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La vitamina D non serve a prevenire il Covid-19

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Negli ultimi mesi ci sono state numerose ricerche finalizzate a individuare un possibile ruolo della vitamina D nella prevenzione delle infezioni da SARS-CoV-2 e delle complicazioni da COVID-19. Ebbene, come probabilmente parte delle nostre lettrici ben rammenterà, questi studi hanno tratto conclusioni contrastanti. Ma un recente studio condotto da un team di ricercatori brasiliani sembra ora fornire una risposta più solida ad almeno una domanda chiave: la vitamina D può aiutare a prevenire le complicazioni della COVID-19 in pazienti ospedalizzati particolarmente malati?

Secondo i risultati, la risposta sembra essere no, considerato che lo studio ha scoperto che alte dosi di vitamina D somministrate a pazienti ospedalizzati con COVID-19 moderata o grave non hanno influenzato il corso della malattia.

Le conclusioni della ricerca brasiliana

Studi in vitro o prove con animali avevano precedentemente dimostrato che in certe situazioni, la vitamina D e i suoi metaboliti potrebbero avere effetti antinfiammatori e antimicrobici, oltre a modulare la risposta immunitaria“, spiega Rosa Pereira, ricercatore principale dello studio. “Abbiamo deciso di indagare se una dose elevata di questa sostanza potesse avere un effetto protettivo nel contesto di un’infezione virale acuta, riducendo l’infiammazione o la carica virale” – ha proseguito Pereira, concludendo che “finora possiamo dire che non c’è alcuna indicazione a somministrare la vitamina D ai pazienti che arrivano in ospedale con grave COVID-19.”

COVID-19 e vitamina D

Gli scienziati della Scuola di Medicina dell’Università di San Paolo (FM-USP) a San Paolo, Brasile, hanno condotto lo studio clinico randomizzato, in doppio cieco e controllato con placebo. I ricercatori sostengono che questo studio sia il primo del suo genere.

Il team ha seguito le esperienze di 240 volontari che hanno ricevuto il trattamento per i sintomi della COVID-19 all’Hospital das Clínicas della FM-USP e all’ospedale da campo Ibirapuera Park a São Paulo City, da giugno ad agosto 2020. Tutti i partecipanti erano risultati positivi alla SARS-CoV-2 utilizzando un test di reazione a catena della polimerasi o tramite test anticorpale.

Tutti hanno ricevuto un trattamento con protocolli standard COVID-19 che includono farmaci antibiotici e antinfiammatori. I ricercatori li hanno poi divisi in due gruppi uguali a caso.

Gli scienziati hanno quindi fornito ai partecipanti del primo gruppo una singola dose da 200.000 unità di vitamina D3 sciolta in olio di arachidi. Hanno dato a quelli del secondo gruppo un placebo di olio di arachidi inalterato. Lo scopo dello studio era quello di scoprire se una dose elevata di vitamina D fosse associata a un ricovero più breve: i ricercatori hanno però scoperto che… non lo era.

L’indagine non ha inoltre trovato alcuna prova che la vitamina D abbia reso una persona meno probabile di essere ammessa all’unità di terapia intensiva o meno probabile che abbia bisogno di intubazione.

La vitamina D sembra anche non avere alcun effetto sulla mortalità, anche se Pereira avverte che è necessario uno studio più grande con più partecipanti prima che i ricercatori possano trarre conclusioni definitive.

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Giornalista pubblicista, collabora dal 2005 con alcuni dei principiali network nazionali dell'informazione online.