Narcisismo ed empatia: ecco cosa svela il cervello secondo la scienza

Uno studio su 58 adulti rivela come il cervello narcisista elabora l'imbarazzo altrui e perché l'empatia risulti più difficile.

Immaginate qualcuno che racconta di essere stato lasciato fuori da un gruppo di amici. Chi ascolta, invece di mostrare solidarietà, risponde che forse se l’è voluto. Una reazione tutt’altro che delicata. Di fronte a situazioni come questa, pare che il cervello di chi possiede tratti narcisistici marcati funzioni diversamente rispetto a quello di chi ne ha pochi. Lo dimostra uno studio condotto in Finlandia, che ha analizzato come la nostra mente reagisce quando siamo testimoni dell’imbarazzo o dell’umiliazione altrui.

La ricerca, pubblicata sulla rivista Cerebral Cortex, è stata realizzata da un team coordinato dalla Aalto University finlandese, coinvolgendo 58 adulti sottoposti a risonanza magnetica funzionale. I dati raccolti indicano che certi tratti narcisistici possono modificare il modo in cui leggiamo le difficoltà relazionali altrui, offrendo una possibile spiegazione del perché queste persone mostrino spesso minore empatia.

Il riferimento è in particolare al cosiddetto narcisismo grandioso, caratterizzato da un’immagine di sé molto positiva, dal bisogno costante di essere ammirati e dalla convinzione di essere superiori agli altri. Si tratta di caratteristiche che possono manifestarsi, seppur con intensità diverse, anche in individui senza alcun disturbo di personalità diagnosticato.

Come reagisce il cervello davanti all’umiliazione altrui

Gli studiosi hanno preso le mosse da un questionario somministrato a circa mille persone, da cui hanno poi selezionato 28 adulti con punteggi alti nei tratti narcisistici e altri 30 con punteggi bassi. Durante l’esame di risonanza, i partecipanti visionavano filmati in cui un attore condivideva vicende personali, passando dal sentirsi ammirato al sentirsi escluso dal gruppo. Al termine di ogni racconto seguiva il commento di un’altra persona, talvolta benevolo, talvolta piuttosto pungente. In alcuni casi si insinuava che il protagonista non meritasse davvero l’ammirazione ricevuta; in altri, si lasciava intendere che l’esclusione fosse colpa sua.

Ai volontari era richiesto semplicemente di guardare, senza alcuna indicazione su come reagire emotivamente o se immedesimarsi nella vicenda. L’obiettivo degli scienziati era osservare la reazione spontanea del cervello davanti a una dinamica sociale comune, senza condizionare in alcun modo la risposta.

Le differenze più marcate sono emerse proprio durante i commenti negativi. Nei soggetti con pochi tratti narcisistici, alcune regioni cerebrali mostravano pattern di attività piuttosto simili tra loro. Al contrario, nel gruppo con tratti più accentuati questa coerenza risultava nettamente minore.

Le zone maggiormente interessate erano la corteccia prefrontale dorsolaterale e la corteccia cingolata posteriore, entrambe implicate nell’interpretazione delle dinamiche sociali e nella comprensione del punto di vista altrui. In sostanza, davanti alla medesima scena di disagio, il cervello dei partecipanti con tratti narcisistici più spiccati elaborava l’evento in modo più soggettivo e differente da persona a persona.

Perché il narcisismo complica la comprensione degli altri

L’empatia è un fenomeno composito. Implica riconoscere la sofferenza altrui, capirne le ragioni e, infine, provare una risposta emotiva personale. Queste componenti non viaggiano sempre insieme. Lo studio finlandese ha rilevato differenze soprattutto nelle aree legate alla empatia cognitiva, cioè la capacità di comprendere pensieri ed emozioni di chi ci sta di fronte.

Anche i questionari compilati dai partecipanti hanno confermato questa tendenza: chi presentava tratti narcisistici più evidenti dichiarava, in media, una minore propensione a mettersi nei panni altrui, una minore partecipazione emotiva e un minore turbamento personale davanti a situazioni difficili. Nell’insula anteriore, zona coinvolta anch’essa nell’elaborazione emotiva, le differenze riscontrate non sono risultate statisticamente significative.

Matias Piispanen, tra i ricercatori dello studio, ha dichiarato in una nota diffusa dalla Aalto University che le persone con tratti narcisistici marcati potrebbero focalizzarsi su elementi diversi della stessa interazione, oppure semplicemente interpretarla in maniera differente.

Questa spiegazione aiuta a comprendere alcune difficoltà tipiche delle relazioni quotidiane. Quando qualcuno condivide un’esperienza dolorosa, la nostra risposta empatica dipende molto da come interpretiamo il racconto. Se tendiamo ad attribuire la colpa del disagio a chi lo sta vivendo, la nostra reazione sarà ben diversa rispetto a chi riconosce subito la fragilità dell’altro. In certi rapporti, persino una semplice richiesta di comprensione rischia di trasformarsi in un confronto su chi abbia ragione.

Chi ha tratti narcisistici non riesce davvero a provare empatia?

Lo studio arricchisce le conoscenze sul narcisismo, ma richiede una precisazione fondamentale. I 58 partecipanti sono stati scelti in base ai tratti di personalità emersi dai questionari, non in base a una diagnosi clinica di disturbo narcisistico di personalità.

Va inoltre chiarito che una minore sincronia nell’attività cerebrale non equivale automaticamente a mancanza di emozioni o incapacità di provare compassione. I ricercatori hanno analizzato esclusivamente il narcisismo grandioso, lasciando fuori dall’indagine quello vulnerabile, più legato a insicurezza e sensibilità al giudizio altrui.

Il risultato comunque indica con chiarezza che tratti narcisistici più accentuati sembrano associarsi a un’elaborazione meno coerente delle difficoltà sociali altrui, soprattutto nelle aree cerebrali deputate alla comprensione del punto di vista degli altri.

Fino ad oggi, gran parte degli studi sull’empatia si è concentrata su fotografie di volti ed espressioni facciali. Questa volta gli scienziati hanno optato per scenari più realistici, fatti di racconti personali, giudizi e quel senso di disagio che proviamo quando assistiamo all’umiliazione di qualcuno davanti ad altri.

Resta ancora da chiarire un aspetto cruciale: come queste differenze cerebrali si traducano concretamente nei comportamenti. Durante l’esperimento, infatti, i volontari dovevano limitarsi a osservare, senza alcuna richiesta di rispondere o confortare la persona umiliata. E tra il riconoscere il disagio altrui e il decidere di farsene carico, può esistere una distanza non da poco.

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