Oltre 200 morti per Ebola in Congo. Africa CDC lancia allerta continentale per 10 Paesi. Due casi sospetti ricoverati a Milano dall'Uganda.
L’ondata epidemica di Ebola che sta colpendo la Repubblica Democratica del Congo ha superato la soglia delle duecento vittime. Le autorità sanitarie congolesi hanno reso noto un bilancio di 204 decessi a fronte di 867 casi sotto osservazione distribuiti in tre province del territorio nazionale. L’Organizzazione Mondiale della Sanità aveva precedentemente registrato 177 morti su circa 750 casi sospetti, ma il direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus aveva già avvertito che “l’epidemia nella Repubblica Democratica del Congo ha dimensioni molto più ampie” rispetto agli 82 casi confermati attraverso analisi di laboratorio.
La variante virale in diffusione è il Bundibugyo, un ceppo poco comune ma altamente pericoloso appartenente alla famiglia Ebola. Il 15 maggio Africa CDC ha formalmente proclamato lo stato di epidemia nella provincia orientale di Ituri, mentre l’OMS ha lanciato il 17 maggio l’emergenza sanitaria di portata internazionale (PHEIC), il livello massimo di allerta dell’organizzazione. Anche l’Uganda ha registrato contagi provenienti dal Congo: il primo caso accertato ha riguardato un cittadino congolese cinquantanovenne ospedalizzato a Kampala l’11 maggio e morto dopo tre giorni.
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Dieci nazioni africane nel mirino dell’agenzia sanitaria continentale
L’organismo sanitario dell’Unione Africana ha organizzato il 16 maggio un incontro consultivo di alto profilo con la partecipazione di oltre 130 delegati, includendo rappresentanti delle nazioni a rischio, partner finanziatori (Stati Uniti, Regno Unito e Unione Europea), agenzie delle Nazioni Unite, organizzazioni umanitarie e aziende farmaceutiche. Nel comunicato ufficiale del direttore generale, Africa CDC ha assunto il coordinamento della risposta a livello continentale, come stabilito dal proprio mandato quando un’epidemia oltrepassa i confini nazionali. Il presidente di Africa CDC, Jean Kaseya, ha elencato durante una conferenza stampa i territori maggiormente vulnerabili alla propagazione del virus: Sud Sudan, Ruanda, Kenya, Tanzania, Etiopia, Repubblica del Congo, Burundi, Angola, Repubblica Centrafricana e Zambia. Il fattore comune è l’intensa circolazione transfrontaliera con le aree congolesi dove l’infezione è più concentrata, in un contesto già gravemente compromesso da instabilità e limitate capacità di monitoraggio. Nell’est della RDC operano le squadre di Medici Senza Frontiere, mobilitate fin dall’inizio dell’emergenza con centinaia di operatori e attrezzature protettive. MSF ha riattivato strutture di trattamento nella regione, evidenziando però che l’Ebola non rappresenta l’unica emergenza sanitaria in atto, considerato che nell’est congolese le principali cause di decesso rimangono patologie prevenibili come malaria e morbillo.
Valutazione del rischio nel continente europeo
Sul fronte europeo, la valutazione ufficiale esclude scenari allarmistici. L’ECDC, il Centro Europeo per la Prevenzione e il Controllo delle Malattie, ha definito il rischio di contagio per i cittadini dell’UE come “estremamente ridotto”, specificando che eventuali casi importati sarebbero prontamente individuati e isolati. La portavoce della Commissione europea Eva Hrncirova ha confermato questa valutazione, applicandola anche ai viaggiatori diretti nella regione. Il Bundibugyo, come tutte le varianti di Ebola, non si propaga attraverso l’aria: la trasmissione necessita di contatto diretto con i fluidi corporei di una persona già sintomatica.
Misure preventive adottate dall’Italia
Il 18 maggio il Ministero della Salute italiano ha implementato la sorveglianza sanitaria per il personale, sanitario e non sanitario, impegnato in progetti di cooperazione nelle zone congolesi colpite dall’epidemia. La circolare, sottoscritta dal capo del Dipartimento della prevenzione Maria Rosaria Campitiello, stabilisce l’obbligo di dichiarazione sanitaria da trasmettere al Ministero con almeno 48 ore di anticipo rispetto alla partenza dalle zone interessate, quindi nessun divieto di viaggio ma monitoraggio sistematico dei rientri.
Due operatori umanitari italiani ricoverati al Sacco
Nelle prime ore del 25 maggio il sistema sanitario nazionale ha avuto il suo primo confronto diretto con l’epidemia. Due operatori umanitari della provincia di Como, un trentenne e una trentatreenne, sono stati collocati in isolamento presso l’ospedale Sacco di Milano dopo essere rientrati durante la notte dall’Uganda via Addis Abeba, dove avevano trascorso tre mesi con i missionari comboniani in un’area prossima al confine congolese. Hanno manifestato febbre, nausea, vomito e, nel caso della donna, una lieve alterazione neurologica, sintomi che hanno attivato il protocollo: i due sono stati prelevati dalle rispettive abitazioni dall’AREU e trasferiti al Sacco in regime di isolamento totale. Undici familiari sono stati posti in isolamento precauzionale in attesa dei risultati. L’ipotesi più probabile, comunque, esclude Ebola. L’assessore al Welfare di Regione Lombardia Guido Bertolaso ha affermato: «Al momento riteniamo si tratti di malaria o di patologia analoga». Il Ministero della Salute, in una nota ufficiale diffusa nella medesima giornata, ha confermato che il sistema nazionale di gestione delle emergenze infettive è completamente attivo e che il rischio per l’Italia rimane estremamente contenuto.