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Albero di Natale: ecco perché sceglierlo vero

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Passato il weekend ad addobbare l’albero di Natale? È tutto pieno di lucette, di palline colorate e di stelline? Perfetto. Ed è pure finto? Eccellente, è così che si fa. Perché sono anni che ci dicono che comprare l’albero “finto” è certamente più “green” che tagliare centinaia di alberi veri.

Cosa? Non è esattemente così? Cosa è cambiato?

Ebbene, cambio di rotta ragazzi. Da uno studio effettuato da Coldiretti sembra che gli alberi di plastica in circolazione emettano gas come 6 milioni di chilometri percorsi in macchina. Quindi non sono proprio ecologici.

Dobbiamo abbandonare l’idea che l’albero con gli aghi di plastica sia più ecologico del suo corrispettivo “vero”.

La settimana scorsa ci siamo affrettati ad addobbare l’albero, con tutti i rituali dell’occasione, ma la nostra scelta potrebbe avere effetti non poco appariscenti nel salotto di casa.La caccia agli scatoloni in soffitta, quello delle luci, quello delle palle, quello delle palle vecchie, quello dei fili, quello degli addobbi ancora incartati che ci ha portato la zia l’anno scorzo per la Befana, e anche quello dell’albero. Sì tutti abbiamo lo scatolone dell’albero, si riconosce subito perché da un’estremità esce la punta che non siamo riusciti a chiudere bene. Poche persone non hanno provato quel genere di frustrazione i primi di gennaio, forse quei pochi coraggiosi che compravano l’albero “vero” sotto lo sguardo crudele e incredulo degli ecologisti! Troppo avanti loro!

L’albero di plastica lo potevamo riutilizzare per anni, ma era sempre diverso. Appena comprato era molto vaporoso, con tutti i suoi aghetti uno separato dall’altro, i rami sembravano in attesa di un uccellino che ci si posasse sopra, la punta restava diritta, quasi dispiacesse metterci l’addobbo. Poi a gennaio lo ripieghiamo facilmente, ma non troppo, perché non ci riusciva l’origamo per rimetterlo nella scatola, e avanzava il piedistallo.

L’anno successivo aprivamo lo scatolone e il pavimento si riempieva di aghi verdi e polvere, e così anche l’anno successivo, e poi quello ancora…ma la cosa strana è che il numero di aghi che cadeva era sempre lo stesso. Una manciatina non di più, come se non volesse dare nell’occhio. E così si arriva a quel punto in cui il nostro alberello sembra vuoto, ma non ne siamo sicuri, perché il suo degrado è stato lento e impercettibile all’occhio umano. È vecchio, è invecchiato con noi.

Riesce ancora a sostenere il peso delle palline, più o meno grandi, le lucine si intravedono attraverso quei pochi aghi rimasti, vediamo chiaramente le bacchette di plastica che per anni ci erano sembrate dei rami.

Potremo decidere di buttarlo via, ma ormai fa parte della famiglia e preferiamo ripiegarlo e richiuderlo nello scatolone sbiadito e sgualcito, rimandando questa difficile decisione all’anno prossimo.

Altrettanti sono i motivi per cui dovremmo preferire l’albero “vero”, l’abete per intenderci: produce ossigeno, profuma la stanza di bosco, saremmo degli ecologisti all’avanguardia, ecc.

Ma dal punto di vista estetico, l’albero in carne ed ossa, legno e aghi, non è proprio bellissimo. Trovare un albero perfettamente simmetrico, con i rami che diminuiscono proporzionalmente dal basso verso l’alto, con gli aghi tutti dello stesso colore e con delle sfumature perfette è un’impresa ardua. È più probabile che l’abete sia un po’ spelacchiato, con i rami che sparano uno a destra e l’altro a sinistra, e appena ci appendiamo una pallina gli aghi vengono giù come neve! E poi c’è il problema delle palle che potrebbero rompere i rami e delle luci che potrebbero danneggiarli.

E allora che albero sarebbe senza luci?

Un compromesso potrebbe essere quello di addobbare l’abete che abbiamo in giardino, o il pesco, o la mimosa, anche il basilico che abbiamo nel vaso sul balcone, e che a dicembre è tutto spelacchiato, ma due lucine, un paio di fili e il gioco è fatto!

Forse fra qualche anno troveremo altrettanto affascinante l’albero vero, ma ci sarà sempre qualcuno che proverà a richiuderlo nello scatolone, con la punta che esce da una parte e le radici dall’altra!

Silvia Bellucci

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