Perdere peso mangiando porzioni abbondanti: i consigli di Longo

Lo scienziato Valter Longo spiega come dimagrire aumentando le porzioni di cibi sani e seguendo la dieta mediterranea. L'aperitivo? Da evitare.

Una zuppa generosa per la cena, con ottanta grammi di pasta immersi in mezzo chilo di verdure miste e legumi, rappresenta uno dei trucchi che Valter Longo condivide quando gli domandano quale sia il segreto per aumentare l’aspettativa di vita. Nessuna restrizione calorica esasperata, nessun calcolo maniacale delle porzioni: al contrario, in un’approfondita conversazione con il Corriere della Sera, lo scienziato capovolge il preconcetto comune affermando che per ridurre il peso corporeo spesso occorre incrementare le quantità di cibo.

Il profilo di Valter Longo

Nato a Genova nel 1967, Longo figura tra i ricercatori italiani più influenti a livello mondiale nel campo della senescenza. Guida l’Istituto sulla Longevità presso la University of Southern California e nel 2017 ha fondato a Milano la sua Fondazione, avviando diversi progetti di ricerca clinica. È l’ideatore della dieta mima-digiuno, un regime alimentare periodico da seguire ogni tre-quattro mesi che innesca i meccanismi biologici tipici del digiuno pur garantendo l’assunzione di calorie, vitamine, minerali e sostanze nutritive fondamentali. Partì dall’Italia a sedici anni per coltivare la vocazione musicale negli Stati Uniti, passione mai abbandonata completamente. Il tema centrale del suo recente volume, Il peso della longevità (Piemme), riguarda proprio il legame tra eccesso ponderale e patologie metaboliche.

Aumentare le quantità, non ridurle

L’apparente contraddizione nasconde una logica ben precisa. Longo descrive al quotidiano milanese la sua routine alimentare: al mattino friselle integrali di Altamura accompagnate da crema di mandorle pugliesi e cacao, frutta fresca come mela o melone, tè verde e nero miscelati. Il pranzo solo nei giorni festivi, solitamente con verdure e pesce. La sera, la classica minestra ricca di pasta, abbondanti ortaggi e legumi. Volume elevato, densità energetica contenuta: si sazia lo stomaco senza gravare sul bilancio calorico. La sua sintesi è netta: non ridurre le porzioni, bensì ampliarle, privilegiando zuppe e minestroni tradizionali al posto dell’aperitivo seguito da un piatto di pasta con pane a volontà. Riguardo alla pizza, nessuna esclusione, la consuma regolarmente ma senza latticini. C’è inoltre la regola temporale: consumare tutti i pasti nell’arco di dodici ore, lasciando quindi dodici ore di pausa notturna. Basta cenare presto e fare colazione il mattino seguente, nulla di complesso.

L’aperitivo serale, consuetudine da ripensare

Sul rituale meneghino per antonomasia Longo esprime un giudizio netto: l’aperitivo delle 19 costituisce un’abitudine deleteria. Le ragioni sono due. Primo, rimpiazza una cena bilanciata con un eccesso di lipidi e carboidrati raffinati, proprio quando l’organismo ne ha minor necessità. Secondo, secondo il ricercatore, dietro questa moda si cela un interesse economico, un meccanismo paragonabile a quello dell’industria del tabacco: chi rinuncerebbe a uno Spritz con snack salati, soprattutto quando tutti lo fanno? Se Milano aspira a diventare una metropoli salubre, sostiene, occorre invertire le priorità. Non si tratta di un divieto etico, ma di equilibri nutrizionali, perché ciò che si aggiunge con l’aperitivo raramente viene compensato altrove. Il problema, inoltre, non riguarda solo il capoluogo lombardo: Longo ricorda che l’Italia occupa il secondo posto in Europa per obesità pediatrica, dopo Cipro, un dato che contraddice l’immagine dell’Italia come modello di sana alimentazione mediterranea.

Il semaglutide? “Un’assurdità” per perdere pochi chili

Sui medicinali agonisti del recettore GLP-1, il semaglutide contenuto nel noto Ozempic in primis, Longo mantiene un atteggiamento prudente. Per chi desideri semplicemente eliminare qualche chilo superfluo, ricorrere al farmaco rappresenta secondo lui “un’assurdità”. Diverso il discorso per l’obesità accompagnata da diabete: in quel caso il medicinale può essere valutato, ma solo dopo due anni di alimentazione mediterranea seguita da uno specialista e senza esiti positivi. Anche in tale scenario, però, i risultati non sempre convincono. Secondo i dati riportati, il 92% dei pazienti abbandona la terapia entro due anni, e nei sei-dodici mesi successivi recupera tessuto adiposo, non massa magra. Per chi prosegue, il semaglutide può diminuire la mortalità cardiovascolare del 10%. L’alimentazione mediterranea, afferma Longo, raggiunge il 20%.

Cosa emerge dalla letteratura scientifica

L’ipotesi che il regime mediterraneo protegga l’apparato cardiovascolare non si fonda esclusivamente sull’esperienza clinica di Longo. Lo studio PREDIMED (Prevención con Dieta Mediterránea) pubblicato sul New England Journal of Medicine ha monitorato 7.447 soggetti ad alto rischio cardiovascolare in Spagna, suddividendoli casualmente in tre gruppi: dieta mediterranea arricchita con olio extravergine d’oliva, dieta mediterranea con frutta secca, dieta di controllo povera di grassi. Dopo quasi cinque anni, i due gruppi mediterranei presentavano una diminuzione del 30% degli eventi cardiovascolari maggiori, compresi infarto miocardico, ictus cerebrale e decesso per cause cardiache, rispetto al gruppo di controllo. Un risultato che posiziona questo modello alimentare tra le strategie preventive più solidamente documentate, confermando le affermazioni del dottor Longo.

Fonte: milano.corriere.it

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