Una ricerca globale rivela come il clima stia limitando le ore sicure per praticare sport all'aperto.
Allenarsi all’aperto durante l’estate diventa sempre più complicato e, in diverse zone del pianeta, anche pericoloso. Una recente ricerca apparsa su PLOS Climate rivela che i cambiamenti climatici stanno progressivamente riducendo le fasce orarie in cui è possibile praticare attività fisica o competere all’esterno senza mettere a rischio la propria salute. Non parliamo soltanto del caldo torrido del pomeriggio: in certe aree del mondo il pericolo si estende anche alle ore mattutine e, in alcuni casi, persino alla sera.
La ricerca tenta di analizzare a livello globale i principali elementi climatici capaci di ostacolare o impedire lo sport praticato all’esterno: stress da calore, temperature estreme, ondate di calore e precipitazioni violente. Il team scientifico ha utilizzato cinque diversi modelli climatici del progetto CMIP6, mettendo a confronto il trentennio 1991-2020 con le proiezioni future a metà e fine secolo.
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Non basta dire che fa caldo: le finestre orarie si assottigliano
L’elemento più significativo di questo lavoro scientifico sta proprio qui: non si limita a constatare il riscaldamento del pianeta, ma quantifica quanto si riducano concretamente gli intervalli orari più idonei per correre, allenarsi, giocare o organizzare eventi sportivi all’aperto.
Per questa analisi gli scienziati si affidano principalmente al Wet-Bulb Globe Temperature, noto come WBGT, un parametro che integra temperatura, umidità, esposizione solare e ventilazione. Si tratta di uno strumento già impiegato nel mondo sportivo perché permette di valutare la reale capacità del corpo umano di disperdere calore durante lo sforzo fisico. Quando questi valori superano determinate soglie, aumenta rapidamente il pericolo di colpi di calore, disidratazione e affaticamento fisiologico.
I dati attuali mostrano che numerose regioni tropicali e subtropicali superano frequentemente, nei mesi estivi, i limiti considerati critici per praticare sport. Il vero balzo, però, emerge nelle proiezioni future: verso la fine del secolo, nello scenario caratterizzato da elevate emissioni, ampie porzioni dell’Asia meridionale, dell’Africa occidentale, della Penisola arabica, dell’America centrale e del Sud-est asiatico potrebbero registrare dai 60 agli 80 giorni per stagione con livelli di rischio termico estremo durante le ore pomeridiane.
In termini più concreti e meno tecnici: in molte parti del mondo, intere settimane estive potrebbero diventare inadatte all’attività fisica all’aperto, salvo importanti adattamenti. E purtroppo non basterà semplicemente spostare l’allenamento alle sei del mattino.
Anche il mattino non offre più garanzie
Uno degli aspetti più sorprendenti riguarda proprio questo punto. Nelle zone maggiormente esposte, il pericolo non rimane confinato alle ore pomeridiane. Secondo lo scenario più pessimistico, alcune aree dell’Asia meridionale e dell’Africa occidentale potrebbero sperimentare tra le 20 e le 40 mattinate per stagione oltre i livelli di guardia. In diverse regioni caratterizzate da alta umidità, nemmeno la sera rappresenta più un vero rifugio dal caldo.
Per lungo tempo la strategia più intuitiva è stata questa: anticipare l’allenamento, evitare l’orario peggiore, praticare attività quando l’aria risulta più respirabile. Rimane un approccio valido, ma la ricerca dimostra che non sarà sufficiente ovunque. Se le temperature elevate iniziano a compromettere anche le prime ore del giorno, il margine di manovra si riduce drasticamente.
Gli scienziati hanno considerato anche l’indice di calore, ossia la temperatura percepita in combinazione con l’umidità ambientale. Entro il 2100, alcune regioni tropicali potrebbero superare per oltre 60 giorni a stagione i valori più rischiosi. Anche in questo caso il messaggio risulta piuttosto chiaro: non si tratta di episodi isolati, bensì di una pressione climatica sempre più costante nel tempo.
Il bacino Mediterraneo entra nella fascia critica
Sebbene l’Italia non venga analizzata separatamente nello studio, il Mediterraneo figura tra le aree dove il rischio aumenta in maniera evidente. Verso la fine del secolo, particolarmente nello scenario ad alte emissioni, questa regione rientra in una fascia di impatto elevato secondo l’indice composito sviluppato dai ricercatori, che tiene conto simultaneamente di caldo intenso, ondate termiche e piogge violente.
Non ci troviamo di fronte alle condizioni più estreme previste per le zone tropicali, ma il segnale esiste e riguarda direttamente le nostre estati: più ondate di calore, giornate sempre più difficili per allenamenti e competizioni, maggiore pressione su strutture sportive e organizzatori. Questo vale tanto per gli atleti professionisti quanto, soprattutto, per tutti gli altri: tornei amatoriali, campi sportivi di quartiere, centri estivi, atletica scolastica, corse cittadine, sport praticato nei parchi pubblici.
C’è poi da considerare il tema delle precipitazioni intense. La ricerca include anche le giornate con oltre 20 millimetri di pioggia. Perché il problema non riguarda solo il caldo che stronca le energie: c’è anche il campo che si allaga, il terreno che diventa scivoloso, la partita rinviata e l’impianto sportivo che non regge l’impatto.
Un problema che va oltre le grandi manifestazioni sportive
Quando si affronta il tema del rischio climatico nello sport, la mente corre subito alle Olimpiadi, ai Campionati Mondiali, ai maratoneti colti da malore e ai protocolli medici d’emergenza. Tutto corretto, per carità. Tuttavia il cambiamento più tangibile rischia di manifestarsi prima altrove: nello sport praticato quotidianamente.
Il settore professionistico generalmente dispone di maggiori margini di adattamento: può modificare gli orari, cambiare location, potenziare l’assistenza sanitaria, utilizzare strutture più moderne. La vera criticità riguarda invece le realtà ordinarie, quelle con risorse limitate. La squadra di quartiere, il centro sportivo comunale, il torneo giovanile, la corsa amatoriale. Dove mancano coperture adeguate, sistemi di raffrescamento e flessibilità organizzativa, il clima diventa un ostacolo molto più difficile da superare.
Esiste inoltre un paradosso tutt’altro che trascurabile: da anni ci viene ripetuto, giustamente, che dovremmo muoverci di più, trascorrere meno tempo al chiuso, praticare attività fisica, vivere gli spazi all’aperto. Peccato che il cambiamento climatico stia rendendo sempre più ardua proprio quella parte di normalità quotidiana.
Quali soluzioni sono possibili, e quali no
La ricerca non afferma che lo sport all’aperto scomparirà del tutto. Comunica qualcosa di più concreto e meno drammatico: saranno necessari adattamenti sempre più frequenti. Orari riorganizzati, pause obbligatorie, zone d’ombra, idratazione costante, impianti più resistenti, protocolli aggiornati, calendari rivisti e, in alcune circostanze, stagioni sportive completamente ripensate.
Gli stessi autori dello studio riconoscono i limiti del lavoro svolto: si tratta di una valutazione su scala globale, non di una previsione puntuale per il singolo impianto sportivo o per una città specifica. I modelli climatici non riescono a restituire nel dettaglio tutti i fattori locali, dall’effetto isola di calore urbana all’ombreggiamento naturale, dal vento reale all’organizzazione specifica delle attività sportive. Nonostante ciò, la tendenza generale risulta chiara e sufficientemente solida.
C’è un ulteriore aspetto rilevante: gli impatti più severi si concentrano nello scenario caratterizzato da emissioni elevate. Questo significa che la differenza tra emissioni contenute e emissioni fuori controllo non rappresenta un concetto astratto. Passa anche attraverso questo: quante ore in sicurezza rimarranno disponibili, durante l’estate, per giocare una partita, fare una corsa o completare un allenamento senza trasformare lo sport in una vera e propria prova di resistenza estrema.
Il cambiamento climatico non si limita a sciogliere i ghiacciai o innalzare il livello dei mari. Sta penetrando nella vita quotidiana con una crudezza più banale e proprio per questo più facile da sottovalutare. Anche in un campo sportivo baciato dal sole alle otto del mattino, quando pensavi di aver scampato il caldo e invece era già lì ad aspettarti.
Fonte: PLOS Climate