerta la facoltà di scegliere, la stragrande maggioranza tendeva le braccia verso il “soccorritore”.

Una ricerca pubblicata nel 2025 sulla rivista Human Nature (Springer) ha esaminato molteplici indagini sperimentali per verificare se nei lattanti esista una percezione di equità. I dati sono affascinanti: anche prima di articolare parole, i bambini manifestano attese su come le risorse dovrebbero venire ripartite e reagiscono diversamente davanti a scenari equi o iniqui. Non si tratta di “capricci” o semplici automatismi. Gli studiosi parlano di nozioni etiche basilari: imparzialità, capacità di agire, persino un abbozzo di obbligo morale. In sostanza, una forma primitiva ma già identificabile di equità.

Ancora più affascinante è il fatto che i bambini non giudicano solamente l’esito, ma l’intenzione. In un’altra sperimentazione, un personaggio cercava di ripartire fragole equamente ma falliva; un altro, invece, tentava di privilegiare sempre lo stesso beneficiario. Anche se il risultato finale era identico – una ripartizione ingiusta – i bambini preferivano chi aveva cercato di essere corretto. Prima ancora del linguaggio, sembra esistere una guida interiore.

Le neuroscienze confermano questo quadro. In uno studio del 2018, le immagini di persone sofferenti attivavano nei bambini una reazione cerebrale più marcata rispetto a immagini neutre. Quando i genitori li invitavano a riflettere sulla sofferenza altrui, la reazione diventava meno istantanea ma più profonda e duratura. Come se la sensibilità fosse già presente, in attesa di essere guidata.

L’esperta di psicologia clinica Roma Kumar descrive questa dimensione come una sensibilità naturale alle emozioni degli altri: la capacità di sintonizzarsi sul disagio e di ricercare armonia.

Nessun bambino si sviluppa in isolamento

Se i “germi” dell’etica sono presenti fin dall’origine, non significa che possano svilupparsi in qualsiasi condizione. Una revisione sistematica pubblicata nel 2022 su Frontiers in Psychology ha evidenziato quanto siano fondamentali lo stile educativo, le relazioni e il contesto sociale nello sviluppo della coscienza etica. Senza attenzione, anche il seme più promettente può affievolirsi.

Il filosofo cinese Mencio parlava di “germogli morali” da nutrire. Un’immagine antica che oggi ritorna sorprendentemente attuale. Perché quei germogli necessitano di relazioni affettuose, di adulti coerenti, di un ambiente in cui l’empatia non sia un termine teorico ma un’azione quotidiana. Secondo Kristján Kristjánsson, esperto di educazione al carattere, la guida morale va stimolata fin dai primi anni e deve occupare un posto centrale nelle politiche educative, dalla scuola primaria fino all’università. Non è un aspetto secondario: è il nucleo della formazione.

I bambini cresciuti in ambienti emotivamente responsivi sviluppano maggiore fiducia in sé stessi e capacità di recupero. Imparano a gestire le emozioni, a evitare l’aggressività, a prendersi cura degli altri senza annullarsi. Uno studio pubblicato su Developmental Psychology mostra che quando i genitori spiegano il motivo delle regole, invece di limitarsi a imporle, favoriscono autocontrollo e comportamenti prosociali più duraturi.

La differenza è sottile ma cruciale. Dire “sei cattivo” costruisce obbedienza. Dire “capisco che eri arrabbiato, ma questo provoca dolore” costruisce consapevolezza. Quando l’etica diventa solo un modo per evitare una sanzione o per compiacere un adulto, funziona finché qualcuno osserva. Quando invece nasce da una comprensione interiore, permane anche in assenza di testimoni. In fondo, quei bambini che giudicano severamente un automa che si comporta male ricordano qualcosa di commovente: si viene al mondo con una sensibilità straordinaria verso il corretto e lo scorretto.

La vera sfida non è insegnare l’etica da zero, ma non sopprimerla. È proteggerla dalla rigidità, dall’indifferenza, dalla fretta. Perché crescere bambini capaci di empatia e senso di equità non significa soltanto educare “bravi figli”. Significa formare adulti emotivamente equilibrati, cittadini responsabili, comunità più umane.

Fonte: Developmental PsychologyHum Nat

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