Festa e commozione in un ospedale congolese per la guarigione dell'ultima paziente Ebola, mentre l'epidemia nel Paese continua a mietere vittime.
Grida di felicità, applausi scroscianti e passi di danza: a Mongbwalu, nella Repubblica Democratica del Congo, è il giorno di una notizia capace di riaccendere la fiducia. L’ultima persona ricoverata per Ebola presso la struttura di Medici Senza Frontiere (MSF) ha sconfitto la malattia ed è finalmente potuta tornare a casa. Un istante carico di emozione per tutto lo staff medico, impegnato da mesi in una battaglia senza tregua contro il virus. Ora, liberato dalla tensione accumulata, il personale si abbandona a una danza di liberazione, come testimoniano le immagini pubblicate sui social network.
À Mongbwalu, en Ituri, des moments de joie ont marqué la sortie du dernier patient confirmé d’Ebola du centre de traitement de MSF, guéri. Mais l’épidémie est loin d’être terminée : plus de 10 000 cas ont été enregistrés. Les équipes de MSF restent mobilisées.#Ebola #RDC #MSF pic.twitter.com/RrOmXUYGDx
— MSF RDC (@MSFcongo) October 28, 2026
Tuttavia, mentre a Mongbwalu si celebra questo importante risultato, nel resto del territorio congolese l’allerta resta alta: l’epidemia continua a costituire un pericolo serio per migliaia di individui, mentre le organizzazioni umanitarie proseguono instancabilmente il loro impegno per curare i pazienti e arginare la comparsa di nuovi focolai.
Oltre diecimila contagi e quasi cinquemila vittime
La crisi legata all’Ebola nella Repubblica Democratica del Congo ha assunto dimensioni allarmanti. In base ai dati più recenti, aggiornati al 26 ottobre 2026, si contano 10.141 casi accertati e 4.928 decessi, con un tasso di letalità vicino al 48%: praticamente una persona su due tra quelle contagiate non ce l’ha fatta. Siamo di fronte alla diciassettesima epidemia di Ebola ufficialmente dichiarata nel Paese, cominciata nel maggio 2026 e propagatasi velocemente, in particolare nelle regioni orientali. Desta particolare preoccupazione la rapidità del contagio: sono stati sufficienti circa 40 giorni per oltrepassare la soglia dei mille casi confermati.
Si tratta di cifre che fotografano un’emergenza sanitaria tutt’altro che risolta, nonostante i successi terapeutici e l’impegno costante delle realtà umanitarie attive sul campo. Da quel momento, purtroppo, la situazione si è deteriorata con grande velocità. Il contagio, inizialmente circoscritto alla parte orientale del Paese, si è esteso verso altre province, colpendo comunità dove l’accesso alle cure era già fortemente compromesso in partenza.
Un’emergenza complicata da guerre e miseria
Il virus Ebola sta dilagando in zone che da anni sono vittime di una pesante crisi umanitaria. Nell’area orientale della Repubblica Democratica del Congo, scontri armati, episodi di violenza e migrazioni forzate rendono estremamente arduo sia raggiungere le popolazioni colpite sia assicurare la continuità delle cure mediche. Numerose strutture sanitarie operano con risorse scarse, mentre l’insicurezza diffusa ostacola il trasferimento dei pazienti, le operazioni dei laboratori e l’attività quotidiana degli operatori sanitari.
A complicare ulteriormente il quadro si aggiungono la circolazione di notizie false e la diffidenza verso le istituzioni e i centri di cura. Chi teme l’isolamento o non ripone fiducia nell’ospedale tende a rimandare la richiesta di aiuto, con il rischio concreto di contagiare i propri familiari. Stando al rapporto dell’OMS diffuso il 23 ottobre, su 482 morti registrate dall’ultimo aggiornamento, ben 307 sono avvenute all’interno delle comunità, lontano dai centri di trattamento specializzati. Un dato che evidenzia quanto sia ancora complesso individuare tempestivamente i casi di contagio. Nel frattempo, la concentrazione di risorse sull’emergenza Ebola rischia di far peggiorare altre criticità sanitarie già presenti, dall’assistenza alle gestanti alle campagne di vaccinazione ordinarie, fino alla gestione delle altre malattie infettive diffuse nel territorio. L’epidemia, peraltro, non è più confinata ai soli confini della Repubblica Democratica del Congo: nel corso del 2026 sono stati segnalati casi anche in altre nazioni africane.
In Kenya, dopo l’individuazione di un caso d’importazione avvenuto a ottobre, si sono registrati ulteriori contagi tra i familiari del paziente e gli operatori sanitari venuti a contatto con lui. Le autorità locali, tuttavia, non hanno riscontrato una diffusione estesa all’interno della comunità. Anche in Nigeria è stato individuato un caso di importazione, mentre in Uganda l’epidemia locale è stata ufficialmente dichiarata chiusa nel mese di agosto. Per quanto riguarda il continente europeo, il livello di rischio resta estremamente contenuto. Secondo il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), la probabilità che il virus venga importato e si diffonda successivamente tra la popolazione dell’Unione europea è da considerarsi molto bassa.
Fonte: MSF RDC