Diete plant-based e disturbi alimentari: cosa dice la scienza

Studio su 25mila persone rivela se vegetarianismo e veganismo aumentano davvero il rischio di disturbi alimentari.

Da tempo si discute se l’adozione di un regime alimentare vegetariano o vegano possa correlarsi a una maggiore probabilità di sviluppare disturbi del comportamento alimentare. Questa teoria trae origine dal fatto che chi convive con tali patologie spesso tende a escludere intere categorie di cibi e, talvolta, rinunciare alla carne può fungere da pretesto socialmente accettabile per mascherare restrizioni alimentari.

Ma le cose stanno realmente così? Una recente revisione sistematica accompagnata da meta-analisi, pubblicata sulla rivista Eating disorders, ha tentato di fare chiarezza esaminando l’insieme delle evidenze scientifiche disponibili. Attraverso un articolo apparso su The Conversation, Bruno Biggiogero Peroni, ricercatore associato al Karolinska Institutet, insieme a María Valentina Díaz Goñi, dottoranda presso l’Università di Castilla-La Mancha, hanno presentato gli esiti del loro lavoro, chiarendo cosa emerge realmente dai dati scientifici riguardo al presunto nesso tra alimentazione vegetale e disturbi alimentari.

Cosa ha analizzato la ricerca

Lo studio ha preso in considerazione 24 ricerche precedenti, coinvolgendo complessivamente 25.223 partecipanti, mettendo a confronto individui che seguivano rigorosamente una dieta vegetariana o vegana con altri che invece consumavano carne regolarmente.

Gli scienziati si sono concentrati unicamente su vegetariani (che rinunciano a carne, pollame, pesce e frutti di mare) e vegani (che eliminano ogni prodotto di origine animale), lasciando fuori dall’analisi modelli alimentari più elastici come quello pescetariano o flexitariano.

Le ricerche prese in esame si sono servite di questionari validati scientificamente per rilevare la presenza di sintomi caratteristici dei disturbi alimentari, tra cui restrizione del cibo, episodi di abbuffate, perdita del controllo durante i pasti e un’eccessiva preoccupazione per peso e forma corporea. Va precisato che questi strumenti misurano sintomi auto-riferiti dai partecipanti, senza permettere una vera diagnosi clinica.

Analizzati singolarmente, i vari studi presentavano risultati piuttosto discordanti. Alcune ricerche indicavano una presenza maggiore di sintomi tra chi seguiva diete vegetali, altre suggerivano addirittura il contrario, mentre numerosi lavori non evidenziavano alcuna differenza sostanziale.

Tuttavia, una volta aggregati tutti i dati nella meta-analisi complessiva, non è emersa nessuna divergenza significativa tra chi seguiva un’alimentazione vegetariana o vegana e chi invece mangiava carne.

Ciò implica che rinunciare a carne o derivati animali non costituisce, di per sé, un segnale rivelatore di un disturbo alimentare.

Le radici di questa presunta connessione

L’ipotesi che collegava vegetarianismo e disturbi alimentari non deriva dal fatto che l’alimentazione vegetale venga considerata rischiosa in sé.

Piuttosto, gli esperti hanno notato da tempo come alcune persone affette da disturbi alimentari possano sfruttare restrizioni apparentemente giustificate da motivazioni etiche o salutistiche per limitare la propria assunzione di cibo. In situazioni simili, abbandonare il consumo di carne può trasformarsi in una scusa socialmente accettata per evitare certi alimenti.

Questo fenomeno ha spinto alcune ricerche precedenti a rilevare una frequenza superiore di diete vegetariane tra soggetti già affetti da anoressia o altre patologie alimentari. Ciononostante, tale correlazione non prova un nesso causale: potrebbe infatti essere stato proprio il disturbo alimentare a determinare la scelta della dieta, e non viceversa.

La nuova meta-analisi conferma proprio questa lettura, dimostrando come la semplice etichetta di “vegano” o “vegetariano” fornisca informazioni molto limitate sullo stato psicologico effettivo di un individuo.

Il vero fattore determinante

Secondo quanto sostengono gli autori, la questione centrale non riguarda cosa mangia una persona, ma piuttosto quali motivazioni la spingono verso quella scelta alimentare. Qualcuno potrebbe rinunciare alla carne per ragioni etiche, ambientali, religiose o di salute, conservando un rapporto equilibrato e flessibile con il cibo. Un’altra persona, invece, potrebbe iniziare a eliminare alimenti spinta da una paura intensa di aumentare di peso, introducendo gradualmente limitazioni sempre più severe.

Dall’esterno queste due condizioni potrebbero apparire simili, ma sul piano psicologico risultano estremamente diverse.

Solamente alcuni degli studi analizzati hanno approfondito le ragioni dietro la scelta alimentare. In una di queste ricerche, gli studenti universitari che avevano scelto una dieta vegetariana anche come strategia di controllo del peso mostravano una presenza più marcata di sintomi legati ai disturbi alimentari. Gli autori sottolineano comunque che i dati raccolti finora non permettono ancora di tirare conclusioni definitive su questo aspetto specifico.

Quali segnali osservare con attenzione

Secondo gli studiosi, individuare il rischio effettivo di un disturbo alimentare richiede una visione decisamente più ampia rispetto alla semplice esclusione della carne dalla dieta.

Possono costituire segnali d’allarme un cambiamento repentino delle abitudini alimentari, restrizioni progressivamente più rigide, una perdita di peso considerevole, ansia o timore legati al cibo, disagio marcato durante i pasti oppure un’alimentazione incapace di garantire un apporto nutrizionale adeguato.

Al contrario, seguire da tempo una dieta vegetariana o vegana in linea con i propri valori personali, ben strutturata e pianificata con cura, non dovrebbe essere interpretato come indicatore di rischio.

I limiti dello studio

Gli stessi ricercatori invitano a interpretare i risultati con cautela. Tutte le ricerche incluse erano di tipo osservazionale e catturavano la situazione in un singolo momento temporale, senza possibilità di determinare se la dieta fosse antecedente o successiva all’eventuale manifestazione dei sintomi.

Mancavano inoltre spesso dettagli riguardanti la qualità dell’alimentazione, la sua durata nel tempo e le motivazioni personali dei partecipanti. Un ulteriore limite riguarda gli strumenti impiegati: i questionari standard sui disturbi alimentari potrebbero classificare come “restrizione” anche l’esclusione di cibi motivata da convinzioni etiche o religiose, senza saper distinguere tra una scelta consapevole e un comportamento patologico.

Per tale ragione, i ricercatori ritengono fondamentale sviluppare strumenti di valutazione più adeguati per chi segue un’alimentazione vegetariana o vegana.

Fonte: Eating disorders

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