Studio rivela come una dose di psilocibina modifichi il cervello per settimane in soggetti sani, con implicazioni terapeutiche da approfondire.
La psilocibina sta gradualmente abbandonando l’ambito delle sostanze considerate tabù per entrare nel rigoroso mondo della scienza medica. Questo è il nodo centrale della questione. Quando si discute di sostanze psichedeliche derivate dai funghi, il pericolo di cadere in narrazioni superficiali è elevatissimo: la molecola “che trasforma la mente”, l’esperienza “che spalanca nuove prospettive”, la potenzialità curativa trasformata in chiacchiera da conversazione informale. La scienza, fortunatamente, procede con maggiore cautela. Osserva, compara, attende, verifica cosa rimane quando gli effetti più evidenti si sono dissolti.
Una recente indagine pubblicata su Nature Communications ha monitorato 28 persone adulte in salute, tutte prive di precedenti contatti con psilocibina o altre molecole psichedeliche. Gli studiosi hanno esaminato le modifiche cerebrali prima dell’assunzione, durante l’esperienza e trenta giorni dopo. Inizialmente è stata somministrata una quantità minima, pari a 1 milligrammo, sufficientemente ridotta da servire come riferimento. Successivamente è stata fornita una quantità di 25 milligrammi, in grado di generare un’autentica esperienza psichedelica, sempre in ambiente sperimentale e sicuro.
L’indagine è stata realizzata da ricercatori dell’Università della California di San Francisco e dell’Imperial College London. Tra i responsabili figura Robin Carhart-Harris, figura di spicco negli studi sulle sostanze psichedeliche e sul loro potenziale impiego clinico. Il quesito iniziale appariva semplice solo superficialmente: per quale motivo una singola somministrazione di psilocibina, in alcune ricerche cliniche, sembra correlata a benefici duraturi in soggetti con depressione, ansia o problemi di dipendenza?
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Gli effetti durante la somministrazione
Nel corso della somministrazione, i partecipanti indossavano dispositivi EEG per monitorare l’attività elettrica cerebrale. Circa sessanta minuti dopo la dose da 25 milligrammi, i segnali registrati sono diventati più articolati. Gli studiosi utilizzano il termine entropia neuronale, un concetto tecnico che descrive una maggiore diversificazione nei modelli di attività cerebrale.
In sostanza, l’attività del cervello sembrava meno vincolata, meno legata ai suoi schemi abituali. Le onde alfa, tra i principali ritmi regolatori cerebrali, si sono ridotte. Il cervello mostrava maggiore “apertura”, maggiore variabilità, minore sincronizzazione nei suoi percorsi consueti. Il culmine è stato raggiunto attorno alle due ore, esattamente quando l’esperienza vissuta risultava più potente.
Quasi la totalità dei volontari ha definito quel momento come uno degli stati di coscienza più straordinari mai sperimentati. Ventisette persone su ventotto lo hanno indicato come il più eccezionale della loro esistenza; l’unica eccezione lo ha comunque collocato tra i primi cinque. Si tratta di un riscontro soggettivo, certamente, ma illustra efficacemente l’intensità dell’esperienza e permette di correlarla alle misurazioni cerebrali registrate.
Le modifiche persistenti dopo trenta giorni
La sezione più significativa dello studio emerge successivamente. A distanza di un mese dalla somministrazione elevata di psilocibina, le analisi cerebrali hanno evidenziato alterazioni nei collegamenti di materia bianca tra la corteccia prefrontale e alcune zone più interne del cervello. Si tratta di circuiti cruciali, implicati nel ragionamento, nel controllo emotivo e nei meccanismi decisionali.
Le scansioni hanno analizzato il modo in cui le molecole d’acqua si spostano lungo le fibre nervose. In quei segmenti, il movimento risultava diminuito rispetto alla condizione iniziale, come se le fibre apparissero più dense e strutturate. Gli autori descrivono un segnale coerente con modificazioni strutturali, un riscontro particolarmente rilevante perché rilevato in individui sani e alla prima esperienza con sostanze psichedeliche.
Ricerche precedenti avevano già ipotizzato che le sostanze psichedeliche possano stimolare alcuni meccanismi legati alla plasticità neuronale, come la creazione di nuovi collegamenti tra neuroni. Rilevare un segnale di questa natura nel cervello umano, dopo una singola somministrazione, rappresenta un contributo importante. Va interpretato con attenzione, tuttavia. Il gruppo è limitato, i soggetti erano in salute e il controllo è avvenuto dopo un mese. Saranno necessarie indagini più estese per comprendere quanto perduri realmente questa trasformazione e quale significato clinico possieda.
Maggiore adattabilità cognitiva
Oltre alle scansioni cerebrali, i ricercatori hanno raccolto anche informazioni psicologiche. I volontari hanno segnalato una maggiore sensazione di comprensione interiore, ovvero quella percezione di osservare con maggiore chiarezza se stessi, i propri modelli comportamentali, alcuni meccanismi automatici interiori. Le verifiche sono state effettuate il giorno seguente la sessione, dopo quattordici giorni e poi a un mese.
I livelli di benessere sono aumentati entro due settimane e sono rimasti elevati anche al controllo successivo. Un test cognitivo ha inoltre evidenziato una maggiore adattabilità mentale: i partecipanti riuscivano più velocemente ad adeguarsi quando, durante un’attività, le regole cambiavano improvvisamente.
La sequenza rilevata è significativa. Chi aveva manifestato il maggiore incremento di entropia cerebrale durante l’esperienza riportava anche una comprensione interiore più profonda il giorno successivo. Quella comprensione, a sua volta, sembrava collegarsi a un miglioramento del benessere a un mese. La psilocibina, in questa ricerca, sembra quindi operare in più fasi: inizialmente altera temporaneamente l’attività cerebrale, poi può facilitare una percezione diversa di sé, infine lascia un’impronta nel modo in cui la persona descrive il proprio benessere.
L’importanza della cautela
Il confronto con le ricerche sulla depressione aiuta a fare chiarezza. Nei partecipanti sani, i cambiamenti duraturi nel coordinamento delle reti cerebrali sono risultati più lievi rispetto a quelli rilevati in persone con depressione. È comprensibile: un cervello già vicino a un equilibrio funzionale offre meno margine a cambiamenti visibili rispetto a un cervello intrappolato in schemi più rigidi e sofferenti.
Questo, tuttavia, rende ancora più cruciale evitare interpretazioni entusiaste. La psilocibina viene indagata come possibile strumento terapeutico, all’interno di percorsi clinici strutturati, con preparazione, supervisione e integrazione dell’esperienza. La sostanza isolata racconta solo una frazione della storia. Contano il contesto, la quantità, la sicurezza, la selezione dei soggetti, il supporto psicologico prima e dopo.
L’uso autonomo rimane un territorio pericoloso. Una molecola capace di modificare in modo così profondo la percezione, l’umore e l’attività cerebrale può avere conseguenze imprevedibili, specialmente in persone vulnerabili, con disturbi psichiatrici, predisposizioni specifiche o contesti emotivi fragili. La ricerca clinica lavora proprio per comprendere quando, come e per chi un trattamento di questo tipo possa avere senso.
In futuro, il monitoraggio dell’entropia cerebrale potrebbe aiutare i medici a comprendere in tempo reale se una sessione sta producendo lo stato mentale associato a una risposta positiva. Anche elementi come ambiente, musica e accompagnamento terapeutico potrebbero essere regolati con maggiore precisione. Sembra poco affascinante, rispetto al racconto psichedelico più suggestivo. È esattamente ciò che serve quando si parla di salute.
Fonte: Nature