Scoperta scientifica: ecco come il caffè influenza intestino e mente

Ricerca rivela interazioni tra caffè e microbiota intestinale: effetti su umore, stress e funzioni cognitive, anche con versione decaffeinata.

Quella tazza fumante che accompagna il risveglio di milioni di persone nasconde meccanismi biologici più complessi di quanto si pensi. Oltre a fornire la classica sferzata di energia mattutina, questa bevanda interagisce con l’ecosistema microbico intestinale, influenzando metaboliti, segnali emotivi, capacità mnemoniche e percezione dello stress. L’espressione comune “ho bisogno di un espresso” potrebbe racchiudere implicazioni biologiche ben più profonde della semplice necessità di svegliarsi.

Ricercatori hanno esaminato questa dinamica analizzando la relazione tra consumo di caffè e flora batterica intestinale, esplorando l’asse di comunicazione che collega apparato digestivo, microrganismi residenti e strutture nervose. La ricerca, apparsa su Nature Communications, ha coinvolto 62 individui adulti in salute, di età compresa tra 30 e 50 anni, residenti in territorio irlandese: metà erano consumatori regolari di 3-5 tazze giornaliere, mentre l’altra metà si asteneva completamente dalla bevanda. Gli studiosi hanno analizzato campioni biologici, registrazioni alimentari, valutazioni dello stato psicologico e prove cognitive, integrando dati su microbioma, metaboliti, condizione emotiva e reattività allo stress.

Effetti più profondi del previsto

L’aspetto metodologico merita attenzione. I consumatori regolari hanno interrotto completamente l’assunzione per quattordici giorni. Nessuna forma di caffè, bevande contenenti caffeina o cioccolato fondente durante la fase di controllo. Successivamente, dopo questo periodo di sospensione, sono stati suddivisi in due sottogruppi: uno ha ripreso con la versione contenente caffeina, l’altro con quella decaffeinata. Ciascun partecipante ha consumato quattro porzioni quotidiane di caffè solubile per ventuno giorni, senza conoscere quale tipologia stesse assumendo. Questo accorgimento risulta fondamentale per separare gli effetti della caffeina da quelli attribuibili alla bevanda nel suo insieme.

Parallelamente sono stati prelevati campioni fecali e urinari, accompagnati da questionari relativi a stato d’animo, affaticamento, desiderio della bevanda e misurazioni delle funzioni cognitive. In termini pratici: gli scienziati hanno monitorato le modifiche a livello intestinale e cerebrale. L’evidenza più marcata indica che questa bevanda lascia un’impronta identificabile sulla composizione microbica intestinale. Nei consumatori abituali sono risultate maggiormente presenti determinate specie batteriche, tra cui Cryptobacterium curtum ed Eggerthella sp., oltre a un batterio appartenente al gruppo Firmicutes. Denominazioni poco accattivanti, inadatte alle conversazioni informali, ma significative. Alcuni di questi microbi vengono collegati a processi quali la sintesi di acidi nell’apparato digestivo, il metabolismo degli acidi biliari e, secondo ricerche precedenti, anche a stati emotivi favorevoli nel genere femminile. Molti meccanismi richiedono ulteriori approfondimenti, tuttavia il dato emerge chiaramente: la bevanda interagisce con la flora intestinale in maniera quantificabile.

L’aspetto più sorprendente riguarda la versione decaffeinata. Solitamente considerata l’alternativa meno interessante, quella da consumare su indicazione medica o quando si desidera riposare in orari decenti. Tuttavia, nella ricerca, anche la versione priva di caffeina ha generato modifiche sul microbiota e sullo stato emotivo. Dopo la reintroduzione della bevanda, sia nella forma con caffeina che senza, i partecipanti hanno evidenziato una diminuzione dello stress soggettivo, dei sintomi depressivi autoriferiti e dell’impulsività. Ciò indica che parte degli effetti derivi da componenti differenti dalla caffeina, quali polifenoli e altri metaboliti contenuti nella bevanda.

Anche senza caffeina funziona

Esiste inoltre la dimensione cognitiva. I progressi legati a capacità di apprendimento e memoria sono emersi principalmente nel gruppo che aveva assunto la versione decaffeinata. La caffeina, al contrario, ha manifestato un profilo più prevedibile: maggiore concentrazione, incremento della vigilanza, riduzione dell’ansia e del disagio psicologico nella fase di ripresa. Sostanzialmente, la versione con caffeina sembra agire sulla prontezza mentale, mentre quella decaffeinata apre prospettive differenti, più connesse alla memoria e probabilmente a composti bioattivi che permangono anche in assenza di caffeina.

La ricerca ha esaminato anche i marcatori infiammatori. Nei consumatori abituali sono stati rilevati livelli basali inferiori di proteina C reattiva, frequentemente utilizzata come indicatore infiammatorio, e livelli superiori di IL-10, una citochina associata a funzioni antinfiammatorie. Dopo stimolazione ematica in laboratorio, i consumatori della bevanda hanno prodotto quantità minori di IL-6 rispetto ai non consumatori. Anche in questo caso il quadro rimane cauto, poiché l’infiammazione rappresenta un fenomeno complesso con numerose variabili, ma l’ipotesi è che alcuni componenti possano contribuire a regolare la risposta immunitaria.

Riguardo al cortisolo, invece, nessun risultato eclatante. I ricercatori hanno valutato anche la reazione allo stress tramite il test del freddo, procedura nella quale il partecipante immerge la mano in acqua gelida sotto osservazione. La bevanda, con o senza caffeina, ha mostrato in questo contesto effetti modesti sulla risposta fisiologica allo stress. Le variazioni più significative riguardano lo stress percepito, quindi la modalità con cui le persone riferiscono il proprio stato, piuttosto che una modifica sostanziale dell’asse ormonale correlato al cortisolo.

Cautela nell’interpretazione

Prima di elevare la macchinetta del caffè a strumento terapeutico, occorre moderazione. Il campione è ristretto, composto da adulti sani e geograficamente molto localizzato. Gli stessi autori evidenziano alcuni limiti: assenza di misurazioni dirette del tempo di transito intestinale, margini di validazione per alcune valutazioni gastrointestinali impiegate, varietà etnica limitata del campione e possibile insufficiente potenza statistica per rilevare effetti piccoli o medi oltre l’ipotesi principale sul microbioma.

Questo implica che la bevanda vada considerata come un possibile elemento della dieta, con effetti interessanti sull’asse intestino-cervello, senza trasformarla in rimedio, soluzione rapida o talismano liquido. Per un adulto in salute, l’Autorità europea per la sicurezza alimentare considera generalmente sicuri fino a 400 mg di caffeina giornalieri, con limiti inferiori durante gravidanza e allattamento. Le quantità, tuttavia, variano notevolmente in base alla preparazione: un espresso, una moka, un filtro americano e un caffè solubile presentano contenuti differenti. Anche aggiunte di latte, zucchero, dolcificanti, biscotti e altre tentazioni fanno parte del contesto complessivo.

Fonte: UCCNature

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