Afghanistan: gravidanze imposte e aborti senza cure, il corpo femminile prigioniero

Le autorità talebane hanno bandito i contraccettivi mentre le donne subiscono pressioni per procreare in un clima di terrore e abusi domestici.

L’istruzione per le giovani si interrompe bruscamente a tredici anni. Le occupazioni lavorative restano inaccessibili, così come ogni forma di partecipazione politica. Persino una semplice passeggiata richiede la presenza maschile. In Afghanistan, la stragrande maggioranza delle donne si trova impossibilitata a prendere qualsiasi decisione nell’ambito familiare e viene privata dell’assistenza sanitaria necessaria. Le conseguenze sono drammatiche.

Ma non finisce qui. Dal 2023, le autorità talebane hanno bandito anche la commercializzazione dei metodi contraccettivi, affermando che tale pratica contrasta con i precetti della Sharia. Questo avviene mentre le donne subiscono pressioni costanti da parte dei coniugi e dei nuclei familiari affinché continuino a procreare, in un clima di terrore e abusi domestici.

Secondo quanto riportato dal Guardian e da Zan Times, il sistema sanitario dedicato alla riproduzione sta attraversando un tracollo proprio da quando è entrato in vigore questo divieto. Sebbene non sia mai stato proclamato attraverso canali ufficiali, da tre anni medici e levatrici in diverse province osservano uno schema ricorrente: i contraccettivi diventano sempre più introvabili, le scorte diminuiscono fino ad azzerarsi e le strutture sanitarie sono costrette a sospendere i servizi.

Gestazioni a rischio e interruzioni senza assistenza

L’emergenza sanitaria colpisce in particolare le donne più indigenti e quelle che vivono in zone remote. Secondo le Nazioni Unite e l’Organizzazione mondiale della sanità, più di 440 strutture ospedaliere e ambulatori in Afghanistan hanno cessato l’attività o ridotto drasticamente i servizi dopo l’interruzione dei finanziamenti internazionali.

Nelle zone rurali questo si traduce in ore di cammino per raggiungere un centro medico, oppure nel dover partorire tra le mura domestiche, frequentemente senza alcun supporto. Levatrici e personale sanitario riferiscono di donne che perdono sangue per giorni prima di riuscire ad arrivare in una clinica. In numerose province, spiegano i medici, i programmi educativi sulla salute riproduttiva e sulla pianificazione delle nascite sono stati completamente interrotti.

È inutile diffondere informazioni se poi mancano medicinali o strumenti per assistere le donne – afferma una dottoressa. I talebani non hanno emesso direttive scritte, ma il timore è concreto. Se parliamo senza filtri, rischiamo la chiusura della struttura.

La crisi economica aggrava ulteriormente la situazione. Secondo operatori sanitari locali, moltissime donne in gravidanza o che allattano soffrono di denutrizione, anemia e carenze di vitamine essenziali. Organismi già indeboliti che affrontano gestazioni continue senza assistenza, possibilità di scelta o accesso alle cure.

Essere donna in Afghanistan oggi equivale a vivere sotto un regime di discriminazione sistematica, in una nazione che presenta il secondo divario di genere più ampio a livello globale, preceduto solo dallo Yemen. Le emergenze umanitarie che si accumulano da anni – dalla miseria estrema all’insicurezza alimentare, fino al crollo dei servizi fondamentali – stanno peggiorando le condizioni di vita dell’intera popolazione, ma a subire le conseguenze più gravi sono proprio loro, le donne e le ragazze.

Spogliate di ogni cosa, del diritto allo studio, all’occupazione, alla libertà di spostamento e alla partecipazione alla sfera pubblica, milioni di afghane continuano quotidianamente a resistere nel silenzio. Tuttavia, nonostante la repressione, il timore e l’isolamento, la speranza non si è estinta. Le donne afghane continuano a manifestare una forza eccezionale, resilienza e determinazione, mantenendo viva la convinzione che un domani più equo e paritario sia ancora realizzabile.

E noi? La comunità internazionale non dovrebbe più limitarsi a guardare, ma esigere azioni concrete e immediate, non solo per far fronte all’emergenza umanitaria, ma per sostenere il diritto delle donne afghane a costruire il proprio avvenire e quello delle generazioni future. Tacere di fronte a tutto questo significa rendersi complici.

Fonte: The Guardian

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